Emilia Salvioni, scrittrice e giornalista (fondatrice del periodico femminile “Serena”) in un’intervista a “Traguardo Azzurro” nel 1947, traccia una sorta d’amaro bilancio della sua vicenda letteraria e ammette: “La critica mi è stata abbastanza favorevole, il pubblico non mi ha né adottato né respinto. Il mio è stato un successo mediocre, più scoraggiante di un insuccesso”.
Una sintesi spietata e molto lucida che se da un lato denuncia il profondo scoramento della Salvioni che vede frustrate le sue ambizioni artistiche nonostante l’assoluta certezza del proprio talento, dall’altro testimonia una sottile capacità d’analisi e una notevole lungimiranza: le sue opere dopo un discreto ma non eclatante successo al momento della pubblicazione, hanno conosciuto un lungo periodo d’oblio interrotto solo da un paio d’anni grazie all’autorevole interessamento di Antonia Arslan (tra le altre cose “Premio Campiello” per il libro “La masseria delle allodole”, Rizzoli) e alla competenza di Carlo Caporossi già promotore della rinascita di Annie Vivanti (le cui opere sono ora riproposte dalla Sellerio).
Dopo Angeliche colline (1941) e Lavorare per vivere (1968) usciti per la casa editrice “Guerini e Associati”, è stato pubblicato da poco il romanzo Carlotta Varsi S.A per la “Canova Editore” a cura di Carlo Caporossi, con il patrocinio del comune di Pieve di Soligo che amministra l’intero archivio della scrittrice – che vi morì nel 1968 – e il finanziamento dell’Aidda (l’associazione delle donne imprenditrici e dirigenti d’azienda).
Emilia Salvioni è stata una scrittrice versatile e prolifica, un’intellettuale impegnata e apprezzata (sono centinaia i suoi elzeviri pubblicati sulla stampa del tempo) e una delle maggiori rappresentanti della letteratura femminile del ‘900. Tuttavia alla sua vicenda editoriale probabilmente non ha giovato il carattere schivo e discreto, frutto di una radicata educazione cattolica (era nipote di Giuseppe Toniolo, uno dei massimi esponenti del cattolicesimo sociale) e di un’infanzia spartana, vissuta con un padre severo e burbero dopo la precoce morte della madre, e nemmeno la scelta di raccontare donne forti e spesso intraprendenti in un periodo poco disponibile all’emancipazione femminile, tanto da far relegare spesso i suoi romanzi tra i “libri per signorine”.
Anche la protagonista di Carlotta Varzi S.A è una donna forte e indipendente. Il romanzo che nel 1941 le valse la segnalazione al concorso “Giornale d’Italia”, fu pubblicato dall’Editore Cappelli nel ’47 dopo una lunga trattativa con la Mondadori (ricostruita nel carteggio intercorso tra la scrittrice e il Grand’Ufficiale, reso pubblico per concessione della Fondazione Mondadori da Carlo Caporossi su “Veltro” nel 2004, Il carteggio fra Emilia Salvioni e Arnoldo Mondadori, a. XLVIII, 1-2, gennaio – aprile 2004).
Il romanzo racconta la storia inedita e coraggiosa di una donna che ottiene l’emancipazione inventandosi un ruolo da imprenditrice in un piccolo paese di provincia negli anni ’30 e le sue vicende si mescolano e s’intrecciano in modo inscindibile con quelle dei personaggi che le ruotano intorno e dell’intera comunità cui appartiene. La Salvioni costruisce una trama fitta di eventi e di storie che procedono in parallelo ma che diramano e procedono sempre da Carlotta.
Il romanzo si apre con alcuni veloci cenni all’infanzia e all’adolescenza di Carlotta costretta dall’egoismo e dalla debolezza del padre, un vedovo risposatosi con una donna intrigante e avida, a una sequela di rinunce e sacrifici che la segneranno per sempre. Lasciato il collegio prende in mano le redini della bottega di famiglia e lavorando duramente con un inconscio desiderio di rivalsa si trova a creare e dirigere una vera attività industriale che cambierà profondamente anche la vita e l’economia del suo paese. Tutto ruoterà intorno alla fabbrica, anche gli affetti e l’amore.
