Se una mattina d’inverno un editore…

8 febbraio 2010

Francesca mi telefonò verso le nove di sera. Avevo cenato con delle sarde marinate che avevo messo in frigo il giorno prima, e stavo lavando i piatti. Ingoiai l’ultimo sorso di vino e misi a mollo anche il bicchiere, poi mi allungai e afferrai il cellulare dal tavolo.

“Ce ne hai messo a rispondere”, disse.

“Ciao. Non era un momento opportuno”, risposi.

“Avevi una donnaccia per le mani?”

“Come ti permetti? In casa mia entrano solo signore di classe”.

Rise, e mi sembrò di vedere le sue fossette scavarle un po’ le guance.

“Capisco”, disse poi. “Una più una meno, ti va di aggiungermi alla lista per stanotte?”

“Fammi pensare. Sì”.

“Grazie maestro. Ci vediamo fra mezz‟ora”.

“Ti aspetto. E vorrei farti presente che donnacce lo diceva mia nonna, un secolo fa”.

“Tua nonna la sapeva lunga”, rispose, e riattaccò.

Finii di pulire in cucina e andai a gettare uno strofinaccio ormai fradicio in mezzo ai panni sporchi, poi mi versai un bicchierino di grappa. Avevo conosciuto Francesca quattro anni prima. Ogni tanto accompagnava suo nipote Ettore a scuola, ed era la zia con le gambe più belle che avessi mai visto. Non immaginavo che mi avrebbe fatto gli occhi dolci, mi ci era voluto un po’ ad accorgermene. Avevamo cominciato a uscire insieme, e non avevo mai smesso di trovarla affascinante, e spiritosa. Metà del suo guardaroba era da tempo nel mio armadio e in aprile, quando aveva compiuto quarantacinque anni, le avevo regalato un piccolo anello di oro rosso che era appartenuto a una specie di principessa francese del ‘700, almeno a sentire l‟antiquario che me lo aveva venduto.

“E‟ una proposta di matrimonio?”, mi aveva chiesto Francesca con il suo tono allegro e guardingo.

“Meglio ancora. E‟ un gesto d‟amore”, le avevo risposto.


Questo brano è tratto da un manoscritto bellissimo in cerca di editore. Stiamo valutando delle proposte, ma secondo me merita parecchio di più perché è un romanzo divertente, originale, ironico e anche commovente in alcune parti , e  poi il suo protagonista, cinico quanto basta e tenero quel pizzico necessario e sufficiente a perdonargli quasi ogni cosa, è un tipo che uno vorrebbe conoscere davvero per potergli telefonare quando gli gira (cit. in omaggio, ovviamente). E ditemi se non ho ragione leggendo questo brano! Quindi ho pensato che non sempre è Maometto che deve andare alla montagna, ma la montagna può ben muoversi in casi straordinari per cercare Maometto e io le facilito le cose rendendole – pubblicamente – nota l’esistenza di questo inedito da non lasciarsi scappare.

Dunque, per chi - possedendo (o lavorando per) una casa editrice che paga dei begli anticipi, cura i suoi scrittori come si deve e riconosce sempre i diritti sulle copie vendute – volesse saperne di più: parliamone! Sapete dove trovarmi.

(No, non ho cambiato mestiere e non faccio l’agente letterario ora, ma proprio perchè continuo a leggere e scrivere di libri,  e mi passa sotto gli occhi così tanta monnezza edita o inedita, ora che ho per le mani questo manoscritto che ho amato molto, voglio vederlo in libreria e sui giornali, il più presto possibile).

Il florilegio (cit. arcaica)

21 gennaio 2010

Lo dico sempre: faccio fatica ad aggiornare il blog, a seguire quello che succede in giro, curo solo il tumblr perché mi diverte ed è immediato, mentre anche la mia farm su Facebook ormai è avviata al fallimento.

Prometto che sarò più costante con la mia rubrica di libri, anche perché se non dovessi essere precisa e puntuale nemmeno con una delle cose che volevo di più al mondo, sebbene la “Posta del cuore” di Natalia Aspesi resti il mio traguardo massimo, allora forse dovrei ritirarmi qualche anno in Tibet – senza Brad Pitt, Davide stai tranquillo! Poi lo sai che non è il mio tipo – per riflettere a lungo su quello che davvero voglio fare della mia vita, perché comincio a credere di non essere molto equilibrata in questo.

Ma sto diventando troppo ombelicale per i miei gusti e quindi torniamo a bomba, e tutto questo era per dire che se potessi riempire questo blog con le email che ricevo e i carteggi che si creano con alcune persone in certi momenti e, non so davvero spiegarmi il perché, ma mi capitano spesso situazioni anomale o divertenti o bizzarre, avrei risolto qualsiasi problema di fidelizzazione del lettore e di gestione del poco tempo che mi lascia il resto della mia vita e potrei tranquillamente giocare a Tetris, mentre le statistiche circa i miei accessi al blog crescono in maniera esponenziale.

Uno di questi carteggi posso riportarlo con il beneplacito dell’altra protagonista, che anzi è ben contenta di essere citata e riconosciuta: infatti secondo me è completamente pazza, ma di quella pazzia che rasenta il genio e io la trovo simpaticissima.

Andiamo con ordine.

Mentre mi occupo di promuovere Stilos con l’invio del comunicato stampa e del banner per gli abbonamenti alla rivista, mi arriva una risposta all’email del comunicatgo con l’oggetto cambiato rispetto all’originale: 

Oggetto: Re: “Stilos: la rivista dei libri” torna in edicola a fine Gennaio – e nel frattempo e’ nata la Neo Edizioni

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.07

 Salve,

mi chiamo Isabella Tramontano e curo l’ufficio stampa della casa editrice abruzzese NEO edizioni.

Sono contenta che voi torniate in edicola, vi leggevo, e la cosa mi ha fatto anche riflettere sorridendo: quante cose accadono mentre noi non ci siamo, anche se usciamo per poche decine di minuti. In questi due anni vi comunico che siamo nati noi, la NEO.

Stiamo avendo un discreto successo, ma 24 mesi son pochi per gridare vittoria. Sarei contenta se voi deste attenzione alla nostra casa editrice, secondo me siamo bravi, se può valere. Ora come ora, vorrei che leggeste il libro del nostro autore (omissis). Pronta a inviarvelo.

In attesa di un bel pezzo su di me, addetto/a stampa (sui generis?)

Aspetto Vostre,

Isabella

Dopo un primo momento di perplessità comincio a ridere e rispondo subito all’addetta stampa sedicente-sui generis:

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.13

A: isabella

 Ciao Isabella,

Intanto in bocca al lupo per il vostro lavoro.

Innanzitutto ti comunico che ti rispondo a titolo personale e non come redattrice della rivista, perché mi hai fatto sorridere con questa tua email e quindi se vuoi mandarmi il libro del vostro autore sarò lieta di leggerlo e poi decidere se parlarne o meno su Stilos.

Puoi inviarlo a (omissis)

Posso prendere un pezzo della tua email e pubblicarla sul mio tumblr? E’ divertente :-D

 buon lavoro

Seia

Lei mi risponde dopo 2 minuti, si vede che la nostra vita sociale al momento langue pesantemente:

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.15

A: Seia

ti mando tutto e ti chiedo di farmi felice.

mi citerai? anche no, eh.

grazie,

Isabella

Queste parole mi fanno pensare al “Coprimi di soldi” che è il tormentone in “Jerry Maguire” con Tom Cruise e, come tutto quello che mi fa pensare a Tom Cruise, mi piace e a questo punto sono già conquistata alla causa Montanaro

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.19

A: isabella

Certo che ti citerò! Secondo me il problema della maggior parte delle case editrici italiane a parte la qualità degli autori, scarsa nel 95% dei casi è anche l’incapacità di chi ne cura gli uffici stampa, poco motivati, per niente attivi, nessun’iniziativa, non seguono i loro autori, tu sei troppo simpatica e anche molto intraprendente quindi, a prescindere da come sarà il libro, ti meriti tutto il meglio.

