Quando Mozart veste in blue(s)

Il 2006 è l’anno delle celebrazioni mozartiane, in occasione dei 250 anni dalla nascita del grande compositore salisburghese.
Tutto il mondo si è preparato a rendere omaggio al genio del “Don Giovanni”, ma i festeggiamenti più importanti si tengono a Vienna (poteva essere altrimenti?). E proprio la capitale austriaca è stata teatro di un evento che ha scandalizzato i puristi di tutto il mondo: la commissione organizzatrice, la “Mozart Jahhar Wien 2006”, ha scelto Chick Corea per dirigere un concerto per pianoforte e orchestra al Teatro dell’Opera di Vienna il 1 luglio.
Si tratta di una produzione prestigiosissima (che girerà il pianeta, sbarcando anche in Italia) che vede in scena un’orchestra di 30 elementi, la “Bayerische Kammerphilharmonie” con il quartetto di Corea (formato Marcus Gilmore alla batteria, Tim Garland al sax e flauto, Hans Glawischnig al contrabbasso). Non solo: il musicista ha eseguito una nuova composizione, “Il piano concerto #2” ispirato alla filosofia mozartiana, oltre al “Concerto per pianoforte e orchestra n. 24K491” di Mozart.
Corea ha interpretato il tema del festival, intitolato “In the spirit of Mozart’’, intendendolo come stimolo alla creatività e alla libertà di espressione, così il suo “Piano Concerto” non è un rifacimento di temi mozartiani, né una rivisitazione in chiave moderna dello stile di Mozart, ma un contributo originale del musicista italo-americano, che ha già inciso concerti di Mozart, scritto per settetto e per orchestra.
Corea dunque come Keith Jarreth (che ha inciso – tra gli altri – i preludi e le fughe di Shostakovic), Bill Evans (che ha rivisitato Chopin e Bach) e come Duke Ellinton, George Gershwin o Art Tatum.
Da sempre il legame tra jazz e musica classica è talmente stretto da sfiorare la commistione. Pensiamo alle suite di Duke Ellington o alle sinfonie di Gershwin; all’impostazione delle orchestre di Benny Goodman, Gene Krupa e Harry James basata sull’improvvisazione virtuosistica. O ancora alla diffusione della tendenza a reinterpretare i classici alla maniera jazz, che diede vita a capolavori come “Bach Goes to Town” di Benny Goodman o “Ebony Rhapsody” di Ellington.
Molti musicisti jazz hanno avuto una formazione classica: Bix Beidebecke prima di diventare un genio della cornetta aveva studiato pianoforte; lo stesso vale per Duke Ellington che amava Debussy e Ravel. Benny Goodman invece ha preso lezioni da Franz Schoepp famoso clarinettista della Chicago Symphony Orchestra che gli insegnò ad amare Brahms, Haydn e Mozart, ma gli sconsigliava di ascoltare il jazz (figurarsi di suonarlo!): “Quella non è musica, è robaccia” gli diceva. Art Tatum suonava come il più grande dei virtuosi classici e Dave Brubeck inizialmente studiò musica classica con la madre, che avendo mancato la carriera di concertista si era dedicata all’insegnamento. Herbie Hancock inizia giovanissimo a studiare musica classica ed esordisce come solista – a soli 11 anni – con un concerto per piano di Mozart con la “Chicago Symphony Orchestra”.
Dall’altro lato – se si accetta l’idea di una musica dominata dalle divisioni – si pensi a Vassilis Tsabropoulos, talentuoso pianista ateniese che si è costruito una carriera in bilico tra mondo dei pianisti classici e quello degli improvvisatori. O a Mischa Maisky che con la sua incisione delle “Suite per violoncello” di Bach (eseguito a Roma al Teatro Olimpico qualche anno fa) ha scioccato il pubblico – soprattutto con il “Prélude della prima Suite” – per l’estrema libertà delle scelte esecutive, richiamando alla mente un’interpretazione di stampo jazzistico dell’opera di Bach. Ancora. Béla Bartók nel 1938 ha scritto “Contrasts” per il clarinetto di Benny Goodman. Igor Stravinskij ha composto “Ebony Concerto” nel 1945 su commissione dell’orchestra di Woody Herman. Dmitrij Šostakovič, Aaron Copland e Darius Milhaud mescolarono nelle loro opere elementi ricavati dalla tradizione jazz. E “Golliwogg’s Cakewalk”, brano posto alla fine della celebre suite per pianoforte di Debussy, è piena di echi jazz. Il 24 maggio 1946 Arturo Toscanini giunge a Milano dall’America dove risiedeva da anni per dirigere due concerti in occasione della riapertura della Scala: ed il secondo prevede l’esecuzione di “Un Americano a Parigi”di George Gershwin.
In realtà i jazzisti sono stati per molti anni in soggezione di fronte alla musica classica (e pensare che oggi il jazz è considerato come la musica colta moderna, in barba all’Adorno!).
Si racconta che Gershwin quando incontrò Maurice Ravel gli confessò il desiderio di studiare con lui e che Ravel gli rispose: “Perché dovresti essere un Ravel di secondo livello quando puoi essere un Gershwin di primo livello?”. Sante parole, del resto il grande direttore d’orchestra Paul Whiteman, tra i primi a fondere il jazz con la tradizione della musica classica e della musica leggera, fu il primo a eseguire i brani di George Gershwin.
Prendiamo il suo celebre “Concerto in F Minor For Piano And Orchestra” con i tre movimenti “Allegro”, “Andante con moto” ed “Andante agitato”, quanto c’è di Ravel e Debussy in quelle note? E “Out of the world” Tatum aveva davvero qualcosa da imparare dal genio di Glenn Gould? E Bach con le sue fughe e le sua variazioni non è forse il primo dei jazzisti? E che dire di Chopin, Liszt o Paganini che improvvisavano sul loro strumento ogni giorno che Dio gli mandava in terra (sebbene solo una piccola parte delle loro improvvisazioni è stata inserita nelle loro opere pubblicate).
In realtà il jazz ha recuperato l’improvvisazione nella musica, ha fatto sì che la figura del compositore e dell’esecutore tornassero a coincidere, come nella grande musica settecentesca e romantica. E questo non significa come molti – di certo poco avveduti e probabilmente in malafede – sostengono, che il jazz rompa le regole, se ne disinteressi, le ignori in favore di una non meglio precisata anarchia espressiva. Per rompere le regole, per piegarle, bisogna conoscerle e padroneggiarle. Duke Ellington ad esempio non fu un autodidatta che inventò le proprie tecniche di composizione dal nulla, ma studiò compositori come Chaikovskij, Dvorak, Borodin, Grieg, ne carpì segreti e abilità per poi utilizzarli nel jazz liberandoli nell’improvvisazione.
Forse ha capito tutto Chick Corea: a chi gli chiede se non ritiene troppo comporre una sinfonia secondo lo spirito di Mozart – dopo aver suonato il jazz elettrico con Miles Davis, duettato con Herbie Hancock e Keith Jarrett, essersi esibito in incursioni nel jazz rock e aver omaggiato Debussy in vere e proprie miniature pianistiche in “Children’s songs” del 1984 – risponde: “La musica è come l’universo, fatta di pianeti irraggiungibili. Io continuo a vagare in queste galassie cercando di captare nuovi segnali”.