Già nel titolo si preannuncia il tema del romanzo e si sottolinea l’originalità dell’ispirazione della Salvioni: Carlotta Varzi S.A, una donna e la sua azienda. Carlotta “è” il suo lavoro e concede rimasugli di sé solo alla sua famiglia, il marito – molto più grande di lei, sposato per necessità e dovere, e per cui nutre un profondo affetto più filiale che muliebre – e i due fratellastri che accudisce come una madre severa ma intenerita. Non ci sono margini per l’amore e la passione e quando li scorge nella figura giovane e dinoccolata di Giuliano, rinuncia consapevole del suo fallimento di donna sacrificata sull’altare dell’operosità e del dovere e lo lascia andare per non perdersi, per non abbandonarsi e restare ferma nel suo ruolo e responsabile verso la fabbrica, i fratellastri da sistemare e verso l’intero paese che si aspetta che lei sia sempre e comunque la “Vedova Varzi”: una roccia su cui costruire tutto. Giuliano penetra in quella roccia fino a trovarne il nucleo più intimo e molle, una femminilità frustrata per anni e un bisogno profondo di sentirsi felice e completa, e anche quando riesce a condurre Carlotta sull’orlo del cedimento e ne fa fiorire la bellezza e la sensualità, nulla può contro l’abitudine familiare e consolante del sacrificio.
Ma a ben guardare, Carlotta forse non rinuncia solo in nome di un bene che ritiene superiore o per la paura di mettersi troppo in gioco, ma perché ha già rischiato troppo nel lavoro, nel rendersi indipendente e nell’emanciparsi per avere ancora forza e temerarietà da investire in altro. Il romanzo diventa dunque il racconto doloroso di un dissidio, della profonda lacerazione che ha accompagnato il cammino di molte donne che cercando la propria libertà e un’affermazione personale hanno scelto di sacrificare altri aspetti della loro vita: la storia di Carlotta è anche la loro storia, la storia di una donna che ha trovato l’emancipazione, senza cercarla, ma ha perduto i suoi sogni.
E’ il romanzo della maturità, in cui confluiscono tutti i temi più cari alla Salvioni: la posizione della donna nel mondo, l’etica quasi calvinista del lavoro, il senso del dovere e del sacrificio, il progresso sociale, la piccola borghesia di provincia, la solitudine e la ricerca della rispettabilità come una condizione di serenità interiore. Nella scena finale del romanzo, consumato il sacrificio con la rinuncia a Giuliano, Carlotta esclama tra le lacrime “Dio sia ringraziato!”, cercando di convincersi che restare fedele al suo ruolo di imprenditrice, vedova austera e morigerata, modello per i concittadini era la cosa migliore che potesse fare.
Emilia Salvioni utilizza una prosa scarna, quasi secca e brusca per rendere l’anima tormentata di Carlotta e l’ambiente meschino che la circonda. Senza ricorrere all’introspezione e usando spesso il discorso diretto, l’autrice non solo restituisce i pensieri e i sentimenti di Carlotta ma costruisce una fitta trama di particolari ed elementi che rendono vividi tutti i personaggi del romanzo, anche quelli minori, ognuno caratterizzato come la migliore delle miniature. La vivacità e la finezza di stile con cui tratteggia uomini e donne sulla scena si duplica nella resa eccezionale degli interni e degli ambienti in cui si muovono. E così ogni casa, ogni stabile, persino i luoghi aperti rivelano la volontà dell’autrice di contestualizzare precisamente la sua storia, di radicarla in un preciso momento storico e sociale, per renderla più concreta e viva.
Emilia Salvioni, “Carlotta Varzi S.A”, 302 p., 12 euro, Canova Edizioni, 2006
Dal numero di “Stilos” in edicola
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stasera ho portato stilos a casa e mo me lo leggo pure. poi se ne parla
Anche io l’avevo portato a casa e per tenere un atteggiamento d’understatement l’avevo buttato come al solito sulla scrivania, pure un po’ spiegazzatoe mia madre c’ha avvolto un paio di sandali estivi per metterli via col cambio di stagione. Meno male che erano i miei sandali più belli almeno…
La Salvioni, fulgido esempio di “minimalismo italico” è sempre stata una delle mie scrittrici preferite.
Credo Lei si confonda con la Salvini, vera icona del minimalismo. La Salvioni, direi, è più massimalista.
Quindi anche la Levi Montalcini è minimalista?
epperforza
o Frano Slavini, fulgido esempio di minimalismo italico e autarchico? per rimanere in linea con la cremisi espressione?
Frano Slavini era talmente minimalista che firmava ‘Frnslv’, praticamente un codice fiscale.
e cadeva spesso in errore, o cadeva tout court
più che cadere, franava…
jiddu
esistenzialmente, ma in modo minimale
minimalmoralia
mirate al mento, diceva
mel, è un haiku? non ho contato le sillabe…
mi sa che è tempo di ripetere l’esperimento del concorso “Ti prendo per l’Haiku” sul mio blog…
volentieri, soprattutto visto il grande successo della prima edizione.
jiddu
no non è un haiku
re cremisi
se lo fai partecipo
scusami melpunk
pensavo ne fosse la
tu variante.