Quanto a farti felice, non prometto nulla, probabilmente non mi conosci e non hai letto i miei pezzi su carta o su blog, ma passo per essere una vera stronza con gli esordienti italiani, quindi… :-D

S.

 Da: isabella

 Date: 13 gennaio 2010 20.23

A: Seia

azz.

ora ti svelo una dinamica delle case editrici italiane: se il pezzo e’ brutto l’addetto stampa viene chiamato in una stanza buia e lasciato lì in isolamento per giorni.

vuoi questo per me?

Io scrivo per una rivista on line, Novamag.it, e ricevo molti comunicati stampa e  concordo: sono noiosi, tutti uguali per tutti. ma lo stesso addetto non si rompe?

Io effettuo delle vere e proprie prestazioni comunicative ogni volta.

Dove posso leggerti?

Isabella

 “Prestazioni comunicative” mi ha prostrato l’ammetto, ma lei è troppo forte e quindi continuo a cedere.

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.41

A: isabella

 Non pensare di farmi sentire in colpa, chi promuove un brutto libro che intasa un mercato già saturo di monnezza si merita questo e altro :-D

Conosco Novamag.it, la leggo qualche volta, non è male. E un po’ il lavoro di addetta stampa mi è capitato di farlo in passato quando ho iniziato anni fa con la prima rivista letteraria e cercavo di essere originale con i comunicati e ora lo faccio solo per promuovere autori ai quali mi dedico  esclusivamente perché ci credo, o per Stilos che ha bisogno di essere rilanciato al momento.

(omissis)

Puoi leggermi su (omissis, l’elenco è noioso e non ha a che vedere con la nostra storia). Domani faccio un post con questo scambio di email, magari sistemandole un po’, ma mantenendone lo spirito e lo faccio leggere prima di pubblicarlo così vediamo se approvi o meno :-)  

Seia

Lei che ha capito che ormai mi ha in pugno, anche perché dei titolari degli uffici stampa italiani quelli che mi piacciono si contano sulle dita di una mano, umanamente e professionalmente, il migliore resta Stefano Fedele, che prima era in Donzelli e poi in Avagliano e ora si occupa in gran parte d’altro, restando sempre nella comunicazione; e poi ho un’ammirazione sconfinata per l’ufficio stampa di Miminumfax, il precedente e quello attuale, che creano rumore e eventi intorno ai libri della casa editrice, e ha contribuito non poco a farla diventare in poco tempo una casa editrice di penso sul mercato italiano. E questo, nonostante io non condivida la pubblicazione di più di metà dei loro libri. Molto brave sono poi Silvia Tessitore di Zona Editore, Lucrezia De Palma che ora purtroppo lavora per la Coniglio editore e i libri che mi propone di solito non sono il mio genere (e non dovrebbero essere il genere di nessuno a dire il vero) e Fiammetta Biancatelli di Newton Compton. E la maestra per me, anche perchè viene dal giornalismo è Stefania Nardini, che di esperienza nella comunicazione (e non solo) ne ha da vendere. Molti addetti stampa invece sono sbrigativi, noiosi, pedanti, maleducati, ripetitivi, per niente appassionati, poco attenti, incapaci di coinvolgerti e di farti incuriosire ai libri che ti presentano e che secondo me loro per primi non hanno letto o non leggerebbero. E poi scrivono questi comunicati tutti uguali, poco brillanti, poco accattivanti, per niente studiati. 

Come dicevo, Isabella ormai ha capito di avermi impugno e quindi raddoppia la posta! 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.46

A: Seia

Non per Stilos, ma per le altre pagine bianche che riempi, ti allego la scheda di un libro nostro che amo molto. Fammi sapere, obiettiva e cruda come mi sa sei.

(sai che io ho affossato un nostro libro? mi vergognavo di parlarne…)

 Tra donne: quanti anni hai?  Io 33.

 Sistema, taglia cuci, fai tu.

Isabella 

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.48

A: isabella

Ne ho 34 e ti sei dimenticata l’allegato! :-D  

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.53

A: Seia

Evvai!

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.05

A: isabella

Capita sempre anche a me :-)

Dalla scheda mi pare interessante: è già uscito?

 

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.09

A: Seia

Dicembre, ma – visto il tema, com’e’ scritto – e’ sempre attuale.

Pensa, è stato messo in scena al piccolo di milano, e forse la prossima iraquena sarà  Ottavia Piccolo.

Quando l’ho letto e sono rimasta in trance per due giorni.

te lo mando, ja.

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.13

A: isabella

  :-)

ok, qualcosa mi dice che mi piacerà più questo dell’altro, ma li leggerò tutti e due ja :-D

S.

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.15

A: Seia

Ahahaha.

Buona serata e grazie,

Isabella

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.16

A: isabella

Buona serata anche a te :-)

 S.

I due libri mi sono arrivati subito, e siccome il mio istinto quasi mai mi tradisce, già so che il secondo libro è quello che mi piacerà parecchio, ho fatto il mio test delle dieci pagine lette a caso qui e lì e nemmeno una mi ha deluso. L’altro è molto esordiente, molto italiano, molto poco per me (e per tutti penso, ma come promesso lo leggerò tutto prima di parlarne bene o male o d’ignorarlo, a parte un veloce feedback alla fantastica Isabella, che secondo me tutte le case editrici dovrebbe correre per cercare di accaparrarsela come ufficio stampa).

Qualche stralcio dal libro che mi pare notevole, Palace of the end, una piéce teatrale scritta da Judith Thompson - che conoscevo già per la sceneggiatura del film “L’altra metà dell’amore” – che racconta in tre monologhi il conflitto in Iraq prendendo il punto di vista, o meglio immaginandolo, di tre personaggi realmente esistiti e che con questa guerra hanno avuto molto a che fare:

Mi chiedo se mi manderanno al gabbio per otto anni come Charlie. E’ strano, sapete, se le cose andavano in un altro modo, invece di star qua in ufficio e aspettare il processo, avrei potuto avere anch’io un telefilm che parla di me. Lei è veramente un eroe e sapevate che anche lei viene dal West Virginia? Sì, credo che Jessica Lynch è l’idolo degli americani. Io invece sono il segreto dell’America gridato al mondo intero e loro no, mica ne sono  contenti.

A parlare qui è Lynndie England, la soldatessa americana fotograta mentre seviziava alcuni dei prigionieri del campo di tortura di Abu Grahib.

Il mio albero di datteri non è bellissimo? Ci sono più di trecenta varietà di datteri. Potete immaginarlo? Quando ero incinta del mio primogenito volevo provare ogni tipo di dattero, ma mi sono fermata a cento. Si, cento varietà. Veramente, tutti hanno pressappoco lo stesso sapore, ma non dite a un iracheno che ho sostenuto questo!!!

Sapete per centinaia, migliaia di anni, i datteri con il latte di cammello erano la dieta dei Beduini, proprio come le patate erano la dieta degli irlandesi.

Rovinare questo albero è imperdonabile. Nell’antichità un militare diceva: “Non uccidere una donna, un bambino o un vecchio. E non tagliare un albero“.

Cos’è successo? Ormai è solo un gioco. E’ un danno collaterale.

E’ la voce di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena e moglie di un oppositore di Saddam Hussein.

Si, credo decisamente di non sbagliarmi su questo libro.

That’s all folks.

