I dissidi della bibliomane di saldi principi

Nessuno potrà accusarmi di aver mai indicato in Herman Hesse uno dei miei scrittori preferiti. Anzi. Ci sono certi suoi libri che ho letto con la stessa fatica con cui ogni giorno mi trascino dal letto alla doccia subito dopo aver stramaledetto la sveglia (e poi non gli perdonerò mai di aver scritto “Siddharta”). Eppure da quando stamattina, sfogliando il “domenicale” de “Ilsole24ore” – dopo mesi e mesi di astinenza da qualsiasi rivista, giornale, pagina anche solo vagamente culturale – ho letto un estratto da un librino di Hesse appunto, inedito per l’Italia almeno, non so altrove, non ho pace.

Vita quotidiana di un uomo di lettere” è il titolo del volumetto di 32 pagine che da oggi sarà disponibile in sole 575 copie numerate e stampate su carta e con caratteri particolari dalla piccola casa editrice e stamperia Henry Beyle (nome che è un chiaro omaggio a Stendhal) di Milano, in cui un Hesse “casalingo” racconta del rito dello “sbrigare la corrispondenza” e delle strane richieste che a volte gli sono giunte da conoscenti e lettori.

Ora, non solo io voglio quelle 32 pagine al costo di 20 euro, in netto contrasto con la mia politica di non acquistare mai libri che superino i 15 € (e io che mal tollero quelle imposte dagli altri, non derogo mai alle mie regole, e al massimo i libri li compro usati aspettando del tempo dalla loro uscita; quando sforavano di prezzo, non me li facevo nemmeno mandare dagli editori per recensirli per non venire meno con uno squallido escamotage al mio stesso diktat); no, io voglio anche quasi tutti gli altri volumi in catalogo nella collana chiamata “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”, tutti libretti di poche decine di pagine ma dai titoli, e immagino anche dai contenuti, sfiziosi e inediti o poco noti, tutti numerati e dedicati a storie di scrittori, bibliografi, raccolte di aneddoti letterari.

Ho cliccato su ogni singolo libro in catalogo, ho anche fatto delle ricerche per vedere di trovare altrove delle copie, o dei testi che contenessero quegli estratti. Tutto è stato vano.

E così continuo a pensare che se non li acquisto non potrò mai sapere per esempio quali erano “I vari tipi di editore” per Valentino Bompiani.

E anche le altre collane dell’editore regalano sorprese ghiotte e quindi sospiri amari: cosa scrive Brancati ne “I piaceri del discorrere sulla donna”?; e Savinio nelle 24 pagine de “Gli uomini di pensiero tornano alla bicicletta”?

Nella mia mente si affollano tanti minuscoli contatori che segnano inesorabilmente le copie vendute di ogni volume che vorrei per me, uno stillicidio continuo di numeri e fogli che spariscono, frasi che si cancellano, decine di conti alla rovescia che mi privano per sempre di deliziose pagine di letteratura. E una terribile ansia mi assale, una morsa gelida alla gola, tutto intorno a me comincia a girare, fa caldo e freddo insieme, è un attacco di panico? Devo cedere e comprare tutti i libri che mi pare a prescindere dal prezzo di copertina (anche riflettendo sul fatto che si tratta di copie numerate, carta speciale, edizioni limitate, artigianali, non della maggior parte dei libri pubblicati la cui esistenza non sarebbe giustificata nemmeno se distribuiti gratuitamente) e salvarmi dal collasso imminente? Non c’è altra soluzione…

Finché un’illuminazione mi assale improvvisa e salvifica: 575 lettori sono una rarità nel nostro Paese, chi l’ha mai visti tutti insieme? Anche un libraio ringrazia Dio, Allah, Budda, Confucio e Cthulhu se in un mese ne vede 100 di lettori veri che almeno un libro se lo comprano. E se anche 575 individui in vena di tenere il segno sulle pagine per farsi raccontare una storia decidessero tutti insieme di acquistare un libro, comprerebbero tutti quello di Herman Hesse? Sii seria, mi dico redarguendomi con fermezza ma bonariamente e rassicurandomi insieme.

Per come vanno le cose si butterebbero in massa su Zafron, la Mazzantini, su Volo.

E così i miei libri saranno lì ancora per un po’, e al pensiero le palpitazioni si calmano. Per una volta sono contenta di vivere in questo paese di illetterati: in meno della metà leggono un libro l’anno ed è pure quello sbagliato.  

ps

Comunque il fatto che la mia regola mi impedisca di acquistare libri il cui costo superi i 15 euro non mi impedisce di apprezzare comunque dei cadeaux, e visto il catalogo della libreria Henry Beyle il prossimo che dice che non sa cosa regalarmi si becca un libro della Mazzantini in testa, dalla parte dell’angolo però.

