90 di questi giorni

22 agosto 2010

Auguri al più grande mago del mondo

E’ a lui che si deve in parte questo blog, sicuramente il titolo.

… “paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia …“

 

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

7 giugno 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Ego-riferita

11 maggio 2010

Sul nuovo numero di Stilos trovate la mia intervista a Dan Fante in occasione della ristampa di Angeli a pezzi; una recensione del libro Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini (con cui sarò a Perugia il 27 Maggio per “iLibri. Scrittori e critici di Stilos alla Stranieri“); Zola Neale Hurston per la mia rubrica “Pastiglie” sui libri persi e quelli ritrovati, e questo pezzo su Palace of the end di Judith Thompson pubblicato dalla Neo. Edizioni.

A parte me, non potete perdervi lo speciale dedicato alle prime edizioni di libri prestigiosi e di valore. E tutto il resto, anche. Però, intanto abbonatevi, e poi andate a leggere!


P.s

Lo so, il blog ha qualche problema, al momento non riesco a risolverlo e a dire la verità non ho molto tempo per pensarci, ma se qualche volenteroso volesse darmi una mano…

Acqua e sale, mi fai bere

19 aprile 2010

L’altro giorno Davide e io parlavamo di cosa ci aspettiamo dai libri quando li leggiamo e quindi di cos’è la letteratura, tema naturalmente affrontato più volte e sul quale ci troviamo perlopiù ai poli opposti del mondo.

A un certo punto però lui dice che a un libro ogni volta chiede: «fondimi e confondimi… spaventami» – citando una poesia di Patrizia Valduga (“Vieni, entra e coglimi”) – non mi dilungherò a spiegare cosa intenda con questo (lo farà lui, qui o altrove, se ne ha voglia), ma il senso s’intuisce, mi pare. E ancora una volta io non sono d’accordo.

A parte il fatto che una simile aspettativa farebbe fuori più della metà dei libri che amo e che considero fondamentali per me e per la letteratura in genere, ma poi io non chiedo nulla ai libri che mi riguardi, non voglio nemmeno che mi parlino, voglio una storia che mi piaccia ascoltare, una scrittura che mi faccia godere, qualche rara epifania al massimo e, se proprio aspetto di trovarmi davanti un capolavoro, che questo libro mi dica qualcosa sull’uomo che non sapevo, o che sapevo ma non sarei mai stata in grado di dire così bene.

E soprattutto non cerco ogni volta un capolavoro, ma un buon libro che mi ripaghi del tempo che ho speso a leggerlo; se poi riesce a farmi dimenticare di essere una lettrice professionista e a nascondere bene i vari artifici retorici o tecnici che si celano dietro ogni scrittura degna di questo nome, e non mi fa pensare che quella cosa o quell’altra si poteva dire con meno parole o con altre parole, o che magari l’autore poteva addirittura non dirla, allora quel libro si è guadagnato la mia riconoscenza imperitura e il suo posto nella mia personale libreria sentimentale, dove ci stanno pochi libri, ma di quelli imperdibili.

Un posto in questo scaffale privatissimo se l’è appena guadagnato Acqua di mare di Charles Simmons, un romanzo sull’amore e la morte come riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dichiaratamente ispirato a Primo amore di Turgenev; ma si tratta più di un omaggio che di una riscrittura. Lo stesso Simmons, nell’intervista che chiude il libro nell’edizione Bur, dichiara a Mariarosa Bricchi che in fondo ci sono storie già precostituite da cui tutti gli autori traggono spunti, per poi reinventarle.

Acqua di mare è un romanzo di formazione senza dubbio, ma ogni etichetta è poco utile a renderne gli aspetti più notevoli: la levità della scrittura, la precisione della parola, la perfezione di una struttura narrativa che non mostra mai cedimenti o sbavature. Solo nel modo e con le parole in cui Simmons l’ha scritta, poteva essere raccontata questa storia.

Il libro inizia dalla fine, o meglio, l’incipit fulminante contiene tutta la storia: «Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato». Simmons dice subito che è una storia d’amore e di morte che ha per protagonista un ragazzino che probabilmente sta per vivere l’ultima estate spensierata della sua vita, ci da tutte le indicazioni per immaginare gli sviluppi della trama e prefigurarci il finale; eppure, mentre leggevo il libro, e le sue descrizioni brevi e precise, i dialoghi brillanti e di tanto in tanto rivelatori, vedevo sfilare davanti a me quei personaggi – tutti, anche quelli secondari – descritti così bene attraverso gli occhi degli altri protagonisti, tanto da riuscire a immaginarli in ogni dettaglio, mi addentravo così profondamente nella storia e partecipavo tanto visceralmente alle vicende che Simmos racconta, da dimenticarmi quello che avevo appreso sin dalle prime righe e alla fine mi sono persino stupita e ho un po’ sofferto per il drammatico epilogo della vicenda. La trama ha poca importanza: durante un’estate in un’isola dell’atlantico un ragazzino s’innamora, per la prima volta, di una bellissima straniera più grande di lui di qualche anno e scopre che lei invece è presa da qualcun altro; alla fine il padre del protagonista muore cadendo fuori dalla barca su cui hanno trascorso gran parte del loro tempo insieme (ci sono poi un altro paio di elementi che però taccio per non rovinarvi la lettura).

Anche l’ambientazione, ad eccezione della presenza costante del mare, è del tutto ininfluente ai fini della storia, tanto che Simmons ha scritto questo libro a sessant’anni suonati nel 1998, ambientandolo però nel ’63, ma potrebbe benissimo essere stato scritto nell’800, come Primo amore di Turgenev, o essere ambientato ai giorni nostri: cambierebbe poco, perché a rendere questo romanzo così straordinario, è la maestria dell’autore, la sua capacità di racchiudere il dramma in poche pagine e di farlo esplodere senza deflagrazione, come una bomba sotto la superficie di quell’acqua di mare che s’increspa leggermente e poi s’innalza per ricadere infine placida su se stessa e continuare a scorrere; è la sensazione agrodolce che si prova sfogliando le pagine, la malinconia per un amore non corrisposto e per un altro, forse più grande, quello del protagonista per il padre, che viene messo a dura prova fino all’epilogo definitivo che lo cristallizzerà per sempre («ora io sono più vecchio di papà quando annegò. Non so perché mi sento ancora un bambino»); è il sapore di salato sulle labbra e sulla pelle che Simmons riesce a rievocare alla perfezione, e del quale non si riesce a distinguere la provenienza: se l’acqua di mare o le lacrime.

E’ un romanzo costruito sulla parola, sulla scelta della frase più adatta a rendere questa o quella sensazione, un’emozione anche piccola, un sentimento, dettagli e sfumature che tutti insieme restituiscono un mondo e il senso della tragedia che si sta per consumare: «credo che una delle attrattive della scrittura, per me, sia il fatto che devo dire le cose una volta sola. Prendere o lasciare» – dice Simmons a Bricchi, e ancora – «per me la frase è l’unità di misura del senso».

Solo due considerazioni a margine: com’è possibile che uno scrittore così grande non sia stato tradotto in Italia fino al 2007 (da Massimo Bocchiola), quando è stato sdoganato proprio con Acqua di mare, che è l’ultimo romanzo che ha scritto, ma al suo attivo ne aveva già altri quattro, uno dei quali gli è addirittura valso nel 1964 il William Faulkner Award? E poi, se un libro così fosse finito sulle scrivanie della maggior parte degli editor delle nostre case editrici, l’avrebbero pubblicato, riconoscendone il valore e la bellezza? O invece, avrebbero chiesto delle modifiche nel senso di una maggiore caratterizzazione geografica e temporale, una più forte rappresentazione della crisi della famiglia, o magari l’introduzione di un qualche elemento di denuncia sociale?

Io una risposta a queste domande ce l’ho e credo di avere anche abbastanza ragione, ma lascio a voi l’ardua sentenza e soprattutto la lettura di un libro bellissimo.

Un libraio recita il de profundis per le librerie indipendenti: se ne discute sulla fanpage di Stilos su Facebook

29 marzo 2010

Abbiamo ricevuto una lettera molto cortese e piena di rimpianto, da Erminio “vecchio librario romagnolo”, così lui si presenta (e così ha chiesto di essere identificato quando gli abbiamo chiesto l’autorizzazione a rendere pubbliche le sue parole) e ve la proponiamo, perché c’interessa discutere con voi del problema delle librerie indipendenti che, sempre più numerose, chiudono i battenti.