Da Medicine-show di Luglio-Agosto06

Questa voce è stata pubblicata in Medicine Show, Non di soli libri. Contrassegna il permalink.

29 risposte a Quando Mozart veste in blue(s)

  1. Holly scrive:

    Penso che sia inutile tirare fuori strampalati accostamenti (meglio Tatum o Benedetti Michelangeli? ecc.). Il jazz e la cosiddetta ‘musica classica’ sono cose serie, linguaggi diversi, capacità e abilità differenti. La diatriba tra “veri pianisti” e “semplici virtuosi”non l’abbiamo inventata noi (vedi quello che Mozart diceva di Muzio Clementi, col quae si sottopose ad una sfida pianistica).
    Da appassionato di entrambi i generi posso dire, che a volte il jazzista che si cimenta con una partitura classica fa cose egregie, delle altre no. Ma è valido anche il contrario. Dipende da quello che si cerca, se la filologia o qualcosa di diverso: filologicamente suonare Bach su un pianoforte moderno è sbagliato, surreale. Però se devo scegliere un’edizione delle Goldberg, a pelle opto per quelle di Glenn Gould piuttosto che di Trevor Pinnock, visto che personalmente non amo il suono del clavicembalo (faccio presente che possiedo entrambe).
    Osservo però che i grandi pianisti jazz hanno spesso (ma non lo eleverei a regola universale) un retroterra fatto di conservatorio e repertorio classico. Puoi essere un grandissimo pianista jazz anche se non hai mai studiato Chopin in vita tua. Però averlo fatto, aiuta (vedi il caso di Bill Evans, che adoro).