Pubblicato in against, editoria, Fatti miei, Libri | Contrassegnato , , , | 2 commenti

Come i pompieri di Fahrenheit 451

A un anno dall’entrata in vigore della legge Levi sul prezzo del libro, un incontro tenutosi alla Camera dei deputati – come richiesto dalla stessa legge all’articolo 3, per verificare i risultati ottenuti – ha sancito con i dati quello che agli addetti ai lavori era già chiaro: c’è stato un calo nelle vendite dei libri pari al 10% negli ultimi tre mesi del 2011, del 5% nel primo trimestre 2012, mentre sono invariati nel secondo trimestre. I dati sono più pesanti se si considerano gli acquirenti di almeno 3 libri a trimestre, con rispettivamente un calo del 20%, 7% e 9%. al 20% nei primi trimestri esaminati, ridotto poi all’8% nell’ultimo (parliamo di un lasso di tempo di 9 mesi, rilevazioni Nielsen per l’Aie). Il calo di vendite non è da imputare direttamente alla Legge Levi ma alla crisi economica che, dopo aver colpito librai e piccoli editori, non poteva non impattare anche sul lettore. La cosa che più mi ha colpito dei dati è che dal computo sono stati eliminati gli eccessi di crescita del volume d’affari indotti dai best-sellers: 2 o 3 libri, di dubbia qualità, che da soli sono in grado di rovesciare l’andamento del mercato. Di fronte a queste cifre direi che il lettore si merita i libri che legge e sceglie di leggere, se si orienta costantemente verso i best-sellers, i libri di cui tutti parlano, ha poco diritto di lamentarsi dell’offerta commerciale del nostro sistema editoriale. Epperò, non abbiamo la prova del 9, non sappiamo quale sarebbe, di fronte a una vera offerta che sostenga e tuteli la bibliodiversità, il comportamento del lettore. Da mesi editori piccoli ma di qualità incontrovertibilmente eccelsa non escono con nuovi libri, non possono permetterselo, si sono autosospesi dal mercato: si stanno dibattendo come prima di un’estinzione, non è così che si garantisce la bibliodiversità. Non è con l’occupazione sistematica degli spazi in libreria, come fanno Newton Compton, Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Longanesi, sia nelle loro librerie per chi le possiede che nelle altre, che si offre un servizio al lettore. Certo questi editori, continuiamo a chiamarli così, sono imprenditori e come tali giocano il proprio ruolo per rimanere leader di mercato. Ma servono delle regole, tutti i settori sono gestiti con regole più o meno efficaci che impediscano a grossi trust di viziare la domanda e presidiare l’offerta. La Legge Levi che pure è stato un passo avanti è un palliativo, è troppo permissiva, facilmente aggirabile, e in definitiva ha punito solo Amazon e con Amazon il lettore che effettivamente non può permettersi di acquistare libri che costano in media 15 €. Non è Amazon il problema. Sono i centri di potere editoriale; è l’assenza di una scuola in grado di preparare lettori accorti e appassionati e di sensibilizzare verso la cultura; è il gioco al ribasso dei piccoli editori che pur di sopravvivere abdicano non solo al loro ruolo di scouting ma anche di imprenditori: ho letto contratti in cui l’editore rifiuta in toto il rischio di impresa, non investe su quell’autore che sta pubblicando, semplicemente cerca di perderci il meno possibile. Non dovrebbe essere il primo a credere in quel testo? Pubblicare meno, pubblicare meglio sarebbe l’ideale. Ma non basta. Ci vuole senso di responsabilità. Ci vuole la capacità di individuare il talento, in giro ce n’è davvero poca, ma in compenso c’è tanta abilità a creare il caso editoriale sul niente.

Tutto questo, che ovviamente non è un’illuminazione inedita, lo si dice spesso, magari in modo diverso e anche io l’ho scritto molte volte in diversi contesti, ma non mi è mai sembrato più chiaro di così da quando mi è capitato di prendere in mano “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn Larsson edito da Iperborea nel 1998, con la traduzione di Katia De Marco, nell’edizione del 2000 che penso sia identica alle precedenti quanto agli apparati paratestuali. Ebbene – sorvolo sulla questione del prezzo del libro che nel 2000 era di 36000 e ora è di 18.50 – la quarta di copertina del libro è diversa dalle altre, non è quasi inutile come la maggior parte delle quarte ormai. Non contiene i pareri di gente che probabilmente il libro non l’ha mai letto, né spoilera tutta la trama del libro distribuendo aggettivi superlativi a casaccio. No, la quarta di copertina di quel romanzo è una nota dell’editore che spiega perché ha deciso di pubblicare quel libro, perché secondo lui quel libro è degno di essere letto, cosa lo ha spinto a considerarlo meritevole del tempo che ogni lettore impiegherà a leggerlo. «Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura», inizia così quest’assunzione di responsabilità dell’editore di Iperborea, che infatti intitola il testo: “L’opinione dell’editore”. Ecco, come lettrice, io pretendo che ogni libro che viene pubblicato e chiede il mio tempo e i miei soldi sia dotato di questa assunzione di responsabilità, voglio che qualcuno ci metta la faccia e la firma per le cose che pubblica, che spieghi perché le pubblica, voglio che argomenti e giuri che quel dato libro è davvero importante, che l’ha fatto vibrare di amore per la lettura. E no, non basta che sopra un libro ci sia il logo di un dato editore, i motivi per cui i libri vengono pubblicati sono diversi e raramente dipendano dalla qualità del testo. A parte un paio di tipi che conosco e che sarebbero capaci di giustificare così anche la pubblicazione del “Mein Kampf”,  siamo certi che il signor Mondadori dichiarerebbe di amare alla follia i libri di Fabio Volo? E che, presso Rizzoli o Feltrinelli, Moccia tocchi le corde dell’amore per la lettura?

Pubblicato in against, editoria, Libri, Robe editoriali | Contrassegnato , , , , , , | Commenti disabilitati

E’ morto il più grande mago del mondo

Questo blog dice addio al suo più grande ispiratore…

E’ morto stanotte a Los Angeles lo scrittore Ray Bradbury. Ne hanno dato l’annuncio la figlia Alexandra e il suo biografo Sam Weller, mentre il nipote Danny twittava che: ”Il mondo ha perso uno dei migliori scrittori mai conosciuti e uno degli uomini più cari al mio cuore”. Saranno rispettate le sue volontà: verrà sepolto al Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles, e sulla sua pietra tombale verrà incisa, a mo’ di epigrafe, la scritta “Autore di Fahrenheit 451”.

