Così, per esempio, i protagonisti di Francis Scott Fitzgerald non fanno che rincorrere il sogno americano per poi restarne inevitabilmente delusi; Dostoevskij costruisce la sua letteratura sulle antinomie che dilaniano l’uomo: bene e male, individuo e società, dannazione e salvezza, fede e ateismo. In ogni pagina di Burroughs troviamo il tema ricorrente della cospirazione, mentre il motivo fondamentale dell’opera kafkiana è quello della colpa e della condanna e in Pirandello dell’opposizione tra maschera e identità. Borges coltiva un’assoluta ossessione per l’infinito e il paradosso; Buzzati compie dei bellissimi viaggi intorno al tempo che sfugge e Thomas Mann rappresenta ostinatamente l’ordinata fissità del mondo borghese come un baluardo cui ancorarsi, seppur senza vera speranza, in un’epoca in disgregazione. Ogni scrittore ha dei fantasmi da esorcizzare attraverso la sua letteratura e un romanzo dopo l’altro affronta i propri demoni per sondarne limiti, possibilità e sviluppi narrativi.
Non fa eccezione l’opera di James Graham Ballard, che in ogni sua pagina indaga la questione dell’uomo sociale* di aristotelica memoria. In particolare per la letteratura ballardiana è stata utilizzata la definizione situazionista di “psicogeografia”, per indicare il tentativo (riuscitissimo) di descrivere il rapporto (patologico) fra ambiente e psiche individuale e/o collettiva e di indagare le reazioni dell’uomo costretto ad una convivenza forzata in luoghi chiusi. Soprattutto dopo la “tetralogia degli elementi” (composta dai romanzi Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo pubblicati negli anni ‘60), Ballard sposta la sua attenzione dal pianeta terra nella sua interezza, ad una porzione di mondo ben più limitata, rivolgendo il suo sguardo attento e spietato verso le dinamiche che presiedono l’interazione prolungata ed asfittica degli uomini in spazi limitati e privi di sbocchi esterni, ove esplode, inesorabilmente, la violenza collettiva (la cosiddetta “narrativa dello spazio interno”).
Molti personaggi di Ballard a partire dal ‘75, anno in cui pubblica Condominium, infatti, appartengono all’alta borghesia inglese che sceglie di isolarsi in complessi residenziali autosufficienti alla ricerca dell’ambiente perfetto; ma inevitabilmente queste micro-strutture sociali sono destinate ad implodere, perché – sembra dire Ballard – nell’uomo prevale l’istinto predatorio e il bisogno di affermazione che un luogo chiuso, senza possibilità di esplorazione e scoperta, frustra costantemente. Per non parlare del fatto che avere come unici interlocutori i vicini di casa e i componenti del proprio nucleo familiare porterebbe alla follia chiunque, senza bisogno di scomodare teorie psicoanalitiche o indagini sociologiche.
Il suo romanzo più agghiacciante resta però, a mio parere, Running wilde del 1988, edito in Italia col titolo rivelatore di Un gioco da bambini da Anabasi nel 1992 e ristampato nel 1999 da Baldini & Castoldi. L’edizione migliore è quella Anabasi (attualmente introvabile, ma io ce l’ho!) soprattutto per via della copertina che riproduce un dipinto di Alex Colville, raffigurante una bambina vista di lato che salta sulla corda, davanti uno squallido e geometrico complesso residenziale. L’immagine è inquietante: la bambina sembra una statua sospesa nell’aria, non sorride né mostra la gioia tipica dei giochi dell’infanzia. Mai copertina fu più azzeccata.
Peraltro il quadro di Colville adesso decora l’edizione Adelphi de L’uomo che amava i bambini di Christina Stead: è rimasto in tema.
Tornando a Un gioco da bambini, Ballard prende un piccolo villaggio residenziale nel Berkshire, il Pangbourne Village, e vi inscena un massacro apparentemente inspiegabile. A complicare le cose, interviene l’inquietante circostanza che tutti i tredici ragazzi, dagli otto ai diciassette anni, che vivevano negli edifici in questione si sono volatilizzati senza lasciare traccia: le trentadue vittime sono i loro genitori e tutti gli adulti che lavoravano per assicurare la pace e la tranquillità di questa monade sociale, dai vigilanti, che monitoravano 24 ore su 24 le case degli inquilini, ai domestici. Ognuno di loro è stato ucciso nell’arco di dieci minuti (ci sono registrazioni di videocamere e timer a testimoniare l’ora e la durata della carneficina) in un modo diverso, tutti crudelmente ingegnosi: sembrano delle esecuzioni o meglio delle punizioni e alcune richiamano alla mente la legge del contrappasso che regola le pene nell’inferno di Dante.
All’inizio tra gli investigatori prevale lo sgomento, non solo per l’efferatezza del crimine, ma soprattutto per l’ambiente in cui è maturato: un posto tranquillo, in cui tutto era perfettamente controllato, programmato e in cui tutti erano ricchi e felici; un vero quadretto da idillio ipertecnologico. Ma ad un esame più approfondito del contesto, Richard Greville, consulente psichiatrico della Polizia Metropolitana incaricato di esaminare il delitto per cercare di capire dove possano essere finiti i ragazzi, scopre che la perfezione e l’armonia indotta, può essere nociva e alla lunga innesca dei meccanismi di alienazione che culminano nell’esplosione di una violenza apparentemente immotivata (un po’ come in Arancia Meccanica di Anthony Burgess), che forse però, tanto immotivata non è. Greville conduce la sua ricerca dei colpevoli, passando al setaccio la vita degli abitanti di questo paradiso artificiale e soprattutto il luogo fisico e l’apparato architettonico che ha fatto da sfondo alla strage, e sembra quasi che Ballard identifichi proprio nell’ambiente la causa scatenante della violenza.