A volte ritornano (magari un po’ cambiati)

13 gennaio 2010

Stilos, il magazine dei libri” torna in edicola dopo due anni di assenza con un formato e una grafica rinnovati: sarà un mensile di 130 pagina a colori e non si occuperà solo di letteratura. 
 «In una stagione che ha segnato la chiusura di altre testate culturali e penalizza sempre più il mondo dei libri» dice Gianni Bonina, fondatore e direttore della rivista «Stilos vuole provare a dimostrare che, ovunque  andrà, il mondo finirà sempre in un libro». 

La rivista sarà in edicola alla fine di Gennaio e io avrò (anche) una rubrica fissa, anzi una rubrichetta, come dice il direttore, bontà sua, sui libri persi e ritrovati: Pastiglie è il suo nome, molto carino no? (Grazie a chi l’ha suggerito).

Qui c’è il comunicato stampa ufficiale e cliccando sul bannerino qui sotto si arriva direttamente alla pagina degli abbonamenti: perché ricevere la rivista direttamente a casa è tutta un’altra cosa! E costa anche meno.  

 

Per informazioni:

www.stilos.it
Editoriale Stilos s.r.l.
Partita Iva 04736270879
N. Rea Cciaa Ct-315766
Via Gabriele D’Annunzio 13, 95100 Catania
Telef. 095.551614
Telefax 095.7040970
Direttore responsabile
Gianni Bonina
Direzione direzione@stilos.it
Redazione redazione@stilos.it
Amministrazione info@stilos.it
Pubblicità inserzioni@stilos.it
Abbonamenti abbonamenti@stilos.it

Speriamo che tenga*

9 gennaio 2010

Pensavo a Wislawa Szymborska prima di dare inizio alle danze lunedì scorso al “Colosseo Nuovo Teatro“: presentavo Storie dalla fabbrica, una evento dedicato al confronto tra due libri diversi tra loro, scritti a distanza di trent’anni, Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e Cera per le sirene di Alberto Ragni, che però parlano entrambi di fabbriche e operai.

L’idea mi è venuta qualche mese fa perché i due libri sono legati non solo da aspetti relativi ai rispettivi protagonisti, gli operai di fabbriche in difficoltà, ciascuno con la propria vita e i propri problemi, ma anche perché Alberto ha preso il titolo del suo romanzo e la poesia che ha messo in epigrafe al volume proprio dal libro di Di Ciaula, e io poi ho letto Tuta blu proprio perché è stato Alberto a regalarmelo anni fa.

A parte questo i due romanzi sono completamente differenti. Di Ciaula racconta un mondo che sta cambiando, in peggio, il passaggio dalla vita contadina a quella industriale; è quasi un monologo il suo, un’invettiva in forma di diario contro l’ingiustizia di una vita sacrificata alla fabbrica, al lavoro senza tutele, all’alienazione di giorni sempre uguali. C’è l’amarezza, l’amarcord e la poesia nelle sue parole, ma soprattutto la rabbia di un uomo che deve lottare per non perdere la propria dignità in nome del progresso, della produttività, del profitto.

Alberto scrive invece di un giovane operaio che sta per perdere il lavoro, ma che ha una vita al di fuori delle pareti della fabbrica, una sorella con cui vive un curioso rapporto fatto di malizia e ironia, una quasi ex-fidanzata dai seni grandi quasi quanto la sua indecisione circa il loro rapporto, un vicino di casa paranoico e strambi colleghi di lavoro con cui cucina la trippa durante il turno di lavoro e gioca a carte nelle pause. E anche gli aspetti più seri legati alla probabile dismissione dello zuccherificio in cui lavora, sono raccontati con un’ironia amara ma leggera, che fa sorridere e commuovere allo stesso tempo. Penso per esempio agli operai che di notte rimontano ciò che di giorno viene smontato per chiudere definitivamente lo stabilimento, come estremo tentativo di ribellione, inutile ma liberatorio e soprattutto “legale”, loro costruiscono, non sono mica dei vandali in fondo.

Di eventi culturali – tra presentazioni, convegni, poetry-slam, conferenze – ne ho organizzati parecchi in passato, soprattutto con “Origine” non facevamo che promuovere iniziative e incontri a diverso livello, ma sono sempre stata dietro le quinte, inviavo e scrivevo comunicati, invitato persone e personaggi (solitamente c’è una gran differenza tra le une e gli altri), controllavo che tutto procedesse per il meglio e poi mi sedevo tra il pubblico a godermi lo spettacolo, limitandomi a dare qualche indicazione, se necessario.

Lunedì invece ho dovuto sedermi sul palco davanti al pubblico dopo aver organizzato tutto e mentre cercavo di contenere il panico, mi sono tornate alla mente queste parole della scrittrice polacca in “Serata d’autore”, contenuto nella raccolta Vista con granello di sabbia. Poesie (1957 – 1993):

“Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa…”

In realtà nella platea del bel Teatro Nuovo Colosseo c’erano ben più di dodici persone, qualche amico, nessun parente – se si esclude Davide che ha sostituito Tommaso Di Ciaula assente giustificato per una leggera indisposizione – e diversi sconosciuti che hanno mostrato di gradire la serata.

Come mi succedeva durante gli esami all’università la cosa peggiore è stato l’attesa che ha preceduto l’evento: è stato come prima dell’appello del professore, mentre una volta che hai deciso di varcare la soglia dell’aula e ti siedi davanti all’esaminatore ti dimentichi di tutto e pensi solo a portare a casa il miglior risultato possibile. E credo che ci siamo riusciti.

Davide è istrionico, il palco è il suo territorio naturale, il pubblico lo esalta, leggere brani suoi o di altri, con il piglio del grande attore o del poeta che vive ciò che legge, è uno dei suoi talenti.

Alberto è stato simpatico e brillante, è stato se stesso in pratica, ma senza quella leggera ritrosia o timidezza che mostra a volte nella vita: si è preso la parola quando gli pareva (e riuscire a zittire Davide senza litigarci non è impresa da tutti) e ha giocato di sponda o assestato un bel colpo ad effetto a seconda dei momenti e sempre quando era giusto farlo. Ha scelto di leggere brevi brani del suo libro, ma li ha selezionati con cura, c’erano anche alcuni dei miei preferiti e quasi non ci eravamo messi d’accordo. E a un certo punto mentre cercavo di dare qualche informazione generale sulla letteratura operaia e quella industriale e d’inquadrare storicamente e criticamente il fenomeno – in fondo sono o non sono un critico letterario in progress? – a tradimento quasi, ha calato il suo asso di bastoni citando una canzone di Umberto Tozzi del ’77, “Gesù che prendi il tram”, che potrebbe essere la vera origine dell’espressione “tuta blu” per indicare convenzionalmente l’’operaio, visto che è uscita un anno prima che il libro di Di Ciaula fosse pubblicato.

Ora a me chi ha inventato per primo l’espressione “tuta blu” non è che importi molto, il romanzo di Di ciaula resta importante per molti altri aspetti, ma che Tozzi abbia scritto una canzone impegnata che recita:

“Gesù che entri nei bar / Insieme col mattino Cornetto o cappuccino / tu lo sai Che troppi figli hai / Gesù che in fabbrica vai / tuta blu Compagno Gesù / C’è un uomo in meno una vedova in più”

mi ha scioccato. Meno male che ho imparato da Pippo Baudo (ma soprattutto da Milva) che the show must go on e sono andata avanti nonostante il trauma.

Della serata mi resterà la pioggia che ha creato non pochi problemi; il rosso acceso delle poltroncine del teatro; i fari che illuminavano il palco accecandomi; le mie amiche in prima fila a sostenermi; una bellissima cartolina in bianco e nero del mercato dei libri a Barcellona nel 1915; Alberto che prende alla lettera le richieste di “firmare la copia del tuo libro” fatta da chi le ha comprate e le sigla una per una con il suo nome e cognome senza aggiungere una dedica, un pensiero, una frase da navigato scrittore; la spilla da balia strategica che teneva insieme la scollatura troppo audace della mia camicetta e che a un certo punto ha deciso di abbandonarmi, rischiando di farmi ripetere l’esperienza di Patsy Kensit a SanRemo, solo che mutatis mutandis, c’è da dire che la Kensit porta una prima scarsa, qui invece parliamo di ben altro, ma il pericolo è stato miracolosamente scongiurato.

