C’è del metodo in questa follia

Verso la fine dei suoi vagabondaggi, Holden (il protagonista del Giovane Holden di J. D.Salinger, naturalmente) dice che se ne andrà ad Ovest, troverà lavoro in una stazione di servizio e fingerà di essere sordomuto per risparmiarsi tutte le chiacchiere idiote e senza sugo della gente. Una fuga bella buona.
Questo brano mi è tornato subito in mente mentre leggevo del Capo Bromden in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey: anche Bromden, voce narrante, indiano grande e grosso rinchiuso da anni in un manicomio, sceglie di fingere di non parlare e sentire per diventare invisibile ed essere lasciato in pace (anche se in realtà è stata la gente a cominciare a credere che fosse sordo e lui gliel’ha semplicemente lasciato fare).
Un’altra cosa a cui pensavo addentrandomi nelle crudeltà ovattate del manicomio nell’Oregon in cui è ambientato il romanzo di Kesey, è il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini e si condanna ad una fine tormentosa: cosa fa il rosso McMurphy se non restituire agli uomini sepolti in quel manicomio quello che gli era stato tolto? E non mette in gioco la sua vita per farlo, forse?
Mi piace quando la letteratura si nutre di rimandi, citazioni, riscritture come se fosse un lungo discorso ininterrotto.

Ma torniamo a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Il titolo è curioso, in lingua originale è One Flew Over the Cuckoo’s Nest. In inglese “cuckoo” oltre che cuculo significa anche folle e questo probabilmente deriva dal fatto che il cuculo è un uccello che non fa il nido e depone le sue uova all’interno del nido degli altri uccelli e quando l’uovo si schiude il piccolo del cuculo elimina la concorrenza sbarazzandosi dei fratellastri e ne prende il posto ingannando i genitori adottivi. Kesey non poteva trova un titolo migliore per la sua storia mi pare.
L’autore scrisse il libro dopo aver lavorato a lungo all’interno di un ospedale psichiatrico, spinto dalla curiosità di continuare la sua ricerca nel campo degli psicofarmaci e dell’Lsd.
Qualcuno volò sul nido del cuculo è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 ma in Italia arrivò solo nel 1976, dopo il successo straordinario del film che ne ha tratto Milos Forman e interpretato tra gli altri da un eccezionale Jack Nicholson.

Allora, la storia come già  anticipato è ambientata in un manicomio in Oregon, dove arriva un piccolo delinquente che per sfuggire alla detenzione in una fattoria correzionale si finge pazzo cercando di trascorrere nel modo più piacevole possibile i mesi di pena che gli restano da scontare. Ma ha fatto male i suoi conti.
L’ospedale psichiatrico è gestito da un’infermeria, Miss Ratched, inflessibile e crudele che tratta pazienti, medici ed inservienti come pedine sulla sua chiacchiera personale. Mac è un irlandese vitale e intelligente, arrogante e selvaggio come un cavallo che non accetta la disciplina repressiva che regna in corsia, né gli espedienti degni di un lager con cui i degenti vengono privati di ogni dignità e della possibilità di scegliere e così ingaggia un duello all’ultimo sangue con la terribile infermiera.
Ma la vittoria gli sorriderà solo pagando un prezzo altissimo. E non potrebbe essere altrimenti perché Mac non combatte solo contro la diabolica Miss Ratched: si scaglia contro un intero sistema che discrimina il diverso e cerca di annientarlo nell’illusione di ricondurlo ad una normalità che non esiste. Il suo nemico è il conformismo, la paura delle emozioni eccessive, la volontà di mantenere un ordine fittizio basato sull’eliminazione di ogni guizzo anticonvenzionale. Molti dei pazienti si sono autoreclusi nell’istituto perché non tolleravano le regole del vivere civile, non riuscivano a sostenere la pressione di una società che li voleva uguali agli altri e quindi invisibili. Altri invece sono stati internati da parenti incapaci di accettarne la diversità. Il Capo Bromden resta in ospedale perché ha una paura tremenda del mondo fuori, degli appartenenti alla “cricca” – la società dei consumi e del progresso che ha distrutto la sua tribù e la sua razza – pronti ad eliminare chi non la pensa come loro, come è successo a suo padre che non voleva cedere il loro villaggio. Rendle McMurphy come Prometeo restituisce ai reclusi il fuoco della dignità, la capacità di scegliere del proprio destino e la voglia di ridere. Racconta Bromden di Mac: “Sa infatti  che si deve ridere delle cose dalle quali si è feriti soltanto per mantenere l’equilibrio, soltanto per impedire che il mondo ti renda pazzo furioso. […] Sa che esiste un aspetto doloroso […] ma non vuole consentire alla sofferenza di cancellare l’umorismo, non più di quanto consenta all’umorismo di cancellare la sofferenza”.
Così Qualcuno volò sul nido del cuculo è in realtà una storia sulla resistenza: c’è un eroe che combatte per la libertà e ci sono oppressori e prigionieri, battaglie vinte e perse, una guerra combattuta in trincea, strategie e un ideale per cui vale la pena di morire.
La narrazione in prima persona di Bromden ha un tono fortemente onirico: tutto è avvolto da una nebbia costante (che si dissipa via via che Mac scardina il sistema mortificante dell’ospedale) e la vita in corsia è assimilata all’ingranaggio di una gigantesca macchina ricca di cavi elettrici comandata dalla Grande Infermiera (così il ragazzo chiama Miss Ratched).  Kesey asseconda la voce febbrile del narratore con una scrittura allucinata che accelera e rallenta secondo l’esaltazione o l’avvilimento del racconto. Si alternano momenti di poesia pura e fredde descrizioni di pratiche aberranti e scene di violenza insostenibili. Le parole aggrediscono il lettore per la loro forza espressiva e anche quando sono ironiche o divertite restituiscono il colore di un’umanità dolente ed offesa in cerca un riscatto.
 

