La dura spina

Romanzo intensamente decadente, La dura spina, scritto nel 1963, potrebbe iscriversi nella tradizione letteraria del primo novecento e allo stesso tempo risultare attuale. Sono decadenti i temi trattati – l’arte, l’edonismo, l’amore vissuto unicamente come abbandono dei sensi, l’incombenza del tempo – e il gusto estetizzante della sua prosa.
Ma la penna di Renzo Rosso è così efficace che la pagina conserva ancora oggi la sua rigorosa bellezza e non risente del tempo passato: non è forse questa la classicità?
 
I protagonisti del romanzo sono essenzialmente tre: Ermanno Cornelis -  fascinoso pianista alle soglie dei sessant’anni -, la musica classica, soprattutto l’Opus 106 di Beethoveen, e una Trieste invernale e luminosa. Ci sarebbe anche una certa Giuliana Cheremìsi, di cui il Cornelis s’innamora: vent’anni, “un viso comune e capelli biondo scuro” ma a ben guardare però, lei non è molto importante: è un elemento squisitamente strumentale nella storia e l’amore stesso che lei ispira in Ermanno è poco più di una molla che fa scattare ricordi, considerazioni e associazioni di immagini.
 
Ermanno dunque è un pianista, o meglio fa il pianista, perché in lui non c’è alcun’urgenza da fuoco sacro; con la musica ha un rapporto di appassionato distacco: vuole dominarla per affermare sé stesso. Amatissima – senza abbandono – è solo un mezzo per ottenere fama, gloria e gratificazione. Sa di non essere un grande interprete, come Rosenthal o Gieseking e la cosa non lo turba affatto, anzi. Consapevole dei suoi limiti e delle sue doti di pianista (cosa ben diversa da un interprete), gode nel prendere in giro i critici entusiasti, beandosi di “aver dato loro una perfetta copia di Gieseking o di un Busoni.”
Di ogni brano conosce i segreti meccanismi e ne imita le migliori esecuzioni per goderne la gloria riflessa. Pensiamo alla sua ossessione per la Hammerklavier (Opus 106, quart’ultima sonata di Beethoveen): Ermanno ne penetra gli artifizi più nascosti, arrivando addirittura ad ipotizzare una diversa disposizione degli elementi compositivi (Allegro, Adagio, Scherzo) rispetto alla partitura classica. Nella sua esecuzione ne stravolge la struttura per piegarla a un’inaudita tensione drammatica. Non si limita ad eseguirla: se ne allontana per superare Beethoveen, sé stesso, e i suoi limiti, forse.
 
Allo stesso modo ama le donne. Vanta un “catalogo” degno del “Don Giovanni” di Mozart: tutte al di sotto dei venti anni perché “la loro giovinezza – era – acerba grazia che irraggiava il suo alone su tutta la sua persona e gli alleggeriva ogni peso.”
Ogni evento, successo, amarezza o gioia della sua vita è legata a un nome di donna: le ama tutte ma non se ne lascia mai possedere. Anche loro sono solo un mezzo, un anodino alla malinconia per gli anni che passano.
Non c’è rimpianto però nei suoi pensieri e la nostalgia del ricordo è vinta dal desiderio di vivere ancora struggenti balenii di emozione e intense ebbrezze.
Fino a Giuliana.
Ma l’abbiamo detto, lei non è importante, è solo una parentesi nella vita libertina e al contempo profondamente conformista, di un artista senza arte e senza tanto tempo ormai. Rosso, nel costruire il romanzo, sembra percorrere la stessa strada del suo protagonista: Ermanno cerca una via altra nell’interpretazione della 106 rispettandone però i presupposti formali, e l’autore senza travalicare gli schemi della costruzione narrativa classica, tende il romanzo alle estreme conseguenze. E mentre le pagine scorrono, la terza personale iniziale, oggettiva ed impersonale, diventa intima (ma non intimista), quasi un monologo interiore, un discorso indiretto libero, vivace e gaio al di là di ogni sterile sperimentalismo, fino ad inserire pagine di diario e lettere che ci conducono di filato nell’anima di un io narrante che in realtà non c’è. Così a dominare la scena è il valore estetico di un romanzo che racconta come l’arte, l’amore e la vita possano essere grandiosi e vacui al contempo.
Resta l’amarezza dei versi di Saba a cui si richiama il titolo del libro: “Sanguina il mio cuore come un cuore qualunque. La dura spina che mi inflisse amore la porto ovunque.” 

Da Medicine Show di Marzo.

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6 risposte a La dura spina

  1. utente anonimo scrive:

    Sono marco naturalmente tesoro.

  2. utente anonimo scrive:

    Prego cara. E’ sempre un piacere

  3. seia scrive:

    Grazie Marco e Kay:-)

    Ang: bravo pensaci tu ad aggiornarlo :-) Vado a leggere.

  4. utente anonimo scrive:

    ciao Seia,

    complimenti.

    a proposito: ho aggiornato sommersi e sconosciuti !!

    :-)

  5. kAy979 scrive:

    che bella recensione, complimenti.

  6. utente anonimo scrive:

    Sei troppo brava, ma proprio brava! Marco.

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