Come un romanzo

“Un vecchio assassino è in fuga, tallonato dalle auto della polizia, e precipita nel fiume. La camera lo segue mentre scende giù nelle acque, lasciandolo mentre annega, per sostare sui resti dell’auto adagiati sul fondo: le forme moderne della vettura si trasformano gradualmente in antichi rottami. E quando la camera riemerge dal fiume ci ritroviamo indietro, nella New York anni Trenta”.
Doveva essere questo l’inizio di C’era una volta in America, ultimo film diretto da Sergio Leone, se Ernesto Gastaldi – incaricato di scrivere il trattamento del lungometraggio – non avesse poi rinunciato, e la sceneggiatura non fosse stata scritta, com’è poi avvenuto, dallo stesso
Leone assieme a Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli e Franco Ferrini.
Ma ciò che forse non tutti sanno riguardo a C’era una volta in America, è che la sceneggiatura del film non è un testo originale, ma nasce dall’amore di Sergio Leone per il romanzo autobiografico The Hoods pubblicato nel 1953 a firma Harry Grey. Con buona pace di chi ritiene che tutta la storia narrata nel film sia in realtà, lo svolgimento di un sogno provocato dall’oppio, del protagonista Noodles (che in italiano significa “capoccia” ma anche “spaghetti”), alias Robert De Niro.
Racconta Gastaldi che un bel giorno Leone gli fece leggere un libro di cui era entusiasta: l’autobiografia di un anziano killer ritiratosi dall’attività nei primi anni Trenta. Due settimane dopo il regista gli presentò l’autore in persona, un tranquillo signore alquanto avanti con gli anni, che raccontò amabilmente ai due cineasti di aver ucciso 29 persone con il suo rasoio. E il libro, scritto da Grey a quattro mani con la moglie e intitolato Mano armata nella versione italiana, è appunto la narrazione della sua esperienza di gangster negli anni del Proibizionismo: un lungo viaggio nella memoria, dagli anni della scuola fino alla tragica fine della sua banda, di cui facevano parte i suoi più cari amici.
Il film poi, è fedele al testo solo fino a un certo punto: ne segue lo svolgimento per la descrizione dell’infanzia dei quattro gangsters, dell’amore di Noodles per Deborah – che nel libro si chiama Dolores – e dei vaneggiamenti di Noodles nella fumeria d’oppio.
Certamente, C’era una volta in America è un vero capolavoro, e forse ha ragione chi sostiene che sia il film più bello di Sergio Leone, ma io che amo sempre più i libri dei film che ne vengono tratti, mi sono appassionata maggiormente alla storia di Grey che a quella di Leone. Se non altro perché smentisce, in buona parte, una mia convinzione sui libri autobiografici o sulle biografie in genere: ovvero il fatto che siano presuntuose. Né più né meno, mi annoiano: nella stragrande maggioranza dei casi, il tempo speso a leggere testi biografici o autobiografici non è ripagato da una narrazione davvero interessante e quasi sempre poi la scrittura è debole e priva di mordente.
La mia sensazione, di fronte alle biografie, è che prevalga negli autori la convinzione che il permesso accordato al lettore di accedere ai fatti privati del protagonista giustifichi in sé il costo del libro e il tempo che ci vuole a leggerlo. Personalmente sono convinta invece che, salvo rare eccezioni, non vi sia nulla che in un’esistenza umana giustifichi più di dieci pagine di narrazione (cartella standard – 1800 battute). E soprattutto, ho l’assoluta certezza che nessuna esistenza, colta nella sua interezza, possa essere sempre e comunque degna di essere raccontata.
Naturalmente sono disposta ad ammettere delle eccezioni.
Penso, per esempio, a Mirabilmente singolare – la biografia di Glenn Gould di Kevin Bazzana – o alla vita di Luigi Pirandello narrata da
Massimo Carlotto, anche se quest’ultimo è un libro che mi ha convinto più per i fatti ch’esso racconta che per i suoi meriti letterari.
L’ulteriore eccezione alla regola è proprio Mano armata di Harry Grey, tradotto per Longanesi da Adriana Pellegrini negli anni 1960 e attualmente fuori catalogo.
Grey, pseudonimo di David Aaronson – anche se alcuni fonti danno come suo vero nome Harry Goldberg – sa raccontare alla stregua di uno scrittore consumato la sua storia di sopravvissuto al proibizionismo e alle lotte tra bande nella New York del Lower East Side. Con uno stile affilato come la punta del coltello di Noodles, Grey rievoca un mondo violento e spietato, senza indugiare in esaltazioni o rimpianti, descrivendo lucidamente l’ascesa della sua gang fino ai vertici della criminalità organizzata.
Ma alla ruvidezza della gangster story alterna la dolce malinconia per un amore non corrisposto, e, infine, consumato solo nello stupro della bella e capricciosa Dolores. Addirittura quando Grey rievoca, in intensi monologhi interiori, i suoi sentimenti per lei la prosa diventa poetica, struggente, romantica e il personaggio del criminale incallito acquista un’umanità dolente che spinge il lettore a parteggiare, malgrado tutto, per lui.
E poi Noodles è colto, elegante, bello, intelligente e soprattutto leale verso i suoi compagni. E se pure in ogni singola pagina del romanzo Grey esibisce il suo desiderio di emergere, di vendicarsi del padre – un uomo ai suoi occhi debole e pavido, almeno finché una rivelazione sul suo passato non lo fa ricredere -, di essere temuto e rispettato e ricco, il lettore non può sottrarsi alla speranza d’una redenzione.
Il libro termina con un finale dolceamaro, sebbene nella realtà la conclusione della vicenda per Noodless-Grey-Aaronson, sia arrivato solo diversi anni dopo. Come lo stesso ex gangster ha raccontato a Gastaldi, dopo la cessazione della sua attività criminale fuggì in Florida, dove si rifece una vita tranquilla ed onesta, fino a quando, molti anni dopo, non gli arrivò una telefonata dalla mafia che esigeva il risarcimento d’un suo debito. Gli fu spiegato che doveva tornare a New York per uccidere un membro del congresso americano. Grey non poté rifiutare e così eliminò il senatore, ma poi fuggì e simulò di essersi tolto la vita gettandosi con la sua auto nel fiume Hudson: riappropriandosi così di una pace che aveva cercato di raggiungere fin da quando era un membro di una gang e si faceva largo nel mondo con la lama del suo coltello: “mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa”.
Ecco, se hai una storia così a disposizione, e sai raccontarla al lettore, hai tutto il diritto di scrivere una biografia, questo è ciò che penso. Anche se a ben vedere, poi finisce che viene fuori un romanzo vero.