27 Commenti a “C’è del metodo in questa follia”

  1. utente anonimo scrive:

    Ho visto solo il film (memorabile), che giocava anche su un altro tema: Bromden è davvero un eroe? restituisce la dignità ai pazzi o li rovina definitivamente? non è che il conformismo e la rinuncia sono l’unico modo per vivere senza soffrire?

    Filter

    P.S. dalle mie parti si dice “quello è scemo come un cucù”. Sospetto sia dovuto al canto ripetitivo di questa specie (”cu cù, …, cu cù, …, ecc.). Se fosse per il fatto che depone le uova nel nido altrui, si direbbe “quello è furbo come un cucù”. Dalle mie parti, almeno.

  2. seia scrive:

    Non è che “cucù” sta piuttosto per l’orologio e non per il cuculo?

    Il film rinuncia alle atmosfere oniriche della narrazione in prima persona e quindi perde qualcosa rispetto al libro secondo me, pur restando bellissimo. Mac (e non Bromden che è l’indiano) li salva: che vita è quella di chi non può decidere per se stesso, non è libero e non ha dignità? L’unico a soccombere è l’eroe perché si sacrifica per rendere giustizia agli altri. Il conformismo è accettabile solo se è una scelta, non una fuga. E il film credo che non si dia altra risposta che questa, non dimentichiamoci che risente degli aneliti del ‘68, degli echi della primavera di Praga, delle lotte contro lo sfruttamento.

    Le cose per cui vale la pena di vivere di solito sono quelle che ti fanno soffrire di più: se non soffri per cosa vivi?

  3. utente anonimo scrive:

    Sì, Mac.

    Sul soffrire, come darti torto. E però nel film Mac è uno sconfitto.

    Filter

    P.S. Sul cucù, non saprei. Quanto a canto, il cucù dell’orologio e il cuculo sono indistinguibili, mi dicono.

  4. seia scrive:

    Bromden si salva no? Scappa e torna libero. Dici che non ne vale la pena? E pensi che tutti gli altri siano ricaduti nel loro torpore dopo? Non ha cambiato per sempre la loro vita? Soccombe ad un sistema troppo forte per un solo uomo ma non per le idee, e la libertà quando l’assapori è difficile dimenticarla.

    Sul cucù non sono per nulla convinta!

  5. utente anonimo scrive:

    Sì, Mac soccombe a un sistema troppo forte per un uomo solo. E’ questo il punto: il film suggerisce che forse (forse) nella vita siamo sempre troppo soli rispetto a un sistema che è troppo forte. Poi sono d’accordo che il racconto ci metta dentro dosi di speranza e rivincita morale.