Ma Bradbury è stato molto più dell’autore di un solo (anche se magnifico) capolavoro. E’ stato un vero mago, capace di dare voce ai sogni e agli incubi di tutti i bambini del mondo, che leggendo da adulti suoi libri ritrovavano gli stessi brividi, gli stessi tremori, le stesse ombre – e le meraviglie fantastiche – che popolano l’infanzia: viaggi su Marte, uomini illustrati, robot capaci di ogni cosa, case con una vita propria.

Continua sul Corriere Nazionale

Pubblicato in Celebration, dedicated, Fatti miei, Libri, Scrittori | Commenti disabilitati

American dream

NB questo post  è stato pubblicato nel 2005 ma ho modificato la data per farlo ricomparire in homepage, visto che mi pare adatto ai tempi
In Belli e dannati, Fitzgerald fa dire ad uno dei suo personaggi che: “la vita di rado colpisce, ma logora sempre.” E Scott come al solito ha ragione.
Se dovessi scrivere la quarta di copertina per The Winter of our Discontent (L’inverno del nostro scontento, nella bellissima traduzione italiana di Eugenio Montale Luciano Bianciardi) il romanzo di John Steinbeck con il titolo più bello, titolo che naturalmente è ispirato all’incipit del Riccardo III di Shakespeare: “L’inverno del nostro scontento si muta ora in sfolgorante estate per questo sole di York” – prenderei a prestito la frase di Fitzgerald per riassumere efficacemente la storia raccontata nel libro.
In questo romanzo infatti, Steinbeck racconta della sconfitta di un uomo il cui spirito (e la tempra morale) viene fiaccato dalla vita giorno dopo giorno. Sappiamo che il protagonista, negli anni che precedono l’inizio del racconto si è rialzato da terra dopo un rovescio finanziario che lo ha ridotto al rango di umile commesso di drogheria, ma nel corso della vicenda prova sulla sua pelle quanto sia più doloroso restare in piedi che lasciarsi cadere sotto i colpi del destino (come un pugile pestato a sangue, ma orgogliosamente incapace di andare al tappeto).
 
L’inverno del nostro scontento è incomprensibilmente uno dei romanzi meno amati di Steinbeck, gli si preferisce addirittura La Santa Rossa, che è il suo libro d’esordio. Non me lo spiego: questo romanzo coglie meglio di qualsiasi trattato sociologico il dramma (attuale nel 1961, data della sua pubblicazione, quanto oggi) di chi si trova di fronte alla dura evidenza del vuoto nel senso delle cose e all’improvvisa e inarrestabile insoddisfazione. E’ lo spietato ritratto di un uomo che si dibatte nel conflitto feroce tra il restare coerente con i propri principi morali e lo smodato desiderio di successo.
 
Steinbeck riproduce i pensieri del suo protagonista introducendo una sorta di monologo interiore in una narrazione fitta di dialoghi vivaci, e noi, leggendo queste considerazioni, assistiamo alla sua lenta ed inesorabile trasformazione. Lo seguiamo mentre inizia la sua corsa al successo e al denaro, e lentamente comincia a perdere i suoi valori:
 
“Per la maggior parte degli uomini il successo non è mai un male. Ricordo che, quando Hitler avanzava incontrollato e trionfante, molti uomini onorevoli gli cercarono e trovarono delle virtù. E Mussolini faceva arrivare i treni in orario e Vichy collaborò per il bene della Francia, e Stalin se non altro era forte. Forza e successo stanno al disopra della moralità, al disopra della critica. Par dunque che non conti cosa fai, ma come lo fai e come lo chiami. C’è un controllo negli uomini, nel fondo, una cosa che li fermi o li castighi? Pare che non ci sia. L’unico castigo è per chi fallisce” (pag. 247).
 
Ethan – questo il nome del protagonista che racconta in prima persona (direi quasi in presa diretta, se parlassi di un film) – arriva persino a trovare una giustificazione morale alle sue intenzioni, ma non ci crede molto nemmeno lui e allora indossa la maschera del perbenismo e dell’ipocrisia per cercare protezione nella mediocre rispettabilità dell’american way of life.
 
Nella pagine di questo romanzo il lettore entra in un mondo creato sull’illusione, duramente dominato dagli stereotipi della società del benessere a tutti i costi e dall’inganno di uno stile di vita destinato a condurre all’infelicità. Ciò che colpisce di questo libro è che Steinbeck tratta il tema angoscioso della perdita dell’innocenza, uno dei topoi fondamentali della letteratura di ogni luogo e tempo, con la sapida ironia e la sottigliezza di una satira sociale, che colpisce ancora di più il bersaglio proprio perché argutamente lieve.
 