«Gentile Seia,
sarei molto lieto di poter prendere in carico Stilos nella mia libreria, che da qualche anno ha uno spazio riviste piccolo ma ben fornito, perché è un ottimo periodico che seguo quasi da quando è nato, e ne ho apprezzato nel tempo i cambiamenti anche grafici, sebbene debba dire che l’ultima versione è quella che più mi aggrada, perché maneggevole e pratica.
Purtroppo però in Italia tutti scrivono e pochi leggono, e sto per chiudere la mia attività dopo quasi trent’anni con la morte nel cuore. Ho sempre pensato che questo mio piccolo regno di carta e storie sarebbe stata la mia eredità per i miei figli, ed ero fiero al pensiero di avergli assicurato un futuro. Ma sono stato uno sciocco sognatore e ora mi trovo di fronte a oneri e spese che non posso più affrontare e non ho altra scelta che vendere il mio regno e non per un cavallo, ma per non rischiare la bancarotta.
A voi che potete (e dovete) continuare a diffondere cultura e che lo fate così bene e seriamente, vanno i miei migliori auguri e i miei complimenti, e li faccia soprattutto al suo Direttore che ha dimostrato un gran coraggio tornando a ripubblicare una testata, sì prestigiosa, ma in un momento così buio per chi si occupa di libri. Da parte mia non potendo contribuire altrimenti, provvederò ad abbonarmi al più presto per continuare a seguirvi e vivere di libri».

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Di pancia

26 marzo 2010

Diffido sempre di chi dice di sentire le cose “di pancia” e ancor di più di chi si bea della scrittura “di pancia”: che vuol dire? Tirare fuori quello che si ha dentro? Eviscerarsi come un pollo dal macellaio? Sputare parole e sentenze sulla carta, senza filtri, senza artifici, senza tecnica, senza retorica?

No, non va bene scrivere di pancia, eppure sto per farlo perché altrimenti esplodo. Per una volta me lo concedo. E poi tanto, mica scrivo narrativa, io.

Le vittime dei miei strali stavolta sono le case editrici che dicono di volere storie forti, ritratti dell’Italia contemporanea, spaccati sociali, denuncia civile, pathos – chi più ne ha, più ne metta – e poi pubblicano romanzi inutili come quello di Alessandro D’avenia, o terribilmente noiosi e pretenziosi come l’ultimo di Francesco Pacifico (che ancora si ostina a non comprendere che delle crisi  mistiche dei suoi personaggi(?) e dei loro(?) dissidi religiosi, interiori ed esteriori che siano, non ce ne frega una beata mazza).

E vogliamo parlare di quei lettori professionisti che scrivono stitiche schede di valutazione,  tradendo la loro assoluta mancanza d’esperienza e conoscenza della letteratura? Lo so che sono malpagati e sfruttati per la gran parte, che in fondo a molti piacerebbe pubblicare libri propri, invece di leggere e criticare quegli degli altri, e poi si trovano a redigere schede che sono pagelline delle elementari, magari usando definizioni che non significano nulla come “picchi narrativi”, secondo le indicazioni di quegli editor in chief che soppesano i libri, perlopiù senza leggerli, come fruttivendoli al mercato – massimo rispetto per il fruttarolo, sia chiaro perché lui, sì che conosce quel che vende! – e li dividono in appetibili e non, in base a criteri del tutto mercantili.

Poi sia chiaro, ha ragione Roberto Calasso quando sostiene che si possono pubblicare solo tre tipi di libri: quelli belli che vendono; quelli brutti che vendono; e che entrambi questi tipi consentono di pubblicare il terzo genere di volumi, quelli belli che non vendono. Il mercato è sovrano e il lettore anche, ma bisogna pur conoscerlo questo lettore, dargli fiducia, contraddirlo persino, se necessario, e rischiare, proponendogli cose che possono sembrare magari, a volte, poco spendibili: non sia mai che quel lettore li stupisca e si orienti verso quel  libro scritto bene, con dei personaggi così vividi da sembrare tridimensionali e dei  dialoghi così brillanti da tenerti attaccato alla pagina, che però non denuncia un bel niente, né rappresenta una fetta di realtà dal di dentro, perché al suo autore non gliene importa niente di raccontare quel tipo di storia. Ma il lettore – pensano loro – se lo aspetta che prima o poi qualcuno si lanci in qualche invettiva contro questo mondo di fetenti, o tiri una molotov di punto in bianco, contro qualche palazzo del potere.

E come no! Io, quando leggo un libro, a ogni pagina aspetto ansiosa un terrorista, un operaio che sciopera, un precario che si suicida, una famiglia in pezzi, un bambino maltrattato, una donna violentata, un neocatecumenale che ha perso la propria fede perché tormentato dalla visione del seno della cognata (Pacifico docet ancora).

A tutta questa gente consiglio di leggere i libri veri, quelli belli, di andare a riprendere in mano gli esempi di grande letteratura e ricordarsi cosa vuole dire scrivere bene e intrattenere il lettore: scopriranno che non esiste “la letteratura”, ma tanti tipi diversi di scritture e storie e modi di raccontare, tutti ugualmente grandi.

La letteratura è fatta degli intrighi di Stendhal, dell’autoreferenzialità di Proust, dell’essenzialità di Hemingway, del genio proteiforme di Borges, dei deserti verbali – costellati di rare oasi – di Beckett, del flusso di coscienza di Joyce. C’è la letteratura di idee, quella di trame, d’atmosfera, di denuncia. E c’è la letteratura fatta di leggerezza, di umorismo, d’ironia e a volte anche fatta di niente, ma di un niente così incantevole che sembra essere forgiato con la stessa materia dei sogni.

In una lettera al suo editore, credo, Francis Scott Fitzgerald disse: «il romanzo che sto scrivendo è un’opera à la Flaubert: nessuna idea, soltanto personaggi che si evolvono, separatamente o in gruppo, attraverso stati d’animo che mi auguro autentici».

Nessuna idea.

«Il personaggio è l’azione», è l’ultima delle annotazioni degli appunti preparatori a Gli ultimi fuochi. E coerentemente a questa che sembra la sintesi della sua poetica, i personaggi di Fitzgerald sono vivi, non sono descritti ma si raccontano e vengono raccontati con dialoghi fulminanti e metafore meravigliose, e se nessuno si ricorda dei due omicidi che vengono commessi in Tenera è la notte, chi può dimenticare la lingua lussureggiante in cui è scritto? E la caratterizzazione dei personaggi (Dick con la sua voce che «corteggiava il mondo»; Rosemary che per un momento «visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui»)?. E de Il lungo Addio? Ci ricordiamo la dinamica delle indagini di Philip Marlowe? O invece ci risuonano prepotentemente nella mente, i tacchi delle scarpe di Terry Lennox che si allontana, portandosi dentro la colpa e il dolore di un’amicizia tradita?

Non sarò certo io a sminuire l’importanza di una trama, della storia, dell’intreccio, ma in nessun modo quella trama, quella storia e quell’intreccio possono prevaricare la bellezza della parola, della scrittura, la capacità di far sì che il personaggio diventi azione.

Fitzgerald, ancora lui, lo so ma ognuno ha le sue fissazioni, nel 1920 per la rivista “Smart Set “ha scritto un racconto che s’intitolava “Porcelain and Pink”, poi inserito nella fortunata raccolta Tales of the Jazz age e tradotto in italiano da Giorgio Monicelli per Mondadori, come “La vasca azzurra”.

Il racconto, che in realtà Fitzgerald immagina come un testo teatrale un po’ anomalo, con il narratore che detta le regole dell’ambientazione direttamente al lettore, non racconta nulla in realtà, è un’istantanea, un’unica scena in cui non succede quasi niente: una ragazza è nella vasca e un ragazzo la guarda da fuori, ma senza poterla vedere veramente e si parlano in un’atmosfera onirica che sembra però più reale del vero. Mero esercizio di stile, un arabesco barocco, ma perfetto, tutto giocato sullo scambio di battute spesso svagate tra i due personaggi e dominata dall’enorme abilità dell’autore di usare la parola scritta per restituire sensazioni, immagini, profumi, suoni, colori. Quasi nessun cenno a eventi precedenti questa scena, nessuna proiezione sugli sviluppi successivi, eppure una volta terminata la lettura, si ha la netta sensazione di aver assistito a uno spettacolo sublime, che lascia soddisfatti e con gli occhi e la mente pieni di bellezza.