    Filter

    P.S. Sul cucù, la tua teoria sarebbe “gli inglesi dicono che è matto perché sfrutta il lavoro degli altri uccelli”, giusto?

  6. melpunk66 scrive:

    io, ogni volta che vedevo il film, facevo il tifo per l’indiano silenziozo e gigantesco. avevo un’ammirazione sconfinata per lui.

  7. diamonds scrive:

    Bromden finisce nelle grinfie di Brian de Palma che lo costringe al ruolo da metacattivo in “omicidio a luci rosse”,se non sbaglio(di sicuro sapeva che “non esiste al mondo sistema più efficace,per esasperare chi cerca di renderti la vita difficile,del comportamento come se nemmeno te ne accorgessi..”)

  8. diamonds scrive:

    P.s. mi sembrava di ricordare che il cuculo fosse scemo perchè si metteva a covare uova di uccelli i cui pulcini nascessero già più grandi di lui,ma posso sbagliarmi.Di certo so che il cuculo è “l’uccello del tempo” come lo definiscono da sempre in oriente,oppure “l’uccello dell’altro mondo”.Salud

  9. seia scrive:

    Filter: io invece penso che il film suggerisca il contrario, che il sistema è forte ma si può combattere e vincere anche se pagando un prezzo alto.

    La mia teoria che poi si basa sulle cose che ho letto sulla parola cuckoo in inglese, è che dicono che è matto perché si mangia i fratellastri: non ti pare quantomeno antisociale come comportamento?

    mel: io nel film non me lo ricordo proprio ma nel libro è il mio personaggio preferito.

    diamonds: non avevo mai dato tutta questa importanza al cuculo, non so nemmeno come è fatto. Mi ricrederò. Sull’esasperare gli altri hai ragione: così li privi di ogni potere su di te.

  10. vincenzillo scrive:

    Anch’io ho visto solo il film e non sapevo che il libro avesse come voce narrante l’indiano. Ma appena l’ho letto nella tua recensione ho subito sentito che era la cosa migliore. Dalle tue parole me lo immagino onirico, metaforico, profondo, come mi ero immaginato l’indianone del film.

    Lo leggerò sicuramente. Niente potrebbe invogliarmi di più di questo tuo pezzo, specialmente: “Così Qualcuno volò sul nido del cuculo è in realtà una storia sulla resistenza: c’è un eroe che combatte per la libertà e ci sono oppressori e prigionieri, battaglie vinte e perse, una guerra combattuta in trincea, strategie e un ideale per cui vale la pena di morire.”

    Anche a me in letteratura piace riconoscere in filigrana le figure entrate nel mito. Non se sono solo “citazioni” perché diventa uno sterile giochino tra letterati; invece se è un “lungo discorso ininterrotto” in cui anche la gente è coinvolta, allora sì.

    Condivido in pieno anche “Soccombe ad un sistema troppo forte per un solo uomo ma non per le idee, e la libertà quando l’assapori è difficile dimenticarla.”

    E’ il tipico caso di quelle che io definirei “tragedie piene di speranza”.

  11. seia scrive:

    Devi leggerlo assolutamente e sono contenta di averti convinto :-)

    E poi dimmi. La narrazione in prima persona è strumentale anche per rendere i cambiamenti che insorgono in Bromden e nel manicomio mentre la “cura Mcmurphy” agisce, òa scrittura cambia impercettibilmente, acquista lentamente lucidità, emerge dalle nebbie come il mondo che lo circonda. E poi rende tutto più struggente e poetico. E’ una tragedia (e torniamo a bomba come si dice :-) ) che offre speranze ma anche certezze: se ne salvi uno ne vale la pena!

  12. maximillian1 scrive:

    Per cosa vale la pena di soffrire Seia? Per cosa daresti tutto ciò che hai?

    Brava come sempre…

  13. seia scrive:

    Devo dire Max che c’è del metodo anche nella tua follia :-)

  14. utente anonimo scrive:

    seia

    è da molto che non lo rivedo il film. ma l’indiano mi rimane impresso: immobile nel manicomio, fermo e fiero. sembra già libero, prima di fuggire dal carcere. o almeno più vicino alla libertà di tutti gli altri. compresa l’nfermiera kapò, che è la più prigioniera di tutti

  15. vincenzillo scrive:

    Seia, posso approfittare di casa tua per annunciare la nascita del mio blog?

    vincenzillo.splinder.com

    In fondo è anche un po’ figlio tuo (non me ne voglia licenziamentodelpoeta, che credo di aver capito essere il tuo ragazzo), giacché c’è anche il tuo blog, uno dei pochissimi senza insulti e volgarità, tra i motivi per cui l’ho aperto.