* Irving Stone è anche l’autore di un altro meraviglioso romanzo biografico: Vortici di gloria che racconta la vita di Camille Pissaro, uno dei pittori più importanti del movimento impressionista. Ripercorrendo la vicenda umana ed artistica del “visionario riflessivo”, come venne definito dai critici Pissarro, Stone disegna un magnifico e a volte dolente affresco dell’intero movimento pittorico che ha sconvolto il mondo dell’arte sul finire dell’800, intrecciando la storia di Pissarro con quella dei maggiori (e anche minori) esponenti dell’Impressionismo francese, da Monet a Degas, da Renoir a Cézanne a Sisley, e a quella di quanti (scrittori, mercanti d’arte, commercianti, osti, amanti e modelle) gravitarono intorno al movimento.

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77 risposte a Come un romanzo

  1. Massimo scrive:

    Leggo solo ora questo articolo, io che da adolescene, ormai sono passati più di trentanni, mi infiammai per questo libro, e lo passai ai miei migliori amici. Mi commuovo amche ora, a leggere informazioni di cui non disponevo, sulla vita vera che lo ha prodotto. Da ragazzo trovai una rispondenza emotiva immediata con quelle pagine, con i personaggi, che percepii come “più veri” rispetto a quelli dei pur tanti romanzi che fin lì mi avevano accompagnato. Anch’io come Lei identifico la storia raccontata da Noodless con il libro e non con il film, che pure è bellissimo. Leone ha reinventato, ha preso di forza la macchina da presa e l’ha girata con la pura forza della volontà artistica, creando una prospettiva personale, imponendo il suo spirito creativo. Tuttavia, per me che ho letto il libro così tanti anni prima, i due lavori restano indipendenti e non mi piace metterli a confronto, perché temo abbiano meno in comune di quanto la trama ci suggerisca. Il libro è come un albero in autunno, o una città molesta di rumori e puzze, mentre il film è il dipinto, l’impressione di quel reale.