Potrei continuare all’infinito, ma sono distratto da uno dei due oggetti che si trovano nella stanza: una vasca di porcellana azzurra. Ha un suo carattere, questa vasca da bagno. Non è uno di quei moderni affari aerodinamici, ma è piccola e profonda e sembra che stia per spiccare un balzo; ma scoraggiata dalla brevità delle gambe, si è rassegnata all’ambiente e alla mano di vernice azzurro cielo che la ricopre. Ma si rifiuta caparbiamente di consentire ai suoi visitatori d’allungare le gambe: e questo ci porta direttamente al secondo oggetto presente nella stanza:

E’ una ragazza – evidentemente un accessorio della vasca da bagno – di cui appare soltanto la testa e la gola (le belle ragazze non hanno collo, ma gola).


Quale ragazza si sentirebbe sminuita dall’essere descritta con queste parole? Persino di essere definita un accessorio? Io da quando ho letto questo racconto non ho più avuto il torcicollo, ma solo dei gran mal di gola.

E quella vasca azzurra non è più viva di moltissimi personaggi di altri racconti o romanzi?

Quindi dico a te, giovane lettore/lettrice di casa editrice di belle speranze e poca apertura mentale, non ipotecare il desiderio del lettore, non battere strade conosciute e semplici, non assecondare esclusivamente gli  istinti da piazzisti di libri dei tuoi editori, ma ricerca la bellezza, riconosci il talento al di là di preconcetti e schemi precostituiti, lascia perdere la denuncia a ogni costo e la ricerca di una storia forte a discapito della pura bellezza di un libro: quanti ne hai fatti pubblicare così, fregandotene altamente del loro valore letterario? Rischia, mettiti in gioco, dimentica i diktat di quello che ritieni sia il gusto imperante e regalami solo un bel libro.

Lacuna blues

11 marzo 2010

Nella quarta di copertina di Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana, di cui ho parlato in questo post, si legge che il volume, aggiornato al 1999, «riporta tutti i titoli sul jazz pubblicati in Italia, dai testi originari a quelli tradotti, dai saggi specifici alla letteratura liberamente ispirata dalla musica afroamericana».

Bisogna stare molto attenti con le parole, perché se uno scrive che un certo volume elenca tutti i titoli legati al jazz pubblicati in Italia e poi si scopre che ne manca almeno uno, tutta la credibilità dell’opera rischia di essere messa in discussione.

Io continuo a pensare che questo libretto sia molto utile e godibile, ma devo ammettere che ora ho qualche dubbio sulla sua esaustività e sulla precisione delle indicazioni che vi sono riportate.

In pratica Alberto mi ha fatto notare che nel volume curato da Guido Michelone non si fa menzione di un racconto di Richard Matheson scritto nel 1963 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1984 per gli “Oscar Mondadori” (precisamente nell’Oscar 1777 del 23 luglio 1984).

Già dal titolo questo racconto doveva trovarsi di diritto nella trattazione di Micheloni e a leggerlo poi, è quasi incomprensibile che gli sia sfuggito: in Mi ricordo il jazz è stato inserito addirittura un romanzo di Mario Soldati che vagamente cita la musica afroamericana.

Per rendere giustizia a questo bellissimo racconto ripropongo quanto ho scritto anni fa nella mia rubrica sul glorioso Medicine-Show, con qualche aggiustamento però, perché a rileggerlo com’era m’è venuta l’orticaria e ho dovuto rimetterci le mani.

Intanto leggetevi il racconto, sono solo 8, bellissime, pagine. (1, 2 – 3, 4 – 5, 6 – 7, 8)


Il jazz – diceva Thelonious Monk – è un graffio dell’anima e c’è un racconto di Richard Matheson che coglie l’essenza di questa musica meglio di decine di saggi eruditi o testi di storia della musica e quasi descrive il solco di questo graffio.

A dire la verità non è nemmeno un racconto ma un poema blues, dolente come una canzone di Robert Johnson.

S’intitola “La macchina del jazz” e racconta di un musicista di colore che sputa nell’ottone della sua tromba tutta la rabbia e il dolore che si porta dentro.

Richard Matheson è stato definito da Ray Bradbury “uno degli scrittori più importanti del XX secolo”. Per darvi qualche coordinata su quest’autore, vi dirò che ha alle spalle una carriera che dura da oltre cinquant’anni, ha vinto numerosissimi premi, tra cui “l’Edgar Allan Poe” e il “Bram Stoker Award”. Ha scritto centinaia tra romanzi (da Io sono leggenda a Tre millimetri al giorno) – per me uno dei suoi libri più belli è Bid time return (Appunamento nel tempo)e racconti, che hanno inciso sul gusto e le regole della letteratura fantastica, proprio al confine con la fantascienza. La forza persuasiva della sua penna e l’abilità di creare mondi ed atmosfere ha travalicato la letteratura per influenzare profondamente anche altri linguaggi: dal cinema ai fumetti ai videogiochi, fino alla televisione visto che Matheson è il creatore di una delle serie più importanti della storia della tv: “Ai Confini della Realtà”.

Ebbene, un giorno lo scrittore americano ha deciso di abbandonare per un po’ il soprannaturale, l’insolito e l’atmosfera carica di suspense dei suoi racconti e ne ha scritto uno bellissimo sul jazz e le sue radici: “The jazz machine” appunto.

Scritto nel 1963, è stato inserito nella raccolta intitolata “Shock” (Matheson ha imposto una clausola in cui proibiva la pubblicazione dell’opera con titoli diversi) e in Italia è possibile (ma difficile) reperirlo ora nel numero 1775 di Urania: un cofanetto contente 52 suoi racconti divisi in quattro volumi.

Alla fine di una jam session avviene l’incontro-scontro tra un musicista pieno di rabbia e dolore e uno degli spettatori.

Il musicista ha perso suo fratello Rone, ucciso perché si rifiutava di essere uno schiavo come i suoi antenati, e così ogni sera ne celebra la morte lasciando che il blues gli fluisca nelle vene insieme al sangue e si liberi in decine di note stridule come il rumore delle catene.

Qualcuno ha scritto che Chet Baker suonava ogni nota come se le stesse dicendo addio, allo stesso modo il musicista di Matheson in ogni squillo della sua tromba dice addio a suo fratello e a tutti gli altri suoi fratelli morti per il colore della loro pelle.

Il suo jazz è un urlo contro la discriminazione.

L’ascoltatore speciale è un uomo bianco che dice di aver costruito “la macchina del jazz”, un congegno capace di risalire sino alla nascita di questaa musica, di rintracciare i sentimenti e le emozioni più profonde da cui sono scaturite le note di ogni improvvisazione e scoprirne così la natura. Questa macchina prende una nota, la elabora come un teorema e poi la riconverte in sensazioni, nei rumori esatti della rabbia, del dolore, della malinconia, della disperazione.

Il musicista capisce che è come svelare un mistero: cosa resta dopo? Non può permettere di perdere questo segreto: è la storia, il dramma, la vita stessa della sua gente.

Il jazz è la lingua di chi non ha voce.

E così distrugge quella macchina per impedire che gli rubi la musica, perché i bianchi non possano appropriarsi della storia di chi il jazz l’ha inventato e reso grande, e soprattutto non possono svelare tutto il dolore e la solitudine che l’hanno creato: un dolore antico, che percorre come un filo tagliente ogni assolo, ogni pausa tra le note, ogni più piccola dissonanza.

I versi di “The jazz machine” nella traduzione italiana perdono un po’ del loro ritmo e l’andamento da ballata è molto meno evidente che nella versione originale, ma conservano la forza abrasiva della scrittura e il tono lirico di una storia che è una favola nera e dolorosa.

Soprattutto rimane intatta la straziante disperazione del monologo finale con cui il protagonista tira fuori tutto ciò che non è riuscito ad urlare all’uomo bianco, mentre gli distruggeva la macchina del jazz: giù le mani dalla nostra l’anima, quella volata via nelle note di una tromba o sbattuta sui tasti di un pianoforte.