A parte i ricordi e i ringraziamenti a chi ha permesso di realizzare la serata, a chi è intervenuto, a chi non c’era ma avrebbe voluto esserci (e un pensiero a chi mi ha creato solo problemi), quello che ancora porto con me, è una brutta bronchite dovuta all’umidità della serata e al freddo preso durante la cena del dopo evento, che in pratica mi ha privato di qualsiasi capacità respiratoria e mi ha segato via le corde vocali.

Una serata che non dimenticherò mai, soprattutto se non dovessi riacquistare mai più la mia bellissima voce!

Ah, dimenticavo, in prima fila non c’era nessun vecchietto che sognava dolcemente la moglie e una crostata di prugne. Peccato. 

 

 

* è stato il leitmotiv di tutta la mia giornata: “speriamo che tenga” il tempo, la spilletta, il tacco 10 degli stivali, il palco, il faretto sopra la mia testa, il tendone all’esterno del ristorante sotto la pioggia, e soprattutto il mio cuore che a volte perdeva i battiti, ma questi sono fatti più miei, dei miei raccontati fin qui. (Citazione di Speriamo che tenga di Moni Ovadia, naturalmente).

Ci si vede lunedi alle 19 al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, no?

1 gennaio 2010

Iniziamo l’anno nuovo insieme? 

Il 4 gennaio, ho organizzato a Roma un incontro dedicato alle storie che parlano di gente che lavora in fabbrica. E infatti si chiama STORIE DALLA FABBRICA.
 
Ci saranno due scrittori,
Tommaso Di Ciaula e Alberto Ragni, che hanno scritto due romanzi che – a distanza di trent’anni l’uno dall’altro – raccontano appunto le vicende di alcuni operai.
 
Tommaso Di Ciaula ha scritto
TUTA BLU (pubblicato da Feltrinelli nel ‘78, con la prefazione di Paolo Volponi, e nel 2002 dall’editore Zambon), un romanzo che sin dalla sua prima uscita, si è imposto a pubblico e critica perché dava voce agli operai, essendolo lui stesso, e più di ogni altro ha saputo raccontare chi erano, cosa volevano, cosa pensavano, quegli operai.
Tant’è che se oggi noi li chiamiamo “tute blu”: è soprattutto per questo libro.
 
Alberto Ragni è l’autore di
CERA PER LE SIRENE, un romanzo di cui ho già scritto (mentre qui c’è un’intervista) - ma ho scritto anche di Tuta blu qualche anno fa - che parla di operai dei giorni nostri: che è già una cosa notevole di per sé. Oggi, se in un romanzo si parla di lavoro, di gente che lavora, si parla di gente che sta in un call center. Oppure di manager, imprenditori, palazzinari, professionisti, impiegati pubblici, insegnanti o di precari a qualsiasi livello. Gli operai sembrano spariti o quasi, perlomeno dalla letteratura. Invece, nel romanzo di Alberto Ragni, ci sono. E c’è anche dell’altro.
 
Quella del 4 gennaio, sarà una serata di letture e di chiacchiere, in un bel teatro – il
Teatro Nuovo Colosseo di Roma, che si trova in via Capo d’Africa 29/a. Si comincia alle 19.
 
Due parole sul Teatro Nuovo Colosseo: a parte la ci sono delle enormi cineprese d’epoca a decorare la hall come fossero delle installazioni artistiche, ma non è di quelli enorm, in cui ci si perde dentro. Si ha la sensazione di stare tra gente che si conosce già. Ecco, a noi piacerebbe che fosse una serata in cui chi partecipa si sente così, in mezzo a gente che conosce. Ci saranno Tommaso e Alberto che leggono delle cose, ci sarò io che li faccio chiacchierare un po’ tra loro, e con voi. In pratica proveremo a raccontare delle storie.
 
Vi invito a esserci e, se potete, anche a dire in giro che ci sarà questa serata. L’ideale sarebbe tutt’e due le cose, ça va sans dire.

Se avete un account su Facebook qui c’è la pagina dell’evento (e se avete un account su FB e giocate anche a Farmville diventiamo neighbours!)

Qui invece c’è il bellissimo comunicato stampa ufficiale.

Qui alcune pagine del bel libro di Alberto e qui un bell’omaggio a Tommaso Di Ciaula.

————————
 
Per informazioni:


seia.montanelli@gmail.com
 
Colosseo Nuovo Teatro
www.e-theatre.it
Via Capo d’Africa 29/a
00184 Roma
Info: 06 7004932
Ufficio Stampa: 366 1915226
Email:
colosseonuovoteatro@e-theatre.it
info@e-theatre.it

 

Storie dalla fabbrica

Un libro che peggio me sento

15 dicembre 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog - ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume - a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi - ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

Seconda visione (probabilmente anche meglio della prima)

13 dicembre 2009

Per chi avesse perso il bellissimo spettacolo ideato e interpretato da Silvio Castiglioni al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, di cui ho scritto giorni fa, c’è una secondo possibilità per godere della straordinaria bravura di Castiglioni e dell’abilità drammaturgica di Andrea Nanni, perché Lunedi 14 dicembre alle 21, in diretta per Rai Radio 3 dalla Sala A di Via Asiago10 – sempre a Roma, mi spiace per i non capitolini -  andrà nuovamente in scena Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij e a seguire, al posto di Casa d’altri, che io ho visto, verrà messo in scena, Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori, che ho letto ma non ho mai visto recitare e così rosico un po’ perchè forse non riuscirò ad esserci per motivi legati al lavoro, ma voi siateci numerosi! L’ingresso è libero su prenotazione (chiamare lo 06 3722231 o scrivere a ilconsiglioteatrale@rai.it).

Riporto dal comunicato stampa:

Domani ti farò bruciare invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
Il vampiro una confessione mancata; dal racconto di J.W.Polidori
 
ideazione e interpretazione Silvio Castiglioni
drammaturgia Andrea Nanni; suono Gianmaria Gamberini; regia Giovanni Guerrieri
Produzione Celesterosa e I Sacchi di sabbia
 
Interverranno Fausto Malcovati, Andrea Nanni, Giovanni Guerrieri

A cura di Antonio Audino e Laura Palmieri

Lo scorso anno questi stessi artisti erano presenti nella stagione teatrale in diretta di Radio 3 con Casa d’altri, tratto dal racconto omonimo di Silvio D’Arzo. Il lavoro della compagnia è proseguito poi con la messa in scena di Domani ti farò bruciare (ispirato a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij), e ci sembrava opportuno offrire ai nostri ascoltatori e agli spettatori della sala A l’opportunità di seguire il filo di riflessione che si viene componendo attraverso i due lavori che a teatro vengono ormai presentati l’uno di seguito all’altro.

Così Silvio Castiglioni spiega le ragioni di questa scelta

“Alla sommessa domanda di una vecchia che vorrebbe uccidersi per liberarsi da una vita di stenti, come accade nel racconto di D’Arzo, fa eco la furente requisitoria di un demone che, invece, vorrebbe incarnarsi. Se la resa alla morte lascia il posto alla tentazione di vivere, intorno a entrambe queste figure prive di un posto sulla terra risuona il sibilo di una lama che separa vita e morte, umano e divino. Una lama che ci gira intorno come un satellite dall’orbita cieca, incurante del vuoto di senso che non riusciamo a colmare”.