  2. seia scrive:

    Quindi il libro sarebbe scritto coi piedi perché tu preferisci il film? Giudizio critico fondato e incontrovertibile :-)

  3. Noodles scrive:

    Non sono d’accordo. Mano armata è un libro da quattro soldi, scritto coi piedi. E soprattutto non vi trovo questo realismo di cui tu parli. anzi! Lo stesso Leone capiva benissimo quanto fosse povero stilisticamente il romanzo, ad attrarlo però era proprio il fatto che pur raccontato da un gangster che quelle cose le aveva vissute sul serio, il romanzo-autobiografico (o presunto tale) si svolge nella più pura convenzione del cinema di genere (gansteristico).
    Leone fa la stessa cosa, gioca coi riferimenti, con gli stili, gli angoli del noir, ma lo fa da professionista, da grandissimo autore postmoderno e firma un capolavoro.
    Per me il più bel film mai visto. (e ne ho visti e continuo a vederni a quintali).
    Di più: è la mia Opera preferita. In assoluto
    Non a caso il mio nick e il titolo del mio blog.

  4. NoodlesD scrive:

    sono anni che cerco Mano armata ma non sono mai riuscito a trovarlo. anche su vari siti di biblioteche online… niente proprio.

  5. utente anonimo scrive:

    Augias ha di buono che ha anche fatto del teatro e mi pare che questo traspaia quando va in televisione. I libri che citi sono belli da regalare e, mia statistica non attendibile, piacciono alle ragazze che piacciono. Che mi piacciono, in ogni caso (fine complimenti e, se del caso, esclusi i presenti)

  6. seia scrive:

    Non occorre nemmeno pentirsene. S’intuisce che Augias è simpatico. E mi piace anche il suo modo di scrivere: ho divorato i suoi libri su Parigi e New York degli ibridi tra letteratura, saggio e guida turistica.

  7. utente anonimo scrive:

    Se il supplemento di 24ore fosse diretto da un non-giornalista, sarebbe meglio di com’è. Io rimpiango un po’ i tempi di Armando Torno, che è giornalista come Chiaberge, ma a suo tempo di altra qualità (ora non mi pronuncio). Il manifesto è leggibile, Alias va a volte – più no che sì, comunque, un sacco d’ideologismi nojosi. Augias è un simpatico, di persona fa schiantare dalle risate, e anche in tivù. Gli speciali sul sociale del Terzo credo di non averli mai visti e non ne meno vanto.

  8. seia scrive:

    Non sprecherò tempo a leggerlo allora, l’articolo. D’accordo con te e Moretti, anche se ogni tanto un certo tipo di giornalismo televisivo piace: da Augias agli speciali sul sociale di Rai3 e ho già detto del domemicale del Sole24 ore. Mi piace anche il coraggio del Manifesto, sebbene un po’ estremista a volte. Peggio di Generazione X, sempre di Coupland, è il successivo “Generazione Shampoo”: già il titolo è un programma.

  9. utente anonimo scrive:

    Mannò, figùrati. Tu sei della generazione per cui ha sprecato 3 pagine Zincone jr. sul Magazine del Corriere giovedì scorso. Beati voi: nemmeno avete un nome e già vi fotografano e vi sbattono in copertina. A noi, al massimo, la copertina di quel romanzo non poi così bello.

    Moretti diceva qualcosa tipo: quello che finisce sull’Espresso, una volta che è lì dentro, non esiste più, è finto (non ricordo bene, come vedi).

    In realtà, ho un’opinione mediocre del giornalismo in generale e non mi dispiace se faccio d’ogni testata un fascio.