Prenditi una pastiglia…

9 marzo 2010

Domani Stilos torna in edicola con il numero II del nuovo corso, ancora più ghiotto e pieno di articoli, recensioni, interviste, inediti e omaggi (qui se v’interessa, trovate il comunicato stampa ufficiale).


Intanto la copertina è dedicata a tre scrittori under 30 – Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli), Valentina Brunettin con I cani vanno avanti (Alet) e Paolo Piccirillo con Zoo col semaforo (Nutrimenti) – (ed è la mia prima copertina quindi dovete assolutamente comprare la rivista!); poi c’è un interessante servizio sulla letteratura olandese oggi; molti testi inediti e racconti (di Enrico Brizzi, Domenico Cacopardo, Predrag Matvejievic, Giuseppe Conte, Dario Voltolini, Andrea Vitali); un’anteprima dal prossimo romanzo di Dario Voltolini dal titolo Foravia, in uscita da Feltrinelli a maggio; le rubriche fisse di grandi firme del mondo della cultura; le incursioni nei fumetti, nel cinema e nell’arte; e l’attenzione ai libri di sempre, con decine di recensioni e interviste.

Inoltre in omaggio ci sono un inedito di Marcello Fois – una pièce teatrale dal titolo “Stanze” – e un quaderno monografico di 32 pagine dedicato a Leonardo Sciascia.


Intanto dal numero I ecco il primo pezzo della mia rubrica Pastiglie, dedicata ad Harry Grey.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmesspeakeasy, e l’irrefrenabile caduta. fatali e viziosi

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.

 


ABBONATEVI!


Il jazz: istruzioni per l’uso

22 febbraio 2010

Se amate il jazz come me non potete perdervi Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana: un agile volumetto pubblicato da Marcos Y Marcos ormai dodici anni fa, a cura del giornalista, saggista ed esperto di musica jazz Guido Michelone. Certo dovrete essere fortunati e trovarlo tra i remainders, o in un mercatino di libri, o sui siti dedicati all’usato, perché in libreria sicuramente non c’è e non credo verrà ristampato (anche se su Ibs risulta reperibile in 3 giorni, facendo l’ordine in realtà non si sa bene quanti ce ne vogliano).

Il libro è essenzialmente un elenco preciso, articolato ma veloce, quasi da consultazione, di tutti gli scritti sul jazz (o in cui ci sia anche solo qualche vago riferimento) pubblicati in Italia fino al 1999 – dai testi originali a quelli tradotti, dai saggi ai romanzi ispirati direttamente dalla musica afroamericana – e divisi per decenni con qualche riga di commento mai scontato. Avrebbe bisogno di un aggiornamento ai giorni nostri per l’eventuale riedizione, che però forse non sarebbe così sanguinoso da realizzare, quindi lancio la palla a Marcos Y Marcos e a Guido Michelone.

Leggendo Mi ricordo il jazz, scopro che nel primo libro scritto da Mario Soldati – uno dei pochissimi suoi che mi mancano e non ho ancora letto – America primo amore (1935), ci sono un paio di capitoli dedicati «alla vita notturna, cioè jazzistica, di Harlem e Chicago»; che l’anno prima Longanesi aveva pubblicato un romanzo di un grande poeta afroamericano, Langston Hughes, intitolato Piccola America negra sulla storia di due fratelli che inseguono il jazz per sfuggire alla loro miseria; e che il primo volume dedicato al jazz risale al 1926 con Le Jazz di André Schaeffner; nello stesso anno verranno poi pubblicati in America, Jazz di Paul Whitman e Marc Bride, e in Germania, Das Jazz-Buch di Alfred Baresel.

Come al solito noi italiani arriviamo quasi sempre dopo nelle cose importanti, e a parte due edizioni pubblicate nel ‘28, poco più che pretesti per parlare d’altro (ma in fondo eravamo in pieno ventennio fascista, non che questo ci giustifichi di alcunché, tantomeno di aver ignorato il jazz per anni) – “Io povero negro” di Orio Vergani (Treves), un racconto contenuto in una raccolta omonima, e Le memorie di Joséphine Baker a cura di Marcel Sauvage per Mondadori, in cui dice Michelone sono: «i 30 disegni inediti (bellissimi) di Paul Collins, forse la cosa più jazzistica del volumetto» – per il resto bisogna aspettare la fine degli anni ’50 per avere dei volumi sul jazz degni di essere menzionati: da Il libro del jazz di Sergio Biamonte ed Enzo Micocci (Cappelli), Il mondo del jazz di Livio Cerri fino a Jazz moderno: musica del dopoguerra (Ricordi) di Arrigo Polillo, che poi in parte ci riscatterà da quasi quarant’anni di disinteresse verso la musica più rivoluzionaria degli ultimi secoli con: Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana uscito nel 1975 per Libri Illustrati Mondadori, poi ripreso nel ’76 negli Oscar. Un’opera fondamentale, con 13 capitoli introduttivi alla storia del jazz mondiale e 34 monografie dedicate ai capiscuola, che ci ha pure fatto guadagnare l’unico riconoscimento per un libro italiano dedicato al Jazz: il Premio Campione per la Saggistica nel ’75. Io ho un’edizione del volume risalente al ’90 e non ci sono foto, ma ho appreso proprio grazie a Mi ricordo il jazz che nella prima edizione c’erano due distinte serie di scatti: una con immagini di repertorio e una con nuovi ritratti. Naturalmente ora la voglio!

E a proposito di foto, quelle che fanno da corredo al libro curato da Michelone sono di Pino Ninfa, grande fotografo e amante del jazz che riesce a raccontare questa musica complicata e istintiva allo stesso tempo, attraverso le immagini, con i volti, gli strumenti i dettagli dei protagonisti della scena musicale jazzistica degli ultimi 50 anni: in particolare molte belle sono le foto di Brad Mehldau, ripreso mentre fuma una sigaretta seduto al pianoforte con l’aria e l’atteggiamento che rimandano al “Pensatore” di Rodin; quella che sembra quasi rubata per come riesce a cogliere l’istantaneità di un attimo, di Archie Sheep e Jackie Bajard, uno di sfondo all’altro; e poi un giovanissimo ritratto di Wynton Marsalis appoggiato alla sua tromba e quello bellissimo di una regale Dee Dee Bridgewater.

Se non bastasse tutto questo a convincervi a cercare questo libro, ho riservato per la fine una chicca da cultori di libri e di jazz: il volume si apre con un’intervista fiume – quasi inedita in Italia – rilasciata nel ‘79 alla rivista francese “JazzMagazine” da Georges Perec in occasione della pubblicazione del suo romanzo più famoso, La vita istruzioni per l’uso, ma in realtà nel pezzo si parla soprattutto e volutamente di Mi ricordo – da cui il titolo del libro di Michelone – uscito nel ’78, in cui Perec racconta sul filo della memoria eventi minimi della sua vita, che poi erano quelli comuni a tutti coloro che vivevano quegli anni, riuscendo a intrecciare i suoi “mi ricordo” con quelli di tutti i lettori affascinati dai suoi giochi letterari.

L’intervista a Perec in apertura del libro ha una doppia valenza: da una parte lo scrittore francese ha innalzato la lista, la classificazione enciclopedica, l’elencazione a genere letterario con la sua opera* e quindi ben si addice a un libro che è una specie di vademecum per “il lettore jazzista italiano perfetto”. Inoltre dopo un grande amore per la musica jazz spesso palesato nei suoi libri – addirittura lo scrittore racconta di un viaggio a meno di vent’anni, di nascosto dai suoi genitori, alla scoperta della musica della West Coast – Perec aveva più volte dichiarato di non ascoltarlo più e di preferirgli ormai di gran lunga la musica lirica.

L’intervista inizia proprio su questo argomento e Perec parafrasa per antitesi Louis Armstrong e dice: «io e il jazz siamo morti insieme». E poi spiega: «Io non sono morto, ma l’amore che avevo per il jazz è morto per me insieme al jazz stesso, intendo dire insieme a un certo tipo di jazz».