E’ lo Steinbeck di sempre a scrivere L’inverno del nostro scontento: c’è il suo ruvido realismo, la spiccata inclinazione all’umorismo, la fedeltà al principio di solidarietà quale valore essenziale, notevoli fremiti di lirismo e la sua superba abilità di dialoghista. Ma in questo romanzo, l’autore è più conservatore, più intimista, meno mordace forse, e proprio per questo la narrazione risulta più toccante.
D’altronde la straordinarietà di John Steinbeck è proprio quella di essere uno scrittore sempre coerente a sé stesso ma ogni volta diverso.
E’ l’autore dell’epopea dei Joad in Furore e delle avventure picaresche di Pian della Tortilla, dei drammi dei derelitti dei Pascoli del cielo e di questa parabola morale. Tutti romanzi con una storia a sé, un proprio stile e un particolare universo di riferimento (sebbene Steinbeck sia considerato il cantore della California), eppure ognuno di essi inscena le angosciose difficoltà del vivere e coglie i conflitti che travagliano l’animo umano.
E’ una scrittura profondamente morale quella di Steinbeck, non concede sconti né scappatoie. Obbliga i suoi protagonisti a guardarsi dentro e a fare i conti con la loro coscienza, e anche quando la storia investe la società e racconta vicende collettive, l’istanza etica non si allenta ma anzi assurge a critica impietosa di un’intera nazione: l’America e il suo sogno naturalmente.
 
Alla fine anche Ethan è costretto a fare i conti con sé stesso:
 
“Non è vero che esista una comunità di luci, un falò del mondo. Ognuno porta la sua, la sua luce solitaria. [...] La mia luce era spenta.”
 
E ogni volta che io rileggo L’inverno del nostro scontento, spero sempre che la sua luce si riaccenda.  
Pubblicato in Libri | 26 commenti

Di pancia

NB Questo post è stato originariamente pubblicato a marzo del 2010, un commento arrivato via FB in merito me l’ha ricordato e visto che le cose sono se possibile, anche peggio di quanto fossero l’anno scorso, ho deciso di riproporre il pezzo in homepage, tanto per promemoria. Anche solo per me stessa.

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica? No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).

Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

Pubblicato in against, editoria, Fatti miei, Libri, Robe editoriali | Contrassegnato , , , , , , , | 16 commenti

Pastiglie/IV: I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston

Autrice di quattro romanzi, e di più di cinquanta testi – fra racconti, sceneggiature teatrali e saggi – Zora Neale Hurston, eminente antropologa e folklorista, è la più importante scrittrice afro-americana di tutti i tempi.

Dimenticata nel suo paese per quasi settant’anni, perché donna, indipendente, conservatrice, nera – «sono stata nera tre volte, nera come bambina, nera come ragazza, nera come donna» – e riscoperta solo nel ’73 grazie ad Alice Walker (autrice di libri di culto come Il colore viola), è quasi sconosciuta in Italia. Solo due, tra i suoi libri, risultano oggi disponibili nella nostra lingua.

Anzitutto il più famoso I loro occhi guardavano Dio, inizialmente edito in una sorprendente – per il periodo storico di cui si parla – versione del ’38 da Frassinelli – che nel ’46 pubblicò anche l’ormai introvabile Mosè l’uomo della montagna – e poi nel 1998 per Bompiani.

Tuttora in commercio è anche una bellissima raccolta di racconti, Tre quarti di dollaro dorati, editi da Marsilio nel 1992 (e ristampati nel 2006).

Nel 2009 Cargo ha riproposto in una nuova edizione I loro occhi guardavano Dio, a cura di Adriana Bottini, con introduzione di Zadie Smith e postfazione di Goffredo Fofi.

Fortemente osteggiato dalla stessa comunità afroamericana per l’uso dialettale  e quasi antropologico del linguaggio e il rifiuto della Hurston di piegare la sua narrativa – viva, appassionata e palpitante – all’intento ideologico, I loro occhi guardavano Dio è l’intensa storia, raccontata in prima persona attraverso un lungo, viscerale flashback, di una donna bellissima e indipendente, Janie Crawford, che rifiuta di assecondare il destino riservatole per nascita e colore della pelle, per cercare ostinatamente la felicità e l’affermazione di sé, rincorrendo l’amore e la libertà.

 

Pubblicato in Libri, Pastiglie, Stilos | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati

Pastiglie III / Le stanze di Libero Bigiaretti

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea; co-fondatore nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”; vincitore del Premio Marzotto (1954) e del Viareggio (1968); amico di esponenti di spicco della cultura italiana del ‘900, da Giorgio Caproni a Mario Luzi; critico e giornalista tra i più acuti; scrittore sensibile e attento ai cambiamenti di gusto del lettore e alle varie tendenze letterarie, che spesso addirittura anticipava, Libero Bigiaretti dovrebbe essere uno dei nostri maggiori vanti, citato e ripubblicato a oltranza.

Invece pochi lo ricordano fuori dalla sua città natale, Matelica, e i suoi libri sono quasi tutti fuori catalogo – solo qualche piccolo illuminato editore, ogni tanto, ne ripubblica qualcuno tra l’indifferenza del grande circo letterario italiano.

Tra le sue opere più neglette, tanto da non avere avuto una sola riedizione dalla data della prima pubblicazione Bompiani del 1976, c’è Le stanze, un libro sorprendente, a metà strada tra il memoriale e la biografia romanzata, in cui Bigiaretti seguendo il filo rosso di una trama tutta interiore, e con una scrittura che alterna un tono elegiaco e febbrile e una prosa pacata ed elegante, conduce il lettore nei luoghi della sua memoria, Matelica in primo luogo, cui è dedicato un intero capitolo, poi Ivrea, Roma e infine Vallerano, dove ha trascorso gran parte degli ultimi anni della sua vita.

Le stanze del titolo sono le stanze della memoria, che lui identifica con nomi diversi, e dalle quali immagina di entrare e uscire per incontrare decine di persone reali, vive o morte – da Olivetti a Borges, da Neruda a Picasso –  con le quali rievoca aneddoti e ricordi, ma soprattutto s’interroga sul ruolo dello scrittore e dell’intellettuale, e sul senso più profondo dell’esistenza.