Domani ti farò bruciare nasce da suggestioni tratte da due capitoli – Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič – dei Fratelli Karamazov, testamento spirituale di Fëdor Dostoevskij. Non si tratta di un monologo ma di un dialogo negato, un’invettiva violenta e malinconica. Un presto con fuoco in bilico tra il sublime e il burlesque. Un finale di partita tra un demone di mezza tacca e un Cristo che non apre bocca. Un interrogatorio che si rivela una confessione. Uno specchio ustorio in cui vittima e aguzzino finiscono per fondersi in un’unica figura.

A completare un ideale trittico sospeso tra cielo e terra, tra santità e perdizione, tra diabolico e divino, segue poi, nello spettacolo di questa sera, Il vampiro, ispirato all’omonimo racconto scritto nel 1819 dal ventunenne John William Polidori, segretario di Lord Byron che inventò la figura del “non spirato” secondo un modello che avrà immensa fortuna nella letteratura e nel cinema fino ai nostri giorni. Qui il gotico si fa specchio di una sensibilità intrisa di crudeltà in una sorta di sinistro romanzo di formazione dove si intrecciano orrore e seduzione. In un lungo flashback ripercorriamo le tappe di un viaggio iniziatico che parte dalla Londra del bel mondo, attraversa le rovine di Roma e di Atene per poi tornare a Londra secondo una struttura circolare che non chiude il racconto ma apre una spirale vertiginosa in un moltiplicarsi di riflessi illusori e di maschere sociali dietro le quali affiorano pulsioni inconfessabili.

Non perdetevel!

Di fiere, bei libri, gravi perdite e buffoni

8 dicembre 2009

Ieri è stato giorno di fiera, erano anni che evitavo di andarci fuggendola come la peste, e dopo averci trascorso più di tre ore ho ritrovato tutti i motivi per i quali preferisco perderla, ma ne ho scoperti di nuovi che magari mi spingeranno a tornarci l’anno prossimo (qui e qui le puntate precedenti).

Intanto non c’è un orario o un giorno buono per evitare la calca: in Italia pochi leggono ma tutti vanno alle fiere dei libri. Questi tutti sono per lo più addetti ai lavori o gente che vorrebbe diventarlo o che si spaccia per tale solo perché magari ha un blog che non legge nessuno in cui ogni tanto parla di libri, o possiede un account su Anobii (e a questo punto vorrei spezzare ora una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro Il tarlo della lettura - che contiene proprio una selezione, diciamo così, delle migliori recensioni presenti sul sito – perché a parte la qualità perlopiù terribile dei pezzi, con pochissime eccezioni, l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli, forse per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco, non so).

Poi naturalmente ci sono anche i veri lettori che cercano tra gli stand le chicche più golose, quelle che di solito in libreria non ci sono o sono malissimo esposte, e li vedi aggirarsi furtivi e svelti come ninja pronti ad accaparrarsi un inedito appena pubblicato, uno scrittore semisconosciuto sdoganato da poco, uno conosciuto ma dimenticato, un autore dal nome impronunciabile che è un bestseller in qualche sperduta repubblica dell’ex Unione Sovietica, una certa edizione rara tirata in trecento copie, una stampa, un libro illustrato. Io ci ho messo del mio visto che quando sono andata a comprare il romanzo dell’ultimo Nobel per la letteratura, Herta Müller, e l’ho chiesto alla tipa che stava allo stand della “Keller Editore“, l’ho chiamato Il paese delle prugne secche, anziché verdi, ma quella manco se n’è accorta, penso si stesse limando le unghie o pensasse di doverlo fare, non mi ricordo bene.

Gli espositori che ho preferito come sempre, sono quelli di libri per bambini, mi sarei portata a casa tutti quei libri colorati e le stampe che sembrano veri acquerelli; gli editori peggiori quelli che restano piccoli o medi, ma si danno arie da grandi perché hanno trovato un filone d’oro, di solito oro di Bologna – quello che si fa nero per la vergogna, afferma il detto popolare -, che gli consente di guadagnare molti soldi al minimo dello sforzo creativo o qualitativo; o quelli che hanno un bel catalogo accompagnato però di solito a una spocchia insostenibile. Per non parlare poi di quelli che sembrano non sapere nemmeno perché si trovano dietro un banchetto con dei volumi davanti all’interno di una grossa area espositiva, con della strana gente che gli pone delle domande alle quali rispondono stupiti e distratti a monosillabi, e tu non puoi fare a meno di chiederti se siano abbastanza alfabetizzati da leggerli i libri che pubblicano.

Menzione d’onore per “duepunti Edizioni” per il catalogo e la grafica editoriale e anche per gli editori brillanti e simpatici che indossavano festosi grembiuli rossi perché pare abbiano anche offerto da bere e mangiare a chi si fermava da loro; per “Alet Edizioni”, che non solo vanta una delle vesti editoriali più belle che ci siano al momento in Italia e un catalogo foltissimo di bei libri, ma può contare sulla passione di Giulia Belloni, neo-editor della casa editrice (già in forza a “Meridiano Zero” con la collana ”Gli intemperanti”) per la quale curerà la nuova collana italiana “Gli iconoclasti”; per “Mattioli1885”, che rientra sia tra gli editori con un po’ di spocchia che tra quelli con una vaga aria confusa, ma si salva grazie al catalogo  e al bellissimo formato da moleskine dei suoi libri e perché – oltre a Ritratto di un gangster un inedito di Harry Grey (quello di Mano armata per intenderci a cui si è ispirato Sergio Leone per “C’era una volta in America”) – ha pure ripubblicato un libro di O’Henry autore di racconti che ha avuto poca fortuna da noi. Stesso discorso per le “Edizioni Spartaco” che hanno pubblicato Don Giovanni di Dan Fante e i saggi sulla letteratura di Stevenson – nonostante la prefazione di Pascale, ma ho già detto altrove su questo – e hanno ripescato un libro di Jerome K. Jerome, solo che graficamente i loro libri non sono degli oggetti belli da vedere come quelli di “Mattioli1885”.

Ho scoperto poi l’editore “Le nubi Edizioni”, con dei volumetti curati nei piccoli particolari, bellissimi da vedere e anche da leggere, che propone opere inedite in Italia o di particolare prestigio e poco diffuse.

L’editore più simpatico è Marco Vicentini, di “Meridiano Zero”, più interessato a parlare di cosa sia esattamente il noir che non a vendere i suoi libri; i più caotici, almeno per il loro stand i tipi di “Isbn Edizioni“: c’era un sacco di gente intorno ai libri e dietro il bancone erano almeno in quattro, tutti sotto i trent’anni che parlavano tutti insieme, non si è capito nulla di quanto ci siamo detti, né dei libri che io ed Davide abbiamo preso; i più appassionati quelli della “Azimut libri”, che hanno il grandissimo pregio di aver pubblicato le opere di Renzo Rosso, quando tutti si erano ormai dimenticati di lui.

E qui veniamo alla “grave perdita” di cui si accennava nel titolo: ho scoperto solo ieri, parlando appunto con Guido Farneti, il direttore editoriale di “Azimut libri”, che Renzo Rosso è morto proprio poco più di un mese fa e io non ne  avevo letto da nessuna parte e cercando in rete ho trovato poche righe sulla grande stampa e qualche blog letterario collettivo e un accorato scritto di Walter Pedullà su “Il Messaggero”, ma niente di più. Un destino ingiusto per uno scrittore italiano che meritava l’olimpo e la gloria invece dell’oblio. Io anni fa ho scritto un pezzullo su un suo romanzo bellissimo – La dura spina -, pubblicato sul fu “Medicine show”, e per ora lo voglio ricordare linkando quel post, ma al più presto con i tipi di Azimut abbiamo deciso di fare qualcosa di più importante per commemorarlo degnamente, anche perché sono custodi di aneddoti che vale la pena far conoscere anche ai lettori. Qui c’è il pezzo su La dura spina, qui i libri (non tutti credo) di Renzo Rosso in catalogo da Azimut.