In Mi ricordo sono tanti i ricordi di Perec legati al jazz, si capisce che lo amava appassionatamente e come tutte le grandi passioni, quell’amore bruciante è finito drammaticamente, per un tradimento sembra quasi suggerire: «Ascolto ancora jazz, ma come una musica che non è più viva». Il tradimento arriva dalla West Coast – dice nel corso dell’intervista – col jazz bianco e ricco «una porcheria!», pensava fosse una falsificazione, ma poi ha apprezzato Chet Baker e Dave Brubeck: «Non mi piaceva – Dave Brubeck, non doveva piacermi. Innanzitutto era un bianco. Ma aveva un sax fantastico, che si chiamava Paul Desmond», e a questo punto l’intervistatore gli comunica che quel genio di Desmond è morto e Perec quasi si commuove.

E’ tutta così l’intervista, una chiacchierata libera sull’onda dei ricordi e delle emozioni, con lo scrittore che si sorprende di chi è morto e di invece è ancora vivo, e racconta della sua lunga frequentazione col jazz, nei locali per il mondo, nei libri, alla radio, nel salotto di casa sua o nel mangianastri in automobile.

Forse vi farà irritare questo signore anziano che dice di aver detestato Armstrong in gioventù, preferendogli Lester Young e Bud Powell, e che non ha mai ascoltato Keith Jarrett e anzi sostiene che non suoni davvero del jazz (e in questo nemmeno io posso dargli troppo torto); di aver adorato Sonny Rollins per anni e poi di non avergli perdonato per lungo tempo l’apertura al free dopo tre anni di silenzio; di ritenere che la necessità del free e delle evoluzioni in senso sperimentalistico del jazz dalla metà degli anni ’60 nascevano non da vere istanze rivoluzionarie, ma da puro pragmatismo opportunista: quando si è passati dai 78 ai 33 giri i musicisti hanno dovuto allungare i tempi delle esecuzioni passando dai tre minuti e mezzo standard a tempi più estesi e quindi hanno dovuto inventarsi nuovi modi per riempire quei solchi. Una teoria curiosa, quasi divertente, ma ovviamente priva di fondamento perché non tiene in alcun conto i profondi cambiamenti che erano avvenuti nella società americana dell’epoca, con le lotte per i diritti civili e le istanze politiche e sociali dei giovani afroamericani, a cui il jazz ha cercato di dare voce e (forse) risposte, come sempre nella sua storia.

Ma le grandi passioni non muoiono mai davvero, continuano a bruciare sotto la cenere e un grande scrittore lo sa e quindi dice, (dopo il bop) «per me, è arrivata una cosa** selvaggia in cui non ritrovavo le strutture conosciute: da un lato era quello che aspettavo veramente, mentre dall’altro mi sconvolgeva»: non è una meravigliosa dichiarazione d’amore? Non è così l’amore? Atteso e inaspettato? E non è così il jazz? Lo dice anche Vincent, il killer di “Collateral”, quando – affascinato da una torrida jam session in corso in un club di Los Angeles, che per un lungo istante lo distrae persino dai suoi compiti di sicario – afferma: «il jazz è quello che non ti aspetti».

(E Tom Cruise, che lo interpreta, ha sempre ragione!)

 

 

*

Alla fine dell’anno scorso, per restare in tema di liste e elencazioni, Bompiani ha pubblicato un bellissimo libro illustrato di Umberto Eco, La vertigine della lista, dedicato al tema della classificazione e all’idea della lista applicato alla letteratura, all’arte, alla filosofia e alla musica. Il libro – che si può considerare come una specie di anticipazione e allo stesso tempo di un compendio, di quanto avrebbe realizzato poi lo stresso Eco come “guest curator” del Museo del Louvre da lNovembre 2009 sino ai primi di questo mese, con una serie d’incontri, rassegne, proiezioni e conferenze dedicati proprio a liste ed elenchi – si configura come una raffinata “lista delle liste”, corredata da immagini bellissime e una trattazione da divulgatore di lusso, che attraverso un percorso che parte dall’Iliade e arriva al supermarket, passando per il Medioevo e la belle epoque, porta Eco a sostenere che la lista, suggerendo «quasi fisicamente l’infinito, perché non si conclude in forma», sia essa stessa quindi una specie di rappresentazione artistica, uno dei modi in cui l’arte si esprime.

So che l’ho già detto in passato e quasi mani ho tenuto fede a questa specie d’impegno, ma magari stavolta ne riparliamo davvero.


**

Qui Paolo Fabbri, semiologo e grande esperto di musica jazz, pubblica un inedito incompiuto di George Perec dedicato alla “cosa”, alla New Thing, al free che irrompeva sulla scena musicale disarticolando ancora di più gli schemi del jazz e rivoluzionando la musica, ancora una volta.


Se una mattina d’inverno un editore…

8 febbraio 2010

Francesca mi telefonò verso le nove di sera. Avevo cenato con delle sarde marinate che avevo messo in frigo il giorno prima, e stavo lavando i piatti. Ingoiai l’ultimo sorso di vino e misi a mollo anche il bicchiere, poi mi allungai e afferrai il cellulare dal tavolo.

“Ce ne hai messo a rispondere”, disse.

“Ciao. Non era un momento opportuno”, risposi.

“Avevi una donnaccia per le mani?”

“Come ti permetti? In casa mia entrano solo signore di classe”.

Rise, e mi sembrò di vedere le sue fossette scavarle un po’ le guance.

“Capisco”, disse poi. “Una più una meno, ti va di aggiungermi alla lista per stanotte?”

“Fammi pensare. Sì”.

“Grazie maestro. Ci vediamo fra mezz‟ora”.

“Ti aspetto. E vorrei farti presente che donnacce lo diceva mia nonna, un secolo fa”.

“Tua nonna la sapeva lunga”, rispose, e riattaccò.

Finii di pulire in cucina e andai a gettare uno strofinaccio ormai fradicio in mezzo ai panni sporchi, poi mi versai un bicchierino di grappa. Avevo conosciuto Francesca quattro anni prima. Ogni tanto accompagnava suo nipote Ettore a scuola, ed era la zia con le gambe più belle che avessi mai visto. Non immaginavo che mi avrebbe fatto gli occhi dolci, mi ci era voluto un po’ ad accorgermene. Avevamo cominciato a uscire insieme, e non avevo mai smesso di trovarla affascinante, e spiritosa. Metà del suo guardaroba era da tempo nel mio armadio e in aprile, quando aveva compiuto quarantacinque anni, le avevo regalato un piccolo anello di oro rosso che era appartenuto a una specie di principessa francese del ‘700, almeno a sentire l‟antiquario che me lo aveva venduto.

“E‟ una proposta di matrimonio?”, mi aveva chiesto Francesca con il suo tono allegro e guardingo.

“Meglio ancora. E‟ un gesto d‟amore”, le avevo risposto.


Questo brano è tratto da un manoscritto bellissimo in cerca di editore. Stiamo valutando delle proposte, ma secondo me merita parecchio di più perché è un romanzo divertente, originale, ironico e anche commovente in alcune parti , e  poi il suo protagonista, cinico quanto basta e tenero quel pizzico necessario e sufficiente a perdonargli quasi ogni cosa, è un tipo che uno vorrebbe conoscere davvero per potergli telefonare quando gli gira (cit. in omaggio, ovviamente). E ditemi se non ho ragione leggendo questo brano! Quindi ho pensato che non sempre è Maometto che deve andare alla montagna, ma la montagna può ben muoversi in casi straordinari per cercare Maometto e io le facilito le cose rendendole – pubblicamente – nota l’esistenza di questo inedito da non lasciarsi scappare.

Dunque, per chi - possedendo (o lavorando per) una casa editrice che paga dei begli anticipi, cura i suoi scrittori come si deve e riconosce sempre i diritti sulle copie vendute – volesse saperne di più: parliamone! Sapete dove trovarmi.

(No, non ho cambiato mestiere e non faccio l’agente letterario ora, ma proprio perchè continuo a leggere e scrivere di libri,  e mi passa sotto gli occhi così tanta monnezza edita o inedita, ora che ho per le mani questo manoscritto che ho amato molto, voglio vederlo in libreria e sui giornali, il più presto possibile).

Il florilegio (cit. arcaica)

21 gennaio 2010

Lo dico sempre: faccio fatica ad aggiornare il blog, a seguire quello che succede in giro, curo solo il tumblr perché mi diverte ed è immediato, mentre anche la mia farm su Facebook ormai è avviata al fallimento.