Mi fermo qui nel raccontare del romanzo per non rovinare la suspense della storia, sebbene l’aspetto del thriller non sia l’elemento più rilevante della narrazione. Del resto Ballard si muove sempre trasversalmente tra i generi letterari per distorcerli e piegarli alle sue esigenze narrative. La cosa che più colpisce in questo apologo contemporaneo – a parte l’identificazione degli assassini e le loro motivazioni, o meglio gli istinti che li hanno mossi – è la lucida esposizione dei fatti da parte dell’autore che ci mostra il luogo del delitto e quindi l’antefatto, con un’oggettività scientifica e priva di qualsiasi concessione al sentimento, di orrore o compassione che sia. Seguiamo lo svolgimento dei fatti attraverso il rapporto del dottor Greville, e i suoi appunti funzionano come una telecamera che pagina dopo pagina indugia sui particolari della tragedia ricostruendone lentamente, ma inesorabilmente, la dinamica.
La struttura stessa del romanzo persegue questa ricerca di sintesi e precisione: la prima sequenza è infatti un video girato dalla polizia all’interno del villaggio; la storia si sviluppa poi con un elenco dettagliato delle vittime e un esame approfondito delle loro vite e descrive lo svolgersi delle indagini tra l’alternarsi dei sopralluoghi a nuovi sviluppi e la proposizione di diverse teorie che spieghino il mistero. E prima di chiudersi con un epilogo ambientato cinque anni dopo la strage, Ballard concentra la narrazione intorno ad una lunga e precisa ricostruzione al millimetro (e soprattutto al secondo) di quanto accaduto. Con uno stile conciso, essenziale e scientifico, Ballard ripropone in Un gioco da bambini tutte le sue maggiori ossessioni, dalla tecnologia soffocante, all’isolamento, al processo osmotico tra psiche e ambiente, fino alla violenza come atto di suprema ribellione e scelta di libertà. In poco più di cento pagine Ballard riassume ed elabora le proprie paure raggiungendo, attraverso un’abile scarnificazione della prosa, vette di rara efficacia e instillando nel lettore un profondo senso di inquietudine.
La bravura di un autore si misura anche dalla capacità di lasciare indelebili tracce della sua opera nella mente del lettore. Ecco, io non credo riuscirò mai a cancellare dalla mia mente un gesto che Ballard fa compiere ad una ragazzina in Un gioco da bambini: si tratta di un semplice movimento della mano, questione di secondi, descritto con rigorosa dovizia di particolari, che racchiude un universo terrificante. Ti sembra di vederlo quel gesto, e non puoi fare a meno di rabbrividire. Solo il ramo che sbatte contro la finestra della camera di Catherine (occupata da Lockwood) in Cime Tempestose, che si trasforma nella mano gelata di un fantasma che chiede di entrare, eguaglia nella mia immaginazione la portata orrorifica di quel gesto. Ma io sono impressionabile, non credo di fare testo.
* In realtà Aristotele ha definito l’uomo uno “zoon politikòn”, tradotto poi con sociale perché i greci non avevano una parola equivalente all’aggettivo sociale, che è di origine latina. E data la struttura politica della civiltà greca, basata sulle città-stato, (il sostantivo “polis” che indica la citta come organismo governato da leggi e avente una propria costituzione, è proprio quella da cui noi abbiamo tratto quello di politica), ha portato ad interpretare la definizione di Aristotele nel senso che l’uomo non soltanto convive socialmente coi propri simili, ma soprattutto si organizza politicamente con i suoi simili dandosi delle regole e formando delle istituzioni.
Sia gentile, faccia la newsletter si Seia e mi mandi tutti questi suoi articoli… così limpidi.

saluti
and
di Seia, intendevo…
W Ballard!
and
Eh no, devi affacciarti da ste parti ogni giorno e verificare da te gli aggiornamenti: è la regola per fidelizzare il lettore, da queste parti siamo bravi in marketing che credi
Alla neve di Sisley preferisco quella dell’originale… Hokusai
Alessio
P.S. complimenti per i tuoi straordinari post
Grazie Alessio, ma sulla neve siamo in disaccordo, Hokusai ha fatto da maestro a molti impressionisti ma la neve di Sisley ti sembra di toccarla e di sentirne il freddo.
Il buco della serratura… troppo scontato !!! Perchè non ci fai un intervento sul Roma City Blog ?
Alessio
P.S. un giorno ti racconterò come la mia classe riuscì a pagarsi i cento giorni con quel buco…
I miei colleghi ?
Alessio
Seia, i tuoi post so’ proprio belli
Grazie

Ma ti ricordi la questione del “Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna?”, ecco ho una variante: “Chi sa fare fa e chi non sa fare scrive post”. Oggi mi sento umile: stanotte ho riletto “La dama di picche” di Puskin e me so depressa.
Troppo umile. Magari c’è pure chi sa fare e scrive post, per dirne uno, Giulio Mozzi
C’hai ragione, m’era preso un momento di sconforto, ma è passato: del resto la modestia non mi piace, di solito è la virtù dei mediocri e degli ipocriti
[...] Finalmente è stato ristampato Un gioco da bambini di James Ballard (Feltrinelli 2007, trad. it. di Franca Castellenghi Piazza), assente dai cataloghi dal 1998 con un’edizione bruttina di Baldini e Castaldi (senza Dalai) e tradotto per la prima volta in italiano da Anabasi nel 1992. Se n’era già parlato in tempi non sospetti. [...]