Quanto ai buffoni, a parte Alemanno che ho incrociato più di una volta mentre si aggirava tra gli stand con la sua corte e il codazzo di guardie del corpo, soprassiedo, tanto – come amava dire il dittatore romano Lucio Cornelio Silla – “sanno già tutto”.

La grande scoperta dell’acqua calda della mia visita alla Fiera è stata però che se ti occupi di libri e vai direttamente alla fonte non devi nemmeno aspettare che te li mandino a casa, basta prenderli e portarseli via. E il mio bottino di quest’anno consta (tra comprati e ricevuti gratis et amore dei) di:

Lo scherzo del filosofo, Jerome k. Jerome, Mattioli1885

La psicologia della zia ricca, Erich Muhsam, Le nubi edizioni

Il paese delle prugne verdi, Herta Muller, Keller Editore

Seduto a schiacciare noci per uno scoiattolo, Jerome K. Jerome, Edizioni Spartaco

L’adolescenza del tempo, Renzo Rosso, Azimut

Non c’è scampo, Jack Black, Alet Edizioni

In più sono tornata a casa con un pacco pesantissimo con oltre 30 copie di Cera per le sirene di Alberto Ragni, preso direttamente allo stand di “Scritturapura“, che serviranno per una cosa che stiamo preparando in collaborazione con il Nuovo teatro Colosseo per il 4 gennaio (poi darò notizie più approfondite) e a cui non si potrà mancare. Lettore avvisato…

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

18 novembre 2009

Mi spiace per voi se ve lo siete perso, visto che l’ultima rappresentazione era quella del 15 novembre, ma lo spettacolo allestito al Colosseo Nuovo Teatro di Roma con Silvio Castiglioni era una meraviglia: in scena c’era “Il silenzio di Dio”, opera ideata e scritta da Andrea Nanni con la regia di Giovanni Guerrieri, che unisce due diverse rappresentazioni – la prima è una riduzione del racconto “Casa d’altri” di Silvio D’arzo, mentre la seconda, “Domani ti farò bruciare” è ispirata a due capitoli (Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič) dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Entrambi i testi indagano il dramma esistenziale dell’uomo solo e abbandonato nella sua angoscia di vivere che si scontra con il terribile silenzio che Dio oppone alle sue domande disperate, ma la mia impressione è che parlino anche della forza della parola, quella non detta, sottintesa, perduta e quella urlata, violenta, dolorosa.

Scenografie pressoché inesistenti e pochi suoni di sottofondo fanno da cornice a una straordinaria prova d’attore: Castiglioni, usa la sua voce profonda e calda per raccontare le due storie e la sua sola presenza si fa quinta, palcoscenico e ambientazione. Tanto è immobile e misurato nelle sue movenze durante il primo atto, quanto è iperattivo e quasi scomposto nel secondo.

In “Casa d’altri” interpreta un severo prete di montagna dall’alto di un trespolo circondato da tre microfoni, che Castiglioni usa per modulare quasi impercettibilmente la voce e recitare così anche la parte di una vecchia lavandaia che si rivolge al prete in cerca di una risposta che però sa già di non poter ricevere. Sul finale della rappresentazione dopo essersi spogliato del lugubre abito talare, Castiglioni scende dal trespolo e si pone di fronte al pubblico, fragile e umile, quasi a mostrare la miseria umana, per rappresentare il dramma finale della vecchia lavandaia lasciata sola da Dio e dal suo intermediario. E’ nella voce (insieme ai lenti movimenti verso i vari microfoni) che si concentra tutta la recitazione dell’attore riuscendo a rendere moti e pensieri mai espressi dai personaggi pur nella fissità dei gesti. C’è da dire che la prosa di Silvio D’arzo, essenziale e fortemente evocativa nella sua precisione quasi chirurgica per la parola, si presta perfettamente a essere recitata e ascoltata.

In “Domani ti farò bruciare” invece il ritmo è più vivace, la penombra lascia il posto al rosso acceso delle luci e l’apparente compostezza viene sostituita dalla frenesia. Il protagonista del monologo,  che riprende l’interrogatorio del grande inquisitore ma che in realtà è un dialogo mancato con Cristo, è una sorta di manager-demone (ma si evince dal testo poi che è più che altro una specie di ministro della fede, un vero e proprio colletto bianco della Chiesa), il quale vuole incarnarsi e rivolge la sua invettiva a un Dio che non l’ascolta: con una gestualità piena di tic, scatti nervosi e improvvisi cambi di posizione e con sporadici inceppamenti della parola, Castiglioni riesce qui a rendere alla perfezione, la rabbia e la frustrazione che accompagnano prima l’accusa a un Cristo silente, colpevole di aver donato la libertà di scelta e la capacità di esercitare il dubbio agli uomini incapaci di sopportarli e infine la rabbiosa confessione di un sentimento d’invidia per quegli stessi uomini.

La voce, il corpo e la forza delle parole scritte (soprattutto la bellezza della lingua del primo racconto) e recitate hanno dato vita a uno spettacolo che cattura e sorprende e fa venire voglia di riprendere in mano Dostoevskji e (ri)scoprire Silvio D’arzo (e infatti ne riparliamo).

Una nota speciale va al teatro che ha fatto da sfondo a quest’esperienza quasi mistica: il “Teatro Nuovo Colosseo” che è un piccolo teatro al centro di Roma, a due passi dal Colosseo naturalmente, nato dalla volontà e dall’impegno di Simone Carella, animatore della vita culturale del nostro paese negli ultimi quarant’anni (dal cinema al teatro alla letteratura), insieme a Paolo Grassini e Ulisse Benedetti (storico fondatore del “Beat 72” locale che ha visto passare nei suoi locali tutta l’avanguardia romana), sulle ceneri, metaforiche, della vecchia sede storica dell’underground romano. Nel luminoso foyer del teatro sono esposte magnifiche macchine da prese d’epoca, di quelle che ormai non si vedono più se non negli spezzoni di cinegiornali dedicati ai fasti di Cinecittà, accanto a un enorme televisore al plasma e una postazione multimediale, a svelare l’intero concept del progetto di Simone Carella e soci, che passa anche (in futuro, soprattutto?) per un portale internet, E-theatre.

L’idea innovativa di E-theatre è la compenetrazione tra la tradizionale fruizione teatrale e le infinite possibilità offerte dai nuovi media tramite la creazione appunto di un sito multimediale dedicato alle varie arti e forte interattivo. In pratica si possono seguire in streaming e in diretta tutti gli eventi che si svolgono sul palcoscenico (o in un piccolo spazio che precede l’ingresso al teatro), dagli spettacoli di teatro e di danza ai concerti, dai reading di poesia alle presentazioni letterarie fino alle mostre d’arte; mentre su un altro piano, viene così creato un archivio on line sempre consultabile  dagli utenti, e nel caso di piccole o giovani compagnie teatrali, queste potranno persino caricare i video con le loro performances e farsi conoscere dal vasto pubblico. Un modo per avvicinare quanta più gente possibile al teatro e alla cultura in genere.

Per quanto mi riguarda tornerò sicuramente a vedere Il contagio, tratto dal libro di Walter Siti e Il prestatore di Marcello Isidori. Buona visione.

Braccia rubate all’agricoltura

12 ottobre 2009

Se leggendo il titolo del post aveste dato per scontato che anche stavolta me la prendessi con qualche esordiente tanto presuntuoso quanto privo di talento o in alternativa, con qualche sprovveduto scribacchino in cerca di pubblicazione, potete pure rilassarvi. Non ce l’ho nemmeno con uno di quegli autori pubblicati, magari anche più volte, che in un mondo migliore e più giusto starebbero in miniera a spaccarsi la schiena, invece di firmare contratti con case editrici.