Prometto che sarò più costante con la mia rubrica di libri, anche perché se non dovessi essere precisa e puntuale nemmeno con una delle cose che volevo di più al mondo, sebbene la “Posta del cuore” di Natalia Aspesi resti il mio traguardo massimo, allora forse dovrei ritirarmi qualche anno in Tibet – senza Brad Pitt, Davide stai tranquillo! Poi lo sai che non è il mio tipo – per riflettere a lungo su quello che davvero voglio fare della mia vita, perché comincio a credere di non essere molto equilibrata in questo.

Ma sto diventando troppo ombelicale per i miei gusti e quindi torniamo a bomba, e tutto questo era per dire che se potessi riempire questo blog con le email che ricevo e i carteggi che si creano con alcune persone in certi momenti e, non so davvero spiegarmi il perché, ma mi capitano spesso situazioni anomale o divertenti o bizzarre, avrei risolto qualsiasi problema di fidelizzazione del lettore e di gestione del poco tempo che mi lascia il resto della mia vita e potrei tranquillamente giocare a Tetris, mentre le statistiche circa i miei accessi al blog crescono in maniera esponenziale.

Uno di questi carteggi posso riportarlo con il beneplacito dell’altra protagonista, che anzi è ben contenta di essere citata e riconosciuta: infatti secondo me è completamente pazza, ma di quella pazzia che rasenta il genio e io la trovo simpaticissima.

Andiamo con ordine.

Mentre mi occupo di promuovere Stilos con l’invio del comunicato stampa e del banner per gli abbonamenti alla rivista, mi arriva una risposta all’email del comunicatgo con l’oggetto cambiato rispetto all’originale: 

Oggetto: Re: “Stilos: la rivista dei libri” torna in edicola a fine Gennaio – e nel frattempo e’ nata la Neo Edizioni

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.07

 Salve,

mi chiamo Isabella Tramontano e curo l’ufficio stampa della casa editrice abruzzese NEO edizioni.

Sono contenta che voi torniate in edicola, vi leggevo, e la cosa mi ha fatto anche riflettere sorridendo: quante cose accadono mentre noi non ci siamo, anche se usciamo per poche decine di minuti. In questi due anni vi comunico che siamo nati noi, la NEO.

Stiamo avendo un discreto successo, ma 24 mesi son pochi per gridare vittoria. Sarei contenta se voi deste attenzione alla nostra casa editrice, secondo me siamo bravi, se può valere. Ora come ora, vorrei che leggeste il libro del nostro autore (omissis). Pronta a inviarvelo.

In attesa di un bel pezzo su di me, addetto/a stampa (sui generis?)

Aspetto Vostre,

Isabella

Dopo un primo momento di perplessità comincio a ridere e rispondo subito all’addetta stampa sedicente-sui generis:

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.13

A: isabella

 Ciao Isabella,

Intanto in bocca al lupo per il vostro lavoro.

Innanzitutto ti comunico che ti rispondo a titolo personale e non come redattrice della rivista, perché mi hai fatto sorridere con questa tua email e quindi se vuoi mandarmi il libro del vostro autore sarò lieta di leggerlo e poi decidere se parlarne o meno su Stilos.

Puoi inviarlo a (omissis)

Posso prendere un pezzo della tua email e pubblicarla sul mio tumblr? E’ divertente :-D

 buon lavoro

Seia

Lei mi risponde dopo 2 minuti, si vede che la nostra vita sociale al momento langue pesantemente:

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.15

A: Seia

ti mando tutto e ti chiedo di farmi felice.

mi citerai? anche no, eh.

grazie,

Isabella

Queste parole mi fanno pensare al “Coprimi di soldi” che è il tormentone in “Jerry Maguire” con Tom Cruise e, come tutto quello che mi fa pensare a Tom Cruise, mi piace e a questo punto sono già conquistata alla causa Montanaro

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.19

A: isabella

Certo che ti citerò! Secondo me il problema della maggior parte delle case editrici italiane a parte la qualità degli autori, scarsa nel 95% dei casi è anche l’incapacità di chi ne cura gli uffici stampa, poco motivati, per niente attivi, nessun’iniziativa, non seguono i loro autori, tu sei troppo simpatica e anche molto intraprendente quindi, a prescindere da come sarà il libro, ti meriti tutto il meglio.

Quanto a farti felice, non prometto nulla, probabilmente non mi conosci e non hai letto i miei pezzi su carta o su blog, ma passo per essere una vera stronza con gli esordienti italiani, quindi… :-D

S.

 Da: isabella

 Date: 13 gennaio 2010 20.23

A: Seia

azz.

ora ti svelo una dinamica delle case editrici italiane: se il pezzo e’ brutto l’addetto stampa viene chiamato in una stanza buia e lasciato lì in isolamento per giorni.

vuoi questo per me?

Io scrivo per una rivista on line, Novamag.it, e ricevo molti comunicati stampa e  concordo: sono noiosi, tutti uguali per tutti. ma lo stesso addetto non si rompe?

Io effettuo delle vere e proprie prestazioni comunicative ogni volta.

Dove posso leggerti?

Isabella

 “Prestazioni comunicative” mi ha prostrato l’ammetto, ma lei è troppo forte e quindi continuo a cedere.

 Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.41

A: isabella

 Non pensare di farmi sentire in colpa, chi promuove un brutto libro che intasa un mercato già saturo di monnezza si merita questo e altro :-D

Conosco Novamag.it, la leggo qualche volta, non è male. E un po’ il lavoro di addetta stampa mi è capitato di farlo in passato quando ho iniziato anni fa con la prima rivista letteraria e cercavo di essere originale con i comunicati e ora lo faccio solo per promuovere autori ai quali mi dedico  esclusivamente perché ci credo, o per Stilos che ha bisogno di essere rilanciato al momento.

(omissis)

Puoi leggermi su (omissis, l’elenco è noioso e non ha a che vedere con la nostra storia). Domani faccio un post con questo scambio di email, magari sistemandole un po’, ma mantenendone lo spirito e lo faccio leggere prima di pubblicarlo così vediamo se approvi o meno :-)  

Seia

Lei che ha capito che ormai mi ha in pugno, anche perché dei titolari degli uffici stampa italiani quelli che mi piacciono si contano sulle dita di una mano, umanamente e professionalmente, il migliore resta Stefano Fedele, che prima era in Donzelli e poi in Avagliano e ora si occupa in gran parte d’altro, restando sempre nella comunicazione; e poi ho un’ammirazione sconfinata per l’ufficio stampa di Miminumfax, il precedente e quello attuale, che creano rumore e eventi intorno ai libri della casa editrice, e ha contribuito non poco a farla diventare in poco tempo una casa editrice di penso sul mercato italiano. E questo, nonostante io non condivida la pubblicazione di più di metà dei loro libri. Molto brave sono poi Silvia Tessitore di Zona Editore, Lucrezia De Palma che ora purtroppo lavora per la Coniglio editore e i libri che mi propone di solito non sono il mio genere (e non dovrebbero essere il genere di nessuno a dire il vero) e Fiammetta Biancatelli di Newton Compton. E la maestra per me, anche perchè viene dal giornalismo è Stefania Nardini, che di esperienza nella comunicazione (e non solo) ne ha da vendere. Molti addetti stampa invece sono sbrigativi, noiosi, pedanti, maleducati, ripetitivi, per niente appassionati, poco attenti, incapaci di coinvolgerti e di farti incuriosire ai libri che ti presentano e che secondo me loro per primi non hanno letto o non leggerebbero. E poi scrivono questi comunicati tutti uguali, poco brillanti, poco accattivanti, per niente studiati. 

Come dicevo, Isabella ormai ha capito di avermi impugno e quindi raddoppia la posta! 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.46

A: Seia

Non per Stilos, ma per le altre pagine bianche che riempi, ti allego la scheda di un libro nostro che amo molto. Fammi sapere, obiettiva e cruda come mi sa sei.

(sai che io ho affossato un nostro libro? mi vergognavo di parlarne…)

 Tra donne: quanti anni hai?  Io 33.

 Sistema, taglia cuci, fai tu.

Isabella 

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 20.48

A: isabella

Ne ho 34 e ti sei dimenticata l’allegato! :-D  

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 20.53

A: Seia

Evvai!