Pubblicato in Libri, Pastiglie, Stilos | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati

Pastiglie I

Pubblico qui le prime dodici puntate (quelle dell’anno scorso quindi) di “Pastiglie”, la mia rubrica su Stilos dedicata ai libri persi e/o ritrovati.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmes fatali e viziosi speakeasy, e l’irrefrenabile caduta.

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.


dal numero di febbraio 2010 di Stilos

Pubblicato in Pastiglie, Stilos | 5 commenti

In a sentimental mood

In omaggio a Joe Morello, scomparso sabato scorso all’età 82 anni, riesumo questo post del lontnao 2004, a cui sono molto legata.

Take Five Joe!

 

La prima volta che l’ascoltai, avrò avuto sì e no 10 anni (forse era la sigla di qualche programma, non riesco a identificarlo con esattezza: e da allora è rimasto il mio pezzo preferito, anche se ne ho scoperto il titolo solo poco tempo fa). Se non ricordi il titolo di un libro è facile trovarlo, puoi servirti del nome dell’autore, o della trama, o di qualche frase che ti gira in testa, allo scopo di orientarti; ma per recuperare il titolo di un brano completamente strumentale come si fa? Ho provato in questi anni ad accennarlo a chiunque s’intendesse un po’ di musica, per poi rivolgermi – disperata – anche a chi non ne sapeva nulla. Niente. Sembrava che tutti conoscessero quel motivo – è famosissimo – e ne avessero il titolo sulla punta della lingua, ma continuava a sfuggirgli, e così sfuggiva anche a me. Ho acquistato dischi e cd, scaricato dal web, quasi a caso, centinaia di brani sperando di sentire all’improvviso quella musica diffondersi nell’aria: magari (conoscendo musicisti e armonie e strutture melodiche del genere a cui appartiene) sarei riuscita ad individuarlo. Pensavo, che alla fine, con l’esperienza, sarei riuscita a distinguere e identificare il sound dei musicisti che lo eseguivano e sarei venuta a capo di quel mistero. E se ne sono andati così 19 anni. Poi un giorno, di nuovo quel riff famosissimo, il piano impegnato in tema ossessivo ripetuto ad libitum, il trascinante assolo di batteria, l’introduzione al sax alto che domina tutto il pezzo e l’insolito tempo in 5/4. E allora sento la musica che mi graffia la pelle, i piedi iniziano a battere il tempo, la testa dondola, gli occhi si chiudono, e il ritmo sale. Mi viene da piangere. E invece rido. L’ho ritrovato. E come quella prima volta, smetto di respirare per non interferire col ritmo: e immagino una coppia danzare davanti ad una finestra in una stanza buia, due ombre blu. Una volta li ho ritrovati in un romanzo, questi due amanti. Consumavano la loro passione in una stanza d’albergo e forse hanno anche ballato, l’autore non ce lo dice, ma in sottofondo – mentre lui dice a lei: “Ti spiace se abbasso la tenda?” – per me, c’è proprio questo pezzo, e la scena sfuma, in dissolvenza su un tappeto di note.

Le note di Take five.

Certo all’epoca in cui è stato pubblicato il romanzo, il brano non era ancora stato registrato, ma sono sicura che se l’avesse ascoltato, anche Fitzgerald l’avrebbe scelto come colonna sonora di questo suo libro, che naturalmente è Tenera la notte. Take five infatti è stato scritto da Paul Desmond solo nel 1959, per l’album Time out del David Brubeck Quartet: con David Brubeck al piano, Paul Desmond al sax alto, Joe Morello alla batteria e Eugene Wright al contrabbasso.

Adesso so che il pezzo – il cui titolo deriva dall’espressione rivolta ai musicisti durante le prove, per dar loro il permesso di prendere cinque minuti di intervallo – è uno degli hits della storia del jazz, ormai un classico cool, che ha venduto oltre un milione di copie. Desmond l’ha scritto perché serviva un brano per l’assolo di Morello ed ha composto così il primo pezzo jazz in 5/4, ossia con un tempo dispari, basato sulla contrapposizione tra l’andamento ternario del piano di Brubeck e quello binario del sax di Paul Desmond, mentre lo schema tipico del jazz – fino a quel momento – prevedeva un tempo in 4/4.

Ma non voglio sapere troppo di questo brano, ne conosco le cose essenziali: l’efficacia dell’assolo armonico, la sorpresa delle poliritmie, l’ossessività del pianoforte, e soprattutto il ritmo seducente del sax.

E’ come per i libri – solo per quelli che ami, naturalmente – non devi saperne troppo dell’autore o della loro genesi, ne perderesti la magia. Sai già quello che basta.


“Ti spiace se abbasso la tenda?”.

Pubblicato in Fatti miei, Medicine Show, Non di soli libri | 14 commenti

Un anno di Stilos (sul resto torno)


Molte cose che mi sono capitate quest’anno sono legate a Stilos, molte cose che ho fatto, persone che ho conosciuto, esperienze, viaggi, per questo voglio inaugurare un nuovo anno di questo blog ricordando la campagna d’abbonamenti alla rivista: la cultura in Italia costa cara anche a chi la fa.

Un anno di Stilos significa anche un anno della mia rubrica “Pastiglie” così ecco i libri e gli autori di cui ho scritto in questi dodice mesi, scoprendo a volte che alcuni di quelli smarriti sono stati nel tempo riscoperti da editori illuminati che magari in parte seguono me e questo blog e si sono sentiti ispirati. Mi piace pensarlo.