Niente di tutto questo, le braccia indebitamente sottratte all’onesto lavoro agricolo sono le mie: grazie a Facebook ho appena scoperto di avere il pallino della coltivazione diretta. Non solo, sono una bravissima allevatrice di bestiame vario e un’abile potatrice di alberi, nonché esperta venditrice della merce prodotta.

In pratica sto giocando da giorni a Farmville, un’applicazione di FB per cui s’impersona un contadino e si costruisce la propria fattoria, e da giorni le mie ore sono scandite dai tempi di raccolta e semina delle colture, dalla potatura degli alberi, dalla gestione delle stalle e degli ovili, dall’adozione di strategie per aumentare capitale e macinare punti-moneta uni sugli altri. Mi capita di essere in ufficio e pensare alle mie fragole in balia delle intemperie, alla pecora nera che non riesco ad avere o a quei caspita di corvi che mangiano tutti i miei semi.

Lo so, ho bisogno di aiuto.

Comunque tutto ciò era per dire che in questi giorni di bucolico delirio mi sono riletta – inevitabilmente direi – In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) (Milano,  Treves,  1931) di Achille (Festa) Campanile. (Lo so che Festa non c’è nel cognome dello scrittore romano, però io sono un po’ cialtrona a volte e tendo a sbagliare nomi di autori e titoli di libri e spesso mi capita di riferirmi a lui proprio come Achille Festa Campanile, quando non lo chiamo addirittura Pasquale Festa Campanile!).

Campanile è uno di quegli autori che si tende a considerare con malcelata spocchia perché scrive storie che fanno ridere: se fosse nato in Inghilterra o negli Stati Uniti starebbe nell’olimpo degli scrittori come Wodehouse, Jerome o Twain, ma qui da noi c’è sempre stata troppa gente che si è prodigata anche inconsapevolmente per farci ridere (gente come i calciatori o i politici): e poi, siamo o non siamo il paese del sole, del mare e degli spaghetti? Perché non dovremmo ridere e spesso? Quindi sembra una cosa facile strappare un sorriso o una risata da queste parti riempiendo pagine di libri. Eppure c’è risata e risata, quella di gusto, quella isterica e rancorosa, quella satirica, quella gelida che è quasi un ghigno e poi c’è quella intelligente che a volte, dopo averla espressa si tramuta in un silenzio malinconico o di riflessione anche amara. Ed è qui che agisce Campanile: Enzo Siciliano ha scritto che in lui “il riso, nell’attimo in cui scocca, è anche empio”. Sarebbe quindi meglio abbandonarla quella spocchia e leggere Campanile senza pregiudizio e allora si scoprirebbe un autore sapiente, abile e pieno di talento per la parola scritta, che del gusto per la battuta sapida e divertente e per la frase caustica, ha fatto un’arte e un genere letterario.

Chi altri avrebbe potuto scrivere un monologo, anche articolato, dal titolo Asparagi e immortalità dell’anima, con un incipit e una chiusa in cui sostiene che alla fine, on c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima?

C’è l’assurdo della vita nelle sue opere, il senso del ridicolo, lo sguardo acuto sulle miserie degli uomini, il rifiuto dei luoghi comuni, la condanna divertita dei cliché. Campanile è surreale senza essere surrealista; scrive opere di teatro dell’assurdo à la Jonesco ancora prima che Jonesco sia conosciuto; domina la lingua fregandosene del linguaggio, o meglio usandolo fino al limite del nonsenso. Gioca con le parole, piegandone il significato (come fa proprio nell’incipit d’In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto): “Giovedì. Eccomi in campagna a visitare i miei possedimenti. (Posseggo, difatti, in questa ubertosa regione, uno zio, una zia e due cugini)”; o prendendole alla lettera per stupire il lettore (esemplare è il finale di Se la luna mi porta fortuna in cui descrive un tramonto, cioè la morte del giorno, proprio come se il giorno stesse agonizzando).

Come in ogni autore umoristico anche Campanile mescola ironia e malinconia, sfiora la poesia e il romanticismo mentre dissacra il senso comune. E infatti In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) racconta le vacanze estive del giovane scrittore Serenello presso la casa degli zii in campagna dove s’innamora di una ragazza del luogo e insieme agli strali rivolti al perbenismo della provincia, alle sue ipocrisie, all’ingenuità di certi riti sociali, ci sono le timide schermaglie, le prime gioie, i primi baci. Per questo è un libro un po’ diverso dagli altri della sua produzione, più rilassato nella ricerca della battuta fulminante, meno veloce; è un libro più raccontato, più lieve nella scrittura e negli intenti polemici.

Ci sono comunque momenti esilaranti come il famoso scambio di lettere tra due amanti dell’antico Egitto.

Vabbè, mentre voi leggete Campanile io torno ai miei campi: è ora di raccogliere il grano  e di dar da mangiare ai maiali.

E naturalmente lo so che in campagna (quella vera) è un’altra cosa, eh.


Auspicio in forma di poesia

11 ottobre 2009

L’Estate è Finita

Sono più miti le mattine e più scure diventano le noci

e le bacche hanno un viso più rotondo.

La rosa non è più nella città.

L’acero indossa una sciarpa più gaia.

La campagna una gonna scarlatta,

ed anch’io, per non essere antiquata,

mi metterò un gioiello.

(Emily Dickinson)

Nemo propheta in patria

3 ottobre 2009

Nel 1939 due romanzi si contesero il titolo di libro evento secondo «Il Club del Libro» di New York: uno era The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck e l’altro era Christ in concrete l’esordio di un misconosciuto scrittore italo-americano, Pietro Di Donato. La critica inaspettatamente preferì Christ in concrete definendolo addirittura romanzo simbolo del ventesimo secolo (per avere qualche coordinata in più ricordo che nello stesso anno Joyce dava alle stampe Finnegans wake).

Pare che girando per le biblioteche statunitensi sia possibile incappare in almeno sette – e dico sette – libri dedicati a questo scrittore dal nome italiano, che il 99% dei suoi connazionali che leggono libri (ma tanto parliamo di cifre irrisorie, quindi poco male), non ha nemmeno idea di chi si tratti, ci scommetto la mia collezione di roba dei Take That. Ed è sfuggito quasi a tutti anche un suo servizio giornalistico dedicato al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro (intitolato Christ in Plastic) che nel 1978 vinse il premio dell’Overseas Press Club. Colgo l’occasione per chiedere a chiunque ne reperisca una copia, di fotocopiarmelo, stenografarmelo, fotografarmelo, insomma fate voi basta che me lo fate leggere.

In realtà Pietro Di Donato è un italo-americano di origini abruzzesi – e a Vasto vive sicuramente qualcuno che fa parte di quell’1% di lettori che lo conoscono, perché gli hanno intitolato pure una strada – nato a West Hoboken nel New Jersey nel 1911 e diventato muratore a soli 12 anni subito dopo la morte di suo padre avvenuta il venerdì santo del 1923.

E proprio da questo evento drammatico prende le mosse Christ in concrete (pubblicato in Italia nel 1941 da Bompiani col titolo di Cristo tra i muratori, non riesco a capire chi ne sia il traduttore) e racconta la storia di Paolino che alla morte tragica del padre Geremia, murato vivo da una colata di cemento dopo essere precipitato per il crollo delle impalcature del grattacielo che stava contribuendo a costruire, si ritrova costretto a seguire le orme del padre per sostentare la sua numerosa famiglia.