  2. Stefano scrive:

    Confermo su Keith Emerson. Io amo sia Keith Jarrett che Keith Emerson, amo un casino le loro opere anni ’70 e ’80.
    Ma mi stupisco di come il primo sia sconosciuto al grande pubblico.
    Per carità, Jarrett si muove sul jazz e la classica con più virtuosismi e cerca sempre di fare qualcosa di nuovo da zero – cerca dico. A volte ci riesce. Ma qui si fa sempre un gran parlare solo dei pianisti jazz, come se ci fossero solo loro – ma Keith Emerson signori? Lachesis, Take A Pebble, The Endless of Enigma, Inferno, The Dreamer… Capolavori!
    Per capire da dove sono partiti sia Keith Emerson che Keith Jarrett è necessario conoscere l’opera di J.S. Bach e di Bill Evans, artisti veramente eccezionali. E basta con sto Mozart… Questo sì artista sopravvalutato. :)

  3. claudio scrive:

    Keith emerson !! ascoltatevi Tarkus e Trilogy poi capirete cosa vuole dire suonare e programmare in tempo reale le tastiere ed il Moog

  4. glenn63 scrive:

    Seia: lasciamoci perplessi a vicenda allora…

    buone vacanze ancora e grazie dello spazio…

    andrea

  5. lafondazione scrive:

    Quando i jazzisti non hanno più idee cercano di flirtare con la “vecchia” musica colta… scusate l’intromissione… bel blog…

  6. utente anonimo scrive:

    Il jazz si merita i fans di Gulda allora… da concertista fallito a jazzista fallito… tra poco lo metteranno nelle compilation di new age insieme a George Winston…

  7. utente anonimo scrive:

    oh, emerson. un bel pianista, anche un po’ trombone.

  8. ReCremisi scrive:

    Ma è proprio questo il punto: come si fa a non conoscere Keith Emerson?

    Non si vive solo di jazz e TT!!!

    Quando ti evolverai??? :-)

  9. seia scrive:

    Andrea ammetto che anche io pensato che con fan come te il jazz non ha bisogno di Adorno et similia :-)

    L’improvvisazione è cambiare una nota ogni tanto??? Mi lasci davvero perplessa…

    E poi il discorso era sulla tecnica e non è per niente pacifico come sostieni tu che la tecnica classica sia superiore alla jazzistica.

    King: mica ho detto che Emerson non è bravo, ho detto che non lo conosco(e ho campato fin’ora dignitosamente :-) ): dovrei fingere per sembrare più colta e informata? Peraltro io scrivo di quello che conosco – come dovrebbero fare tutti – e sul rock non ho mai scritto una parola. Preferisco i minori del genere che dici tu :-)

  10. ReCremisi scrive:

    Chi è Keith Emersoooooon???????

    Seia!!!

    Stiamo parlando del più grande virtuoso della tastiera nella storia del rock!

    Altro che Liszt, Tatum, Gould e minori del genere… qui si parla della crema del virtuosismo!!!

  11. utente anonimo scrive:

    certo che con simili fans del jazz, chi ha bisogno di detrattori?

  12. utente anonimo scrive:

    improvvisare su uno standard che hanno suonato in migliaia cambiando qualche nota ogni tanto sarà magico almeno quanto suonare il clavicenbalo ben temperato, spero…

    niente snobismi per carità… sono un fan del jazz da una vita… ma le differenze strumentali sono enormi… specialmente nei pianisti…

  13. seia scrive:

    a parte che alla maniera di non ha senso in nessun campo, comunque naturalmente io intendevo che sul piano tecnino non aveva nulla da invidiare ai virtuosi classici e devo dire Andrea, che affermare che un jazzista non possa eguagliare un pianista classico per tecnica e studio mi pare un’affermazione quantomeno “snob”, i jazzisti -non tutti è vero – ma molti, conoscono la tecnica e lo studio severo degli strumenti e poi vanno oltre, l’improvvisazione è un più fondamentale, una magia che si aggiunge e diventa fondante.