Febbraio 2010: Harry Grey, Ritratto di un gangster, Mattioli 1885 – libro ritrovato

Marzo 2010: Jan Struther, Mrs Miniver – libro smarrito

Aprile 2010: Libero Bigiaretti, Le stanze – libro smarrito

Maggio 2010: Zora Neale Hurston, I loro occhi guardavano Dio, Cargo – libro ritrovato

Giugno 2010: Ercole Patti, Quartieri alti – libro smarrito

Luglio 2010:  Bonaventura Tecchi, Tre storie d’amore, Avagliano – libro ritrovato

Agosto 2010: Jean De La Ville de Mirmont, Le domeniche di Jean Dezert, Excelsior1881 – libro ritrovato

Settembre 2010: Roberto Mariani, Cuentos de la oficina, Le nubi – libro ritrovato

Ottobre 2010: Sholem Aleichem, Che fortuna essere orfano, Stradebianche-Stampaalternativa – libro ritrovato

Novembre 2010: I racconti di Jack London sul pugilato, Mattioli1885 e PIano B Edizioni – libro ritrovato

Dicembre 2010: Harry Sinclair Lewis, Babbit - libro smarrito

Gennaio 2011: Patrick Dennis, Povera piccina, Adelphi – libro ritrovato


Vi anticipo che la pastiglia di febbraio sarà dedicata a Umberto Simonetta, che ho appena scoperto grazie a uno dei miei fornitori ufficiali di libri e consigli e già adoro.

Se avete suggerimenti per le future pastiglie, sono qui: devono essere libri appena ritradotti o tradotti per la prima volta, ripubblicati da pochi mesi, o libri di cui non si danno edizioni o traduzioni da almeno vent’anni.

Prenditevi na pastiglia sentit’ammè!

Pubblicato in Stilos | 5 commenti

The catcher in the Ray*

Un giorno un uomo si toglie una scarpa a causa di una vescica ed entra nella leggenda. Un altro all’improvviso decide di ritirarsi dal mondo ed è subito mito.

Forse è un po’ meno facile di così, ma non troppo.

Siamo nell’America del XX secolo e i due uomini sono il miglior esterno sinistro di tutti i tempi, Joe Jackson (soprannominato “Shoeless Joe” per essersi presentato una volta al turno di battuta senza scarpe), e uno tra i più grandi scrittori di sempre, Jerome David Salinger.

Ad unirli è la passione per il baseball e quel rapporto ancestrale tra sport e letteratura che da sempre ha spinto gli scrittori a fissare sulla pagina le imprese degli atleti: la letteratura crea mondi, personaggi, storie, partecipa in questo senso al divino, e gli atleti sono semidei che superano i loro limiti e travalicano l’umano.

In questo caso però il legame è doppio visto che entrambi, magia della letteratura, sono i protagonisti di un romanzo bellissimo, Shoeless Joe, scritto dal canadese  William Patrick Kinsella nel 1982 e tradotto in italiano solo l’anno scorso da Marco Rossari per le edizioni 66thand2nd.

In Italia però avevamo potuto conoscere la storia raccontata da Kinsella grazie alla trasposizione cinematografica ne “L’uomo dei sogni” di Phil Alden con Kevin Costner  (1989). Agli autori del film però non viene concesso di usare il nome di Salinger e al suo posto troviamo Terence Mann (interpretato da James Earl Jones), uno scrittore distrutto dal maccartismo e poi ritiratosi a vita privata. Il film è molto bello – ha ottenuto ben 3 nomination agli Oscar e il sesto posto fra i migliori film del genere fantasy secondo l’American Film Institute – tuttavia il libro con il suo procedere lento ma vivace, e le bellissime descrizioni di un’America che appartiene ormai all’immaginario collettivo, è meraviglioso.

Il protagonista del romanzo è Ray Kinsella, un puro, un sognatore, un uomo che di diritto ha accesso al divino e al mistero e che non ha paura di inseguire i suoi sogni. Vive nell’Iowa con l’amatissima moglie e l’adorata figlioletta, ha lasciato una carriera da assicuratore per acquistare una fattoria e mettere su famiglia, la sua grande passione è il baseball, lo sport di un’intera nazione, più del calcio da noi: è una religione, una tradizione, un vincolo. Non naviga nell’oro, è il caso di dire che vive d’amore e di sogni, e poi ha quel nome che compare in uno dei racconti di Salinger, che lo fa sentire un po’ speciale. Come tutti ha un dolore nascosto, il rimpianto per il rapporto conflittuale con suo padre, che gli ha trasmesso la febbre del baseball, morto troppo presto.

Un giorno mentre si trova nel suo campo di granoturco sente una voce che gli dice “Se lo costruisci, lui verrà”.

 

«Ma era proprio una voce quella che avevo sentito? O era qualcosa dentro di me ad avere pronunciato una frase che non avevo sentito con le orecchie ma con il cuore? Perché avrei dovuto obbedire a quell’ordine? Mentre me lo chiedevo, conoscevo già la risposta. Ecco gli amori della mia vita: Annie, Karin, l’Iowa e il baseball. Il grande dio Baseball».

 

Da qui inizia il racconto on the road verso la realizzazione di un sogno, ma anche la ricerca di se stesso e del senso della vita.

Ray capisce di dover costruire un campo da baseball, di dover cercare Salinger – la solita voce gli dice anche «Lenisci il suo dolore» – e portarlo a vedere una partita di baseball, per trascinarselo dietro e fargli vedere il suo campo dietro casa, lì dove c’era il granturco.