  10. seia scrive:

    E così sono orfana di movimenti e di consonanti: me ne farò una ragione. Mai visto un film di Moretti (non per presa di posizione semplicemente non è mai capitato) e quindi non so che ne pensiate dei rotocalchi tu e Moretti, ma intuisco che non ne avete una bella considerazione. E nemmeno io in fondo.

  11. utente anonimo scrive:

    Mmh, non credo tu possa ascriverti alla Generazione X: sei troppo giovane, mi sa. La Generazione X è roba da matusa, oramai, due o tre compagnie fa (ne parlavo ieri con una brillante architetta jazz di due compagnie maggiore di me).

    Sui rotocalchi, mi duole ammettere che la penso come Nanni Moretti in Caro diario – per il resto no, ma su quello specifico argomento sì, del tutto (se poi è proprio Caro diario e non un altro suo film)

  12. seia scrive:

    Metapaninari è fantastico. Un po’ come la Piperzone. Da quanto ho capito la generazione X viene fuori ogni volta che c’è un buco da riempire in qualche rotocalco. Quindi dovrei esserci stata dentro anche io. E non avevo nemmeno un “movimento” a cui fare riferimento. Gioventù bruciata.

  13. utente anonimo scrive:

    Quand’ero giovane, facevo parte della Generazione X, ma nessuno me l’ha mai comunicato con precisione e io l’ho intuito quando quella generazione lì era già finita. Da ragazzo, c’erano i paninari, ma stando in provincia si era paninari di riflesso, che non è la stessa cosa: e non s’avevano i mezzi per definirsi metapaninari, nemmeno.

  14. seia scrive:

    Mi riferivo a Pallavicini e soci che hai citato tu. “Il brand siamo noi” sembra uno slogan della Generazione X :-)

  15. utente anonimo scrive:

    A me non dispiace che tu sia d’accordo con me: quello greve, fra i due di questo thread, sono io e se una volta incrocio la tua levità ineffabile, ben venga e sia.

    I brand servono e ignoro chi siano l’uno e l’altro cui ti riferisci. I brand siamo noi, per me.

  16. seia scrive:

    Stavolta sono assolutamente d’accordo con te. Mi dovrò preoccupare? Naturalmente io non seguo il brand dell’uno o dell’altro per ovvie ragioni. A pensarci bene non seguo alcun brand: sua enim cuique prudentia deus est. Comunque sei mai facessi il conto, preciso che li devo ancora compiere: ci tengo, passare il guado mi preoccupa.

  17. utente anonimo scrive:

    Rifiuto di fare il conto di quanti anni hai ora: so di essere infinitamente vècchio e bòn. Penso che le tue capacità intellettive e la tua curiosità topolina ti consentiranno di imparare il russo ben prima del 2055, se lo vorrai. Intanto, ho dimenticato di aggiungere, in altro thread: i capolavori forse non esistono e in ogni caso scadono ogni tot anni. Alla fine del Settecento, non tutti gli italiani erano convinti che la Divina Commedia lo fosse, per dire. Direi che unanimità c’è soltanto sulla Bibbia, Omero e Shakespeare – perché già Cervantes, vero. Noialtri non stiamo a preoccuparci dell’etichetta e guardiamo al contenuto (salvo per i vestiti, dove il brand è tutto, ovviamente: Pallavicini docet, e non l’ubiquo, alopecico Piperno)

  18. seia scrive:

    Più che altro non parlando il russo e non leggendo il cirillico avremmo dei problemi di comunicazione. Nel 2055 io avrò esattamente 80 anni e spero di conservare parte delle mie facoltà intellettuali per poterti intrattenere ancora. Ma la demenza senile non perdona. Staremo a vedere. Comunque ho ancora davanti “molti anni buoni”.

  19. utente anonimo scrive:

    Questa misero Office 2003 non deve avere i caratteri russi per doppiare gli inarrivabili versi di Majakovskij: me ne dispiaccio (tu magari non te ne fai niente). Grazie tuttavia di averli citati.

    Contrario a te, mi fido in genere di una ragazza che decanti le bellezze maschili. Cioè: non ho bisogno di verifiche, prendo per buono. Tu poi non sembri proprio una qualunque, se mi trascini in questo thread dal 25 febbraio e io peraltro continuerò fino al 25 dicembre 2055, salvo deltree o altro del genere.