    caro il mio anonimo sono con te :-)

  14. glenn63 scrive:

    “alla maniera di” si può usare giustappunto in ambito jazzistico… come vedi… restiamo così non d’accordo…

    ri-saluti

  15. utente anonimo scrive:

    se seia intendeva dire che tatum suonava “alla maniera di”, siamo d’accordo. se invece voleva mettere sul piano squisitamente tecnico tatum e i grandi pianisti classici, la penso come lei. detto questo, a me piacciono quelli che ci provano – come gulda, per es.

    saluti a glenn

  16. glenn63 scrive:

    Allora niente…i l compianto Michelangeli sarebbe stato ridicolo a suonare jazz, quanto Jarrett a suonare Bach… la differenza è che non ci ha mai provato… lui… comunque la discussione era su quello che Seia, nel suo notevole articolo, aveva scritto su Tatum: “suonava come il più grande dei virtuosi classici”… credo possiamo essere d’accordo sul fatto che non era così…

    saluti all’anonimo

    and

  17. utente anonimo scrive:

    ma nemmeno un pianista classico, per preparazione tecnica eccetera, potrà mai suonare come un grande jazzista. certamente benedetti michelangeli non avrebbe saputo improvvisare sul più risaputo degli standard. e allora?

  18. glenn63 scrive:

    Certo anche Lizst era un virtuoso… è stato uno dei più grandi pianisti di ogni tempo… e un mediocre compositore… intendevo solo dire che un pianista jazz per preparazione, tecnica, sensibilità non potrà mai suonare come un grande pianista classico… lo stesso Jarrett quando ha tentato di suonare cose tipo variazioni Goldberg si è accartocciato su se stesso… per non parlare dei concerti di Mozart dove sembra uno scolaretto al diploma del terzo anno…

    and

  19. utente anonimo scrive:

    tatum solo uno showman della supervelocità su tastiera? una specie di fantastico dattilografo insomma. mah.

  20. seia scrive:

    Anche Liszt in effetti Davide, mi sei piaciuto :-)

    Dai Andrea cosa avrebbero i virtuosi classici più di Tatum? Se tutti sono virtuosi…

    King.. ehm… chi caspita è Keith Emerson??? :-)

  21. ReCremisi scrive:

    …per non parlare di Keith Emerson! :-)

  22. Se è per questo, lo era anche Liszt…

  23. glenn63 scrive:

    Certo che era un virtuoso…dico solo che non suonava come i grandi virtuosi classici…era uno showman della supervelocità su tastiera…;)

    and

  24. seia scrive:

    m. e glen: che Art Tatum non sia virtuoso chi lo dice? Lo chiamavano Out of this world mica per nulla,no?

  25. utente anonimo scrive:

    Seia deliziosa, cosa ce ne facciamo di critici pomposi e supponenti musicologi quando abbiamo te che con la leggerezza di una brezza estiva spalanchi abissi di meraviglia? In effetti forse che Art Tatum sia un virtuoso più virtuoso dei virtuosi classici – gioco con le tue parole – è un’affermazione dettata dalla passione per il jazz più che da reale e obiettiva aderenza alla verità, ma alla Seia appassionata tutto si perdona e molto di più si concede. m.

  26. glenn63 scrive:

    Su Art Tatum hai decisamente esagerato…;)

    saluti

    and

  27. ReCremisi scrive:

    I New Trolls erano veramente grandissimi prima di gettarsi nel calderone del pop romantico all’italiana…

    Per fortuna hanno fatto in tempo a produrre un capolavoro!

  28. seia scrive:

    Con calma, col tempo… I New Trolls??? A volte mi basisci :-)

  29. ReCremisi scrive:

    Anche certo rock ha profondissime influenze/commistioni classiche… solo che i critici bacchettoni lo chiamano “barocco” (in senso dispregiativo, sia chiaro!) e lo relegano a musica di serie B.

    Io lo trovo sopraffino: prova per esempio ad ascoltare “Concerto Grosso n°1″ dei New Trolls (sì, proprio loro!) o “Trio” dei King Crimson o ancora “Pictures at an exhibition” degli ELP… poi dimmi!

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>