All’inizio Di donato dalla sua storia trasse solo un racconto che fu pubblicato nel 1937 in un numero della rivista “Esquire” e poi ripreso per volontà di Edward O’Brien – che era rimasto fulminato dallo stile appassionato del giovane scrittore – nella sua raccolta “Best Short Stories of 1938” e successivamente, visto il grande successo quel racconto fu ampliato fino a diventare un romanzo vero e proprio. Nel 1949 Edward Dmytryck ne tirerà fuori addirittura un film uscito in America nel 1949 e intitolato “Give Us This Day“, interpretato da Lea Padovani, che nel 1950 alla proiezione italiana col titolo originale alla Mostra del cinema di Venezia vinse addirittura il “Premio Pasinetti. Qui una recensione dell’epoca al film.

Cristo tra i muratori è un libro acerbo, spontaneo, scritto con l’urgenza di raccontare: l’autore scrive con passione e febbrile sentimento la sua storia senza il filtro dell’artificio retorico, non c’è quasi alcuna tecnica narrativa in queste pagine e nessuna ricerca stilistica, eppure quelle stesse ingenuità che lo rendono immaturo per certi versi, contribuiscono a definirne il valore. Quei toni enfatici, il lirismo eccessivo, le interiezioni continue, il ricorso al dialetto, lo stream of consciousness esasperato dei personaggi, soprattutto nei momenti più drammatici, assurgono a stilemi stilistici quasi d’imperio, tanto che il romanzo per anni resterà l’emblema della letteratura di denuncia negli Stati Uniti e la voce più forte di quanti lottavano per ottenere condizioni di vita migliori per gli immigrati, soprattutto italiani, e maggiori condizioni di sicurezza sul lavoro.

L’effetto di questa storia drammatica fu dirompente in America come in Italia: oltreoceano ci s’indignava nel vedere mescolato il sogno americano col sangue dei lavoratori che a quel sogno avevano creduto così tanto da partire da lontano per realizzarlo; il paese delle possibilità appariva ora come il paese dei soprusi e dello sfruttamento; in Italia invece la voce Di Donato era quella dei compaesani partiti da tempo, dei quali poco si sapeva e che ora imploravano aiuto e rivendicavano i loro diritti parlando una lingua nuova e familiare allo stesso tempo. Scriveva Emilio Cecchi sul Corriere dopo la pubblicazione italiana del romanzo: “Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.”

In Cristo tra i muratori ci sono le tradizioni, i riti, le parole, i canti di intere regioni italiane: nella nota dell’Editore che apre l’edizione Bompiani del ’41 (che io ho!) si legge “Non soltanto perché lo giudichiamo un bel libro noi pubblichiamo qui tradotto in italiano, il romanzo Cristo tra i muratori dell’italo-americano Pietro Di Donato. V’è, insieme, un altro motivo; ed è profondo: un motivo per cui lo avremmo pubblicato anche se non ci fosse sembrato così bello. Vedrà il lettore. Formalmente il romanzo è forse lontano dalle nostre forme letterarie; non ha nel discorso, l’eleganze solenne di molto nostri scrittoti, o specie nel dialogo, la loro ancor tradizionale compiutezza sintattica.[…] Ma intimamente, spiritualmente, lo vedrà bene il lettore, è libro italiano come pochi libri di lingua italiana lo sono. Italiano è il sentimento, che di vertebra in vertebra, lo percosse. Sofferenza italiana, gioia italiana, l’una e l’altra all’estremo, vibrano nelle sue pagine”.

Non credo ai libri necessari, ma se ci credessi Cristo tra i muratori sarebbe uno di loro e oggi, con la precarietà del lavoro e l’assoluto spregio della vita umana che domina cantieri e fabbriche nel nostro paese sarebbe ancora più necessario rileggere quest’opera (che peraltro è stata ristampata nel 2000 dall’editore “Il grappolo”, che è un editore per il quale non nutro alcuna stima per motivi personali e professionali, ma che stavolta ha fatto un’operazione meritoria).

Non credendo però ai libri necessari, ve lo consiglio lo stesso perché ci sono delle pagine d’intensa bellezza e di grande impatto emotivo: su tutte la scena della morte di Geremia, quasi epica, e poi il delirio di Paolino colpito dalla febbre, e le pagine dedicate ai suoi primi turbamenti sentimentali, fino alle scene finali, che non voglio rivelare ma che sono davvero potenti e chiudono tutta la vicenda in un crescendo convulso e drammatico con tanto di simboli distrutti a segnare una definitiva rottura con il passato e con le proprie tradizioni.

(Happy) birdie song

30 settembre 2009

 
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Venghino siori, venghino!

31 agosto 2009

C’è che lunedì prossimo traslochiamo in una casa più bella e più grande, con il giardino, il garage, la veranda, 2 camere in più e persino il vano lavanderia. Uno dovrebbe essere contento, lo so. Io invece voglio morire, perché già mi devo riprendere dal fatto che non sono più in Sicilia e questo assorbe tutte le mie energie, come caspita faccio a organizzare un trasloco in una settimana?

La strategia che mi è sembrata più efficace sul momento è quella di buttare via quanto più possibile, mi aggiro per casa munita di sacchetti della spazzatura e ci ficco dentro quasi tutto quello che mi capita a tiro, penso di aver già fatto fuori parecchi regali di nozze, suppellettili che sembravano vitali e che non ho mai usato, soprammobili terribili (e qualcuno anche di quelli belli, ma non si può andare tanto per il sottile in questi momenti), vestiti, biancheria, quadri, mobili interi, vecchi ricordi, agende, i diari del liceo, manoscritti, appunti.

E’ fuori pericolo solo la mia collezione di roba sui Take That: quella viene con me ovunque, anche sotto Ponte Milvio, se dovessero capitare improvvisi rovesci di fortuna.

Tutto questo per dare un’idea della mia situazione al momento e per muovervi a compassione visto che ho un’offerta da fare: a chiunque si proponga per venire a darmi una mano con i libri della mia libreria (solo della mia perché Davide ha quasi finito di sistemare metodicamente la sua e per i miei si limiterà a sbatterli da qualche per il trasporto, ad minchiam) per organizzarli in qualche modo, riporli negli scatoloni in modo razionale e poi risistemarli nella nuova casa, regalerò alcuni volumi dei quali mi voglio liberare da anni e che nemmeno posso vendere perché nessuno se li comprerebbe, e che nemmeno so come siano finiti tra i miei libri a cui sono molto legata, come ringraziamento dal profondo del cuore.

I volumi in questione si dividono in:

libri per l’anima e la coscienza di se:

l’opera quasi omnia di Bruno Vespa (grazie zio, eh): 

tante opere di Alberto Bevilacqua, ma chi può dire di averne abbastanza di questo grande autore emiliano, per niente morboso e pedante? 

libri d’argomento politico che fanno luce sugli anni che stiamo vivendo, avoja.

libri di arrativa, con volumi che sono ormai dei classici irrinunciabili:

libri d’argomento vario:

  • Cuochi si diventa, volume I e II, di Allan Bay

 Questa lista è soggetta a continui aggiornamenti. Fatevi sotto, che il piatto è ghiotto, mi pare. No?

Due piccioni con una fava

29 agosto 2009

Tornare a casa dopo due settimane in Sicilia mi ha prostrato fisicamente e psicologicamente. Stamattina mi sono svegliata annusando l’aria in cerca dell’aroma delle brioche appena sfornate e invece del pigiama mi volevo infilare il costume: non mi riprenderò mai più.

Quindi sono di pessimo umore, ma fare un giro veloce su anobii mi ha strappato un sorriso. Ho letto un commento a un libro di Raymond Carver che, ancora una volta, mi da implicitamente ragione sulle mie osservazioni circa l’autore americano, ma anche sullo stesso anobii.

Il commento è questo: “ho molti libri di suggerimenti per scrittori, questo è l’unico che mi ha fatto sentire una scrittrice. lontanissimo dall’idea del brava o non brava, semplicemente una scrittrice. Tale è chiunque senta il bisogno di mettere nero su bianco i propri pensieri.”

Ecco.