E poi aspetta che lui arrivi, come gli ha detto la voce.

E lui è proprio Shoeless Joe Jackson, il cui guantone una volta venne definito da un famoso giornalista sportivo come «il posto dove i tripli vanno a morire», in cerca di una seconda opportunità dopo lo scandalo che ha colpito la sua squadra nel 1919, il famoso Black Sox Scandal, il momento più buio di tutta la storia del baseball: otto membri della squadra dei White Sox vengono accusati di aver venduto una partita delle World Series e tra di loro c’è anche Joseph Jefferson “Shoeless” Jackson. Alla fine verranno assolti dall’accusa ma squalificati a vita. Ancora oggi non tutto è chiaro in questa vicenda e soprattutto non è certa la partecipazione di Shoeless Joe nell’imbroglio, anche perché non solo più volte i suoi colleghi hanno escluso che fosse implicato, ma soprattutto perché sul campo ha sempre dato il massimo. Probabilmente ingenuo, analfabeta, poco scaltro com’era, aveva accettato di barare salvo poi cambiare idea e giocare come sempre per vincere.

E Shoeless Joe alla fine arriva, guarda il diamante di Ray, lo prova, e poi torna di nuovo e si porta dietro i suoi compagni, tutta la squadra dei White Sox al completo, più un ragazzino passato alla storia per aver giocato solo due inning, Moonlight Graham, poi diventato medico, anche lui scovato da Ray e condotto al suo campo per fargli rivivere il suo sogno. E insieme a tutti loro arriva un altro ragazzo: è lui che doveva arrivare davvero, è lui che Ray aspettava. Realizzando il sogno di tutti, da Shoeless Joe ai sette White Sox squalificati, da Moonlight Graham a Salinger, Ray arriva a realizzare il suo.

Shoeless Joe è un romanzo sui sogni certamente, ma anche sull’attesa, sulla passione, sull’innocenza, sulle seconde possibilità, sul perdono. E’ la storia commovente di un uomo e di un’intera nazione costruita sull’idea del ricominciare da capo e la convinzione che tutti possano farcela. Un’America che forse si è ormai allontanata dalle sue radici, ma che da qualche parte ancora esiste e continua a far sognare.

E se ami J. D. Salinger, Shoeless Joe è il romanzo che ti dà l’illusione di vederlo muovere, camminare, parlare: nemmeno per un secondo pensi che non sia lui a vivere in queste pagine, è esattamente come te l’aspetti e allora quella voce che per Ray gracchia dagli altoparlanti di un campo immaginario, per te arriva dritto da quelle pagine e ti dice: «Se lo leggi, lui verrà».

 

 

*Il titolo non è mio, ma suo.

Pubblicato in Libri | 13 commenti

90 di questi giorni

Auguri al più grande mago del mondo

E’ a lui che si deve in parte questo blog, sicuramente il titolo.

… “paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia …“

 

Pubblicato in Eventi, Libri | 4 commenti

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Pubblicato in contro-libri, Corriere nazionale, editoria, Libri, Mai più letti, Pastiglie, Senza categoria, Stilos | 11 commenti

Ego-riferita

Sul nuovo numero di Stilos trovate la mia intervista a Dan Fante in occasione della ristampa di Angeli a pezzi; una recensione del libro Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini (con cui sarò a Perugia il 27 Maggio per “iLibri. Scrittori e critici di Stilos alla Stranieri“); Zola Neale Hurston per la mia rubrica “Pastiglie” sui libri persi e quelli ritrovati, e questo pezzo su Palace of the end di Judith Thompson pubblicato dalla Neo. Edizioni.

A parte me, non potete perdervi lo speciale dedicato alle prime edizioni di libri prestigiosi e di valore. E tutto il resto, anche. Però, intanto abbonatevi, e poi andate a leggere!


P.s

Lo so, il blog ha qualche problema, al momento non riesco a risolverlo e a dire la verità non ho molto tempo per pensarci, ma se qualche volenteroso volesse darmi una mano…

Pubblicato in Libri, Pastiglie, Stilos | 4 commenti

Acqua e sale, mi fai bere

L’altro giorno Davide e io parlavamo di cosa ci aspettiamo dai libri quando li leggiamo e quindi di cos’è la letteratura, tema naturalmente affrontato più volte e sul quale ci troviamo perlopiù ai poli opposti del mondo.

A un certo punto però lui dice che a un libro ogni volta chiede: «fondimi e confondimi… spaventami» – citando una poesia di Patrizia Valduga (“Vieni, entra e coglimi”) – non mi dilungherò a spiegare cosa intenda con questo (lo farà lui, qui o altrove, se ne ha voglia), ma il senso s’intuisce, mi pare. E ancora una volta io non sono d’accordo.

A parte il fatto che una simile aspettativa farebbe fuori più della metà dei libri che amo e che considero fondamentali per me e per la letteratura in genere, ma poi io non chiedo nulla ai libri che mi riguardi, non voglio nemmeno che mi parlino, voglio una storia che mi piaccia ascoltare, una scrittura che mi faccia godere, qualche rara epifania al massimo e, se proprio aspetto di trovarmi davanti un capolavoro, che questo libro mi dica qualcosa sull’uomo che non sapevo, o che sapevo ma non sarei mai stata in grado di dire così bene.