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.05

A: isabella

Capita sempre anche a me :-)

Dalla scheda mi pare interessante: è già uscito?

 

 Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.09

A: Seia

Dicembre, ma – visto il tema, com’e’ scritto – e’ sempre attuale.

Pensa, è stato messo in scena al piccolo di milano, e forse la prossima iraquena sarà  Ottavia Piccolo.

Quando l’ho letto e sono rimasta in trance per due giorni.

te lo mando, ja.

Isabella

 

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.13

A: isabella

  :-)

ok, qualcosa mi dice che mi piacerà più questo dell’altro, ma li leggerò tutti e due ja :-D

S.

 

Da: isabella

Date: 13 gennaio 2010 21.15

A: Seia

Ahahaha.

Buona serata e grazie,

Isabella

Da: Seia

Date: 13 gennaio 2010 21.16

A: isabella

Buona serata anche a te :-)

 S.

I due libri mi sono arrivati subito, e siccome il mio istinto quasi mai mi tradisce, già so che il secondo libro è quello che mi piacerà parecchio, ho fatto il mio test delle dieci pagine lette a caso qui e lì e nemmeno una mi ha deluso. L’altro è molto esordiente, molto italiano, molto poco per me (e per tutti penso, ma come promesso lo leggerò tutto prima di parlarne bene o male o d’ignorarlo, a parte un veloce feedback alla fantastica Isabella, che secondo me tutte le case editrici dovrebbe correre per cercare di accaparrarsela come ufficio stampa).

Qualche stralcio dal libro che mi pare notevole, Palace of the end, una piéce teatrale scritta da Judith Thompson - che conoscevo già per la sceneggiatura del film “L’altra metà dell’amore” – che racconta in tre monologhi il conflitto in Iraq prendendo il punto di vista, o meglio immaginandolo, di tre personaggi realmente esistiti e che con questa guerra hanno avuto molto a che fare:

Mi chiedo se mi manderanno al gabbio per otto anni come Charlie. E’ strano, sapete, se le cose andavano in un altro modo, invece di star qua in ufficio e aspettare il processo, avrei potuto avere anch’io un telefilm che parla di me. Lei è veramente un eroe e sapevate che anche lei viene dal West Virginia? Sì, credo che Jessica Lynch è l’idolo degli americani. Io invece sono il segreto dell’America gridato al mondo intero e loro no, mica ne sono  contenti.

A parlare qui è Lynndie England, la soldatessa americana fotograta mentre seviziava alcuni dei prigionieri del campo di tortura di Abu Grahib.

Il mio albero di datteri non è bellissimo? Ci sono più di trecenta varietà di datteri. Potete immaginarlo? Quando ero incinta del mio primogenito volevo provare ogni tipo di dattero, ma mi sono fermata a cento. Si, cento varietà. Veramente, tutti hanno pressappoco lo stesso sapore, ma non dite a un iracheno che ho sostenuto questo!!!

Sapete per centinaia, migliaia di anni, i datteri con il latte di cammello erano la dieta dei Beduini, proprio come le patate erano la dieta degli irlandesi.

Rovinare questo albero è imperdonabile. Nell’antichità un militare diceva: “Non uccidere una donna, un bambino o un vecchio. E non tagliare un albero“.

Cos’è successo? Ormai è solo un gioco. E’ un danno collaterale.

E’ la voce di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena e moglie di un oppositore di Saddam Hussein.

Si, credo decisamente di non sbagliarmi su questo libro.

That’s all folks.

A volte ritornano (magari un po’ cambiati)

13 gennaio 2010

Stilos, il magazine dei libri” torna in edicola dopo due anni di assenza con un formato e una grafica rinnovati: sarà un mensile di 130 pagina a colori e non si occuperà solo di letteratura. 
 «In una stagione che ha segnato la chiusura di altre testate culturali e penalizza sempre più il mondo dei libri» dice Gianni Bonina, fondatore e direttore della rivista «Stilos vuole provare a dimostrare che, ovunque  andrà, il mondo finirà sempre in un libro». 

La rivista sarà in edicola alla fine di Gennaio e io avrò (anche) una rubrica fissa, anzi una rubrichetta, come dice il direttore, bontà sua, sui libri persi e ritrovati: Pastiglie è il suo nome, molto carino no? (Grazie a chi l’ha suggerito).

Qui c’è il comunicato stampa ufficiale e cliccando sul bannerino qui sotto si arriva direttamente alla pagina degli abbonamenti: perché ricevere la rivista direttamente a casa è tutta un’altra cosa! E costa anche meno.  

 

Per informazioni:

www.stilos.it
Editoriale Stilos s.r.l.
Partita Iva 04736270879
N. Rea Cciaa Ct-315766
Via Gabriele D’Annunzio 13, 95100 Catania
Telef. 095.551614
Telefax 095.7040970
Direttore responsabile
Gianni Bonina
Direzione direzione@stilos.it
Redazione redazione@stilos.it
Amministrazione info@stilos.it
Pubblicità inserzioni@stilos.it
Abbonamenti abbonamenti@stilos.it

Speriamo che tenga*

9 gennaio 2010

Pensavo a Wislawa Szymborska prima di dare inizio alle danze lunedì scorso al “Colosseo Nuovo Teatro“: presentavo Storie dalla fabbrica, una evento dedicato al confronto tra due libri diversi tra loro, scritti a distanza di trent’anni, Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e Cera per le sirene di Alberto Ragni, che però parlano entrambi di fabbriche e operai.

L’idea mi è venuta qualche mese fa perché i due libri sono legati non solo da aspetti relativi ai rispettivi protagonisti, gli operai di fabbriche in difficoltà, ciascuno con la propria vita e i propri problemi, ma anche perché Alberto ha preso il titolo del suo romanzo e la poesia che ha messo in epigrafe al volume proprio dal libro di Di Ciaula, e io poi ho letto Tuta blu proprio perché è stato Alberto a regalarmelo anni fa.

A parte questo i due romanzi sono completamente differenti. Di Ciaula racconta un mondo che sta cambiando, in peggio, il passaggio dalla vita contadina a quella industriale; è quasi un monologo il suo, un’invettiva in forma di diario contro l’ingiustizia di una vita sacrificata alla fabbrica, al lavoro senza tutele, all’alienazione di giorni sempre uguali. C’è l’amarezza, l’amarcord e la poesia nelle sue parole, ma soprattutto la rabbia di un uomo che deve lottare per non perdere la propria dignità in nome del progresso, della produttività, del profitto.

Alberto scrive invece di un giovane operaio che sta per perdere il lavoro, ma che ha una vita al di fuori delle pareti della fabbrica, una sorella con cui vive un curioso rapporto fatto di malizia e ironia, una quasi ex-fidanzata dai seni grandi quasi quanto la sua indecisione circa il loro rapporto, un vicino di casa paranoico e strambi colleghi di lavoro con cui cucina la trippa durante il turno di lavoro e gioca a carte nelle pause. E anche gli aspetti più seri legati alla probabile dismissione dello zuccherificio in cui lavora, sono raccontati con un’ironia amara ma leggera, che fa sorridere e commuovere allo stesso tempo. Penso per esempio agli operai che di notte rimontano ciò che di giorno viene smontato per chiudere definitivamente lo stabilimento, come estremo tentativo di ribellione, inutile ma liberatorio e soprattutto “legale”, loro costruiscono, non sono mica dei vandali in fondo.

Di eventi culturali – tra presentazioni, convegni, poetry-slam, conferenze – ne ho organizzati parecchi in passato, soprattutto con “Origine” non facevamo che promuovere iniziative e incontri a diverso livello, ma sono sempre stata dietro le quinte, inviavo e scrivevo comunicati, invitato persone e personaggi (solitamente c’è una gran differenza tra le une e gli altri), controllavo che tutto procedesse per il meglio e poi mi sedevo tra il pubblico a godermi lo spettacolo, limitandomi a dare qualche indicazione, se necessario.