  16. seia scrive:

    Benvenuto, mi pare una bella cosa! Devo mettere un fiocco azzurro alla finestra! Quindi sarei la madrina… ma il pranzo per il battesimo? :-)

    In bocca al lupo!

    ps

    dimmi gli altri motivi per cui l’hai aperto.

    mel: mi riguarderò il film va.

  17. vincenzillo scrive:

    Seia, gli altri motivi sono:

    -che vorrei creare un luogo mio sulla rete affinché gente come De Bortoli, Piroso o Ferrara possano leggere i miei fondamentali articoli, visto che a causa di un problema tennnnico i miei pezzi escono col mio nome solo sul cartaceo, mentre in internet solo come “Redazione”. E non va bene.

    -che sono curioso di vedere se i miei interessi sono condivisi da persone che appartengono a un mondo così potenzialmente fertile, cosa che mai avrei pensato fino a poco tempo fa.

  18. seia scrive:

    In effetti sul web escono quasi tutti come redazione, mi pare. Ma tanto penso che De Bortoli & C. i giornali li comprino o glieli mandino quindi sei comunque a posto. il blog però se usato bene è un buon strumento di marketing (non facciamoci sentire da Serino, potrebbe avere una crisi di bile :-) )

  19. utente anonimo scrive:

    ;-D

  20. vincenzillo scrive:

    #19 ero io.

  21. maximillian1 scrive:

    Su ogni carne consentita

    Su la fronte dei miei amici

    Su ogni mano che si tende

    Scrivo il tuo nome

    Sopra i vetri di stupore

    Su le labbra attente

    Tanto più su del silenzio

    Scrivo il tuo nome.

  22. barbara68 scrive:

    la resistenza al sistema ha sempre un prezzo molto caro da pagare ahimé, quanti di noi sono davvero resistenti e disposti a pagare il prezzo? non è forse meglio per tutti usare la regola come diceva il buon Ludwig, e guardare alla follia e alla sua carica dirompente con sospetto e paura?

    un passaggio per un saluto e per annunciare la nascita di un’inutile stanzetta, indegna delle vostre. per imprescrutabili motivi il nick su splinder non può essere lo stesso di blogspot, ma tant’è. magari ci riprovo tra un po’.

  23. barbara68 scrive:

    avevo segnato l’indirizzo sbagliato, rimedio

    barb

  24. seia scrive:

    No cara B. non sono d’accordo con te e nemmeno col buon Ludwig. Fare gli eroi ad ogni costo non serve a nulla ed è anche poco intelligente, ma arrendersi al sistema – se non ci piace – è un suicidio, come vivere da morti e non saperlo.

    In bocca al lupo per la tua stanzetta che peraltro ho già visto nei giorni scorsi :-)

  25. barbara68 scrive:

    e allora dove ti collochi? io poi sono per la resistenza certiana, o per la métis, credo che siano i metodi migliori. anche io sono del parere che la reisstenza ad oltrenza possa essere più simbolica che reale. ma nella realtà dei fatti la gente “usa la regola”.

  26. giasper scrive:

    Cara Seia,
    ti ringrazio per i tuoi commenti sul film romanzo in oggetto, mi è stato utile per capirne i contenuti e il messagio finale, la libertà, anche per chi non sa nemmeno di poterla avere e per chi non la vuole…per me..comunque quello della follia e della malattia mentale resta un nodo da sciogliere solo con il tempo, perchè non ci abitua mai alla diversità se non se ne accetta il prezzo da pagare…l’esclusione dal contesto…comunque grazie, ciao.

  27. seia scrive:

    Ciao giasper grazie a te. In effetti penso che comprendere fino in fondo questo tipo di situazione sia impossibile, a volte però forse, comprendere non serve. Basta farsi guidare dall’umanità, no? Ma deve essere difficile.

Scrivi un commento