E soprattutto non cerco ogni volta un capolavoro, ma un buon libro che mi ripaghi del tempo che ho speso a leggerlo; se poi riesce a farmi dimenticare di essere una lettrice professionista e a nascondere bene i vari artifici retorici o tecnici che si celano dietro ogni scrittura degna di questo nome, e non mi fa pensare che quella cosa o quell’altra si poteva dire con meno parole o con altre parole, o che magari l’autore poteva addirittura non dirla, allora quel libro si è guadagnato la mia riconoscenza imperitura e il suo posto nella mia personale libreria sentimentale, dove ci stanno pochi libri, ma di quelli imperdibili.

Un posto in questo scaffale privatissimo se l’è appena guadagnato Acqua di mare di Charles Simmons, un romanzo sull’amore e la morte come riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dichiaratamente ispirato a Primo amore di Turgenev; ma si tratta più di un omaggio che di una riscrittura. Lo stesso Simmons, nell’intervista che chiude il libro nell’edizione Bur, dichiara a Mariarosa Bricchi che in fondo ci sono storie già precostituite da cui tutti gli autori traggono spunti, per poi reinventarle.

Acqua di mare è un romanzo di formazione senza dubbio, ma ogni etichetta è poco utile a renderne gli aspetti più notevoli: la levità della scrittura, la precisione della parola, la perfezione di una struttura narrativa che non mostra mai cedimenti o sbavature. Solo nel modo e con le parole in cui Simmons l’ha scritta, poteva essere raccontata questa storia.

Il libro inizia dalla fine, o meglio, l’incipit fulminante contiene tutta la storia: «Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato». Simmons dice subito che è una storia d’amore e di morte che ha per protagonista un ragazzino che probabilmente sta per vivere l’ultima estate spensierata della sua vita, ci da tutte le indicazioni per immaginare gli sviluppi della trama e prefigurarci il finale; eppure, mentre leggevo il libro, e le sue descrizioni brevi e precise, i dialoghi brillanti e di tanto in tanto rivelatori, vedevo sfilare davanti a me quei personaggi – tutti, anche quelli secondari – descritti così bene attraverso gli occhi degli altri protagonisti, tanto da riuscire a immaginarli in ogni dettaglio, mi addentravo così profondamente nella storia e partecipavo tanto visceralmente alle vicende che Simmos racconta, da dimenticarmi quello che avevo appreso sin dalle prime righe e alla fine mi sono persino stupita e ho un po’ sofferto per il drammatico epilogo della vicenda. La trama ha poca importanza: durante un’estate in un’isola dell’atlantico un ragazzino s’innamora, per la prima volta, di una bellissima straniera più grande di lui di qualche anno e scopre che lei invece è presa da qualcun altro; alla fine il padre del protagonista muore cadendo fuori dalla barca su cui hanno trascorso gran parte del loro tempo insieme (ci sono poi un altro paio di elementi che però taccio per non rovinarvi la lettura).

Anche l’ambientazione, ad eccezione della presenza costante del mare, è del tutto ininfluente ai fini della storia, tanto che Simmons ha scritto questo libro a sessant’anni suonati nel 1998, ambientandolo però nel ’63, ma potrebbe benissimo essere stato scritto nell’800, come Primo amore di Turgenev, o essere ambientato ai giorni nostri: cambierebbe poco, perché a rendere questo romanzo così straordinario, è la maestria dell’autore, la sua capacità di racchiudere il dramma in poche pagine e di farlo esplodere senza deflagrazione, come una bomba sotto la superficie di quell’acqua di mare che s’increspa leggermente e poi s’innalza per ricadere infine placida su se stessa e continuare a scorrere; è la sensazione agrodolce che si prova sfogliando le pagine, la malinconia per un amore non corrisposto e per un altro, forse più grande, quello del protagonista per il padre, che viene messo a dura prova fino all’epilogo definitivo che lo cristallizzerà per sempre («ora io sono più vecchio di papà quando annegò. Non so perché mi sento ancora un bambino»); è il sapore di salato sulle labbra e sulla pelle che Simmons riesce a rievocare alla perfezione, e del quale non si riesce a distinguere la provenienza: se l’acqua di mare o le lacrime.

E’ un romanzo costruito sulla parola, sulla scelta della frase più adatta a rendere questa o quella sensazione, un’emozione anche piccola, un sentimento, dettagli e sfumature che tutti insieme restituiscono un mondo e il senso della tragedia che si sta per consumare: «credo che una delle attrattive della scrittura, per me, sia il fatto che devo dire le cose una volta sola. Prendere o lasciare» – dice Simmons a Bricchi, e ancora – «per me la frase è l’unità di misura del senso».

Solo due considerazioni a margine: com’è possibile che uno scrittore così grande non sia stato tradotto in Italia fino al 2007 (da Massimo Bocchiola), quando è stato sdoganato proprio con Acqua di mare, che è l’ultimo romanzo che ha scritto, ma al suo attivo ne aveva già altri quattro, uno dei quali gli è addirittura valso nel 1964 il William Faulkner Award? E poi, se un libro così fosse finito sulle scrivanie della maggior parte degli editor delle nostre case editrici, l’avrebbero pubblicato, riconoscendone il valore e la bellezza? O invece, avrebbero chiesto delle modifiche nel senso di una maggiore caratterizzazione geografica e temporale, una più forte rappresentazione della crisi della famiglia, o magari l’introduzione di un qualche elemento di denuncia sociale?

Io una risposta a queste domande ce l’ho e credo di avere anche abbastanza ragione, ma lascio a voi l’ardua sentenza e soprattutto la lettura di un libro bellissimo.

Pubblicato in Libri | 9 commenti