Lunedì invece ho dovuto sedermi sul palco davanti al pubblico dopo aver organizzato tutto e mentre cercavo di contenere il panico, mi sono tornate alla mente queste parole della scrittrice polacca in “Serata d’autore”, contenuto nella raccolta Vista con granello di sabbia. Poesie (1957 – 1993):

“Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa…”

In realtà nella platea del bel Teatro Nuovo Colosseo c’erano ben più di dodici persone, qualche amico, nessun parente – se si esclude Davide che ha sostituito Tommaso Di Ciaula assente giustificato per una leggera indisposizione – e diversi sconosciuti che hanno mostrato di gradire la serata.

Come mi succedeva durante gli esami all’università la cosa peggiore è stato l’attesa che ha preceduto l’evento: è stato come prima dell’appello del professore, mentre una volta che hai deciso di varcare la soglia dell’aula e ti siedi davanti all’esaminatore ti dimentichi di tutto e pensi solo a portare a casa il miglior risultato possibile. E credo che ci siamo riusciti.

Davide è istrionico, il palco è il suo territorio naturale, il pubblico lo esalta, leggere brani suoi o di altri, con il piglio del grande attore o del poeta che vive ciò che legge, è uno dei suoi talenti.

Alberto è stato simpatico e brillante, è stato se stesso in pratica, ma senza quella leggera ritrosia o timidezza che mostra a volte nella vita: si è preso la parola quando gli pareva (e riuscire a zittire Davide senza litigarci non è impresa da tutti) e ha giocato di sponda o assestato un bel colpo ad effetto a seconda dei momenti e sempre quando era giusto farlo. Ha scelto di leggere brevi brani del suo libro, ma li ha selezionati con cura, c’erano anche alcuni dei miei preferiti e quasi non ci eravamo messi d’accordo. E a un certo punto mentre cercavo di dare qualche informazione generale sulla letteratura operaia e quella industriale e d’inquadrare storicamente e criticamente il fenomeno – in fondo sono o non sono un critico letterario in progress? – a tradimento quasi, ha calato il suo asso di bastoni citando una canzone di Umberto Tozzi del ’77, “Gesù che prendi il tram”, che potrebbe essere la vera origine dell’espressione “tuta blu” per indicare convenzionalmente l’’operaio, visto che è uscita un anno prima che il libro di Di Ciaula fosse pubblicato.

Ora a me chi ha inventato per primo l’espressione “tuta blu” non è che importi molto, il romanzo di Di ciaula resta importante per molti altri aspetti, ma che Tozzi abbia scritto una canzone impegnata che recita:

“Gesù che entri nei bar / Insieme col mattino Cornetto o cappuccino / tu lo sai Che troppi figli hai / Gesù che in fabbrica vai / tuta blu Compagno Gesù / C’è un uomo in meno una vedova in più”

mi ha scioccato. Meno male che ho imparato da Pippo Baudo (ma soprattutto da Milva) che the show must go on e sono andata avanti nonostante il trauma.

Della serata mi resterà la pioggia che ha creato non pochi problemi; il rosso acceso delle poltroncine del teatro; i fari che illuminavano il palco accecandomi; le mie amiche in prima fila a sostenermi; una bellissima cartolina in bianco e nero del mercato dei libri a Barcellona nel 1915; Alberto che prende alla lettera le richieste di “firmare la copia del tuo libro” fatta da chi le ha comprate e le sigla una per una con il suo nome e cognome senza aggiungere una dedica, un pensiero, una frase da navigato scrittore; la spilla da balia strategica che teneva insieme la scollatura troppo audace della mia camicetta e che a un certo punto ha deciso di abbandonarmi, rischiando di farmi ripetere l’esperienza di Patsy Kensit a SanRemo, solo che mutatis mutandis, c’è da dire che la Kensit porta una prima scarsa, qui invece parliamo di ben altro, ma il pericolo è stato miracolosamente scongiurato.

A parte i ricordi e i ringraziamenti a chi ha permesso di realizzare la serata, a chi è intervenuto, a chi non c’era ma avrebbe voluto esserci (e un pensiero a chi mi ha creato solo problemi), quello che ancora porto con me, è una brutta bronchite dovuta all’umidità della serata e al freddo preso durante la cena del dopo evento, che in pratica mi ha privato di qualsiasi capacità respiratoria e mi ha segato via le corde vocali.

Una serata che non dimenticherò mai, soprattutto se non dovessi riacquistare mai più la mia bellissima voce!

Ah, dimenticavo, in prima fila non c’era nessun vecchietto che sognava dolcemente la moglie e una crostata di prugne. Peccato. 

 

 

* è stato il leitmotiv di tutta la mia giornata: “speriamo che tenga” il tempo, la spilletta, il tacco 10 degli stivali, il palco, il faretto sopra la mia testa, il tendone all’esterno del ristorante sotto la pioggia, e soprattutto il mio cuore che a volte perdeva i battiti, ma questi sono fatti più miei, dei miei raccontati fin qui. (Citazione di Speriamo che tenga di Moni Ovadia, naturalmente).

Ci si vede lunedi alle 19 al Nuovo Teatro Colosseo di Roma, no?

1 gennaio 2010

Iniziamo l’anno nuovo insieme? 

Il 4 gennaio, ho organizzato a Roma un incontro dedicato alle storie che parlano di gente che lavora in fabbrica. E infatti si chiama STORIE DALLA FABBRICA.
 
Ci saranno due scrittori,
Tommaso Di Ciaula e Alberto Ragni, che hanno scritto due romanzi che – a distanza di trent’anni l’uno dall’altro – raccontano appunto le vicende di alcuni operai.
 
Tommaso Di Ciaula ha scritto
TUTA BLU (pubblicato da Feltrinelli nel ‘78, con la prefazione di Paolo Volponi, e nel 2002 dall’editore Zambon), un romanzo che sin dalla sua prima uscita, si è imposto a pubblico e critica perché dava voce agli operai, essendolo lui stesso, e più di ogni altro ha saputo raccontare chi erano, cosa volevano, cosa pensavano, quegli operai.
Tant’è che se oggi noi li chiamiamo “tute blu”: è soprattutto per questo libro.
 
Alberto Ragni è l’autore di
CERA PER LE SIRENE, un romanzo di cui ho già scritto (mentre qui c’è un’intervista) - ma ho scritto anche di Tuta blu qualche anno fa - che parla di operai dei giorni nostri: che è già una cosa notevole di per sé. Oggi, se in un romanzo si parla di lavoro, di gente che lavora, si parla di gente che sta in un call center. Oppure di manager, imprenditori, palazzinari, professionisti, impiegati pubblici, insegnanti o di precari a qualsiasi livello. Gli operai sembrano spariti o quasi, perlomeno dalla letteratura. Invece, nel romanzo di Alberto Ragni, ci sono. E c’è anche dell’altro.
 
Quella del 4 gennaio, sarà una serata di letture e di chiacchiere, in un bel teatro – il
Teatro Nuovo Colosseo di Roma, che si trova in via Capo d’Africa 29/a. Si comincia alle 19.
 
Due parole sul Teatro Nuovo Colosseo: a parte la ci sono delle enormi cineprese d’epoca a decorare la hall come fossero delle installazioni artistiche, ma non è di quelli enorm, in cui ci si perde dentro. Si ha la sensazione di stare tra gente che si conosce già. Ecco, a noi piacerebbe che fosse una serata in cui chi partecipa si sente così, in mezzo a gente che conosce. Ci saranno Tommaso e Alberto che leggono delle cose, ci sarò io che li faccio chiacchierare un po’ tra loro, e con voi. In pratica proveremo a raccontare delle storie.
 
Vi invito a esserci e, se potete, anche a dire in giro che ci sarà questa serata. L’ideale sarebbe tutt’e due le cose, ça va sans dire.

Se avete un account su Facebook qui c’è la pagina dell’evento (e se avete un account su FB e giocate anche a Farmville diventiamo neighbours!)

Qui invece c’è il bellissimo comunicato stampa ufficiale.

Qui alcune pagine del bel libro di Alberto e qui un bell’omaggio a Tommaso Di Ciaula.

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Per informazioni:


seia.montanelli@gmail.com
 
Colosseo Nuovo Teatro
www.e-theatre.it
Via Capo d’Africa 29/a
00184 Roma
Info: 06 7004932
Ufficio Stampa: 366 1915226
Email:
colosseonuovoteatro@e-theatre.it
info@e-theatre.it

 

Storie dalla fabbrica

Un libro che peggio me sento

15 dicembre 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog - ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume - a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi - ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.