  20. seia scrive:

    Si capisce.

    Sai com’è, la sensibilità femminile: quando si sente decantare la bellezza di un’altra donna è necessario verificare. Le poesie di Eluard mi bastano senza dubbio al di là di questa Nush. La più bella dichiarazione d’amore resta però quella di Majakovskij: “Se io ho scritto qualcosa / se qualcosa ho detto / é colpa degli occhi di cielo / degli occhi della mia amata.”

  21. utente anonimo scrive:

    Nush è stata fotografata da Man Ray, che già dà l’idea meglio dei celebri ritratti picassiani. Ma in ogni caso: non ti bastano le poesie di Eluard? Sono certo che sì. A te interessa meno, ma è chiaro da quelle sole che era una bellezza senza uguali in tutta l’Alsazia e la Francia. Mais où sont les belles d’antan? Esclusa la presente, si capisce.

  22. seia scrive:

    Metterò in lista Mantovani allora, conosco dei posti dove si trova l’introvabile. Nush l’ho vista solo in un ritratto fattole da Picasso: capirai se non ne ho colto la bellezza in senso stretto.

  23. utente anonimo scrive:

    Entre deux miroirs / la nuit tes yeux se perdent / pour joindre l’éveil au désir.

    Un genio, anche se avvantaggiato dal fatto di poter dedicare i suoi versi – questi di sicuro – a una ragazza bella come Nusch. Le ragazze belle generano versi, come anche nota il sublime James Laughlin, traducendo Properzio, nientemeno.

    Quel romanzo di Mantovani che non hai ancora letto merita lettura, assicuro. Io l’avevo trovato su casuale bancarella a pochissime millelire, molti anni fa. Non penso sia più in catalogo.

  24. seia scrive:

    Mantovani ha tradotto Festa mobile in modo commovente e anche Faulkner e Bukowski: bravissimo. Del Mantovani autore conosco solo “Il cattivo maestro” ma non l’ho letto. “tra due specchi /

    ti si perdono gli occhi / nella notte

    per unire desiderio e risveglio.”

  25. utente anonimo scrive:

    Anche Vincenzo Mantovani, bravo romanziere di suo (ma nessuno lo sa) ha fatto miracoli traducendo Roth. Ora ci sono anche Luca Conti e, fra le ragazze, le meravigliose Anna Mioni e Clementina Liuzzi: e rimaniamo all’inglese.

    Ta chevelure d’orange dans la vide du monde: chi meglio di Eluard? Ma per esempio le celebri traduzioni di Fortini sono niente male (e anche queste sono state per me quel che per te fu il Salinger/Motti, lo confesso)

  26. seia scrive:

    Ok mi arrendo. Le traduzioni sono fondamentali, un bravo traduttore riscrive senza forzare il testo e la volontà dell’autore. Purtroppo posso fare il confronto solo con libri in lingua inglese (che è l’unica altra lingua che capisco, a parte il latino), ma a volte nella traduzione si perde completamente la musicalità e la cifra stilistica della lingua originale. Veraldi è straordinario, come Adriana Motti (che ha tradotto Il Giovane Holden) o Vittorini. Vorrei parlare almeno il francese per leggere Eluard nella sua lingua.

  27. utente anonimo scrive:

    Anche io non tollero la modestia e i sedicenti modesti, allo stesso modo che poco sopporto gli sboròni, oggi tornati di moda (in periodo di stagnazione economica, succede). Accetto comunque le tue ragioni, che però mi sembrano deboli: se conosci Haydn, la musica di oggi è per te acqua fresca e puoi parlarne quanto vuoi – il che non vuol dire namedroppare alla Hornby, per carità del cielo (che di musica s’intende pochino).

    Stamattina non mi si apre la home page di Fazi, ma lì troverai tutte le informazioni. In ogni caso, no, non sono favole. Il traduttore è l’ottimo Lucio Angelini – lo dico perché tu fai giustamente caso a chi traduce cosa.

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