Scommettiamo che…

… qualora criticaste negativamente i testi in versi – che gli autori, dimostrando una palese assenza di spirito critico e autocritico, si ostineranno a chiamare poesie  – di esordienti e sconosciuti (che se lo meritino naturalmente), quelli (se un po’ hanno studiato o letto) inevitabilmente vi citeranno Rainer Maria Rilke? A me è già accaduto una decina di volte.

Questo brano soprattutto è il più quotato:

“…Lei domanda se i suoi versi siano buoni, lo domanda a me, prima lo ha domandato ad altri, li invia alle riviste, li confronta con altre poesie e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, io le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto questo che non dovrebbe fare. Nessuno può darle un consiglio. Invece guardi dentro di sé, si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirei se mi fosse negato di scrivere? Ecco si domandi nell’ora più quieta della notte: devo scrivere? Frughi dentro se stesso alla ricerca di una profonda risposta, e se sarà di assenso, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. […] E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare”.

E’ tratto dalle Lettere ad un giovane poeta, pubblicate per la prima volta in Germania nel 1929 e proposto in Italia da Adelphi nel 1980, con la celebrata traduzione di Leone Traverso. Sono lettere realmente indirizzate da Rilke a Franz Xaver Kappus, uno scrittore principiante che gli aveva inviato le sue poesie fra il 1903 e il 1908.
A volerle interpretare letteralmente e con grande malafede direi, le Lettere danno l’appiglio a chiunque si voglia definire artista, poeta, scrittore, pittore, scultore e via discorrendo, di considerarsi tale e di pretendere dunque di essere riconosciuto come tale, per il solo fatto di aver assecondato l’impellente bisogno di esprimersi, di palesare agli altri il lavorio interiore che lo tormenta.
Ma, a parte che a me qualunque moto interiore mi fa venire in mente un vulcano che sta per eruttare e che quando un vulcano erutta non succede mai nulla di buono, mi domando perché quegli stessi che lo citano non seguano poi pedissequamente le parole di Rilke e non rinuncino quindi a chiedere pareri e cercare la pubblicazione e quindi l’approvazione di lettori e rivisti e critici, rallegrandosi e ritenendosi soddisfatti piuttosto dell’essere riusciti a esprimersi e di aver tirato fuori il proprio mondo intimo rispondendo al sacro fuoco della poesia (o della narrativa, o della pittura, o della scultura).
Il fatto è che la malafede c’è, eccome se c’è.
Come per quelli che ti citano Kafka lamentando che nessuno legge i loro libri.

Io che di solito penso che leggere non migliori la vita, né la peggiori; che non renda persone migliori, né peggiori; di fronte a queste situazioni devo ammettere controvoglia che evidentemente leggere fa proprio male.
Forse sarebbe il caso che più di qualcuno seguisse corsi di lettura e comprensione del testo per imparare a goderselo pienamente e a capirlo se proprio è necessario, piuttosto che rivolgersi a seminari di scrittura creativa nell’imbarazzante illusione di uscirne come novelli Shakespeare o – peggio mi sento – perfetti David Foster Wallace.

E qui apro una parentesi: la maggior parte degli aspiranti scrittori che conosco, ho conosciuto o ho letto, aspirano a scrivere come David Foster Wallace, al massimo come Raymond Carver, come Aldo Nove, come Tiziano Scarpa, come Niccolò Ammaniti, come Enrico Brizzi degli anni d’oro, mai nessuno invece che mi dica “vorrei scrivere come Fitzgerald” o Capote, o Steinbeck o Flannery O’connor, o Soldati, o Chiara, o Saviane. E qui se fossi maliziosa e velenosa potrei dire che la questione attiene alle capacità, alle difficoltà, alle possibilità di chi scrive che probabilmente non sarà mai in gradi di scrivere come Fitzgerald ma forse ad Aldo Nove ci si può arrivare facilmente. Ma non sono così maliziosa io. Comunqe mi andrebbe bene anche che indicassero come obiettivoFaletti, perché almeno dimostrerebbero di voler un’attività che crei profitto, invece di autocandidarsi per impolpare le file (quasi legioni) degli aspiranti scrittori sfigati. Chiusa parentesi.

Tornando a Rilke e al suo giovane poeta, mi domando anche perché nessuno dei poetastri con cui abbiamo iniziato il discorso, colga i suoi suggerimenti fino in fondo:

“Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi?”.

Le Lettere in realtà sono il manifesto poetico di Rilke, quasi delle confessioni in cui esprime la sua concezione del mondo e del ruolo del poeta. Il poeta, lui sì, scrive della vocazione alla poesia, dell’atto di scrivere come di un magistero, e indaga l’intima essenza di un artista, ma lo fa dando per scontato che di un artista si tratta, non dice da nessuna parte che tutti possono esserlo. In definitiva parla soprattutto di se e della sua opera, del modo in cui la poesia affiora sulla sua pagina. E’ letteratura, è poesia, sono consigli, non è un decalogo né un manuale per l’aspirante poeta.

Per tutto questo non m’infervoro come farei in altre circostanze di fronte a quest’altra lettera indirizzata al giovane Kappus, scritta il 26 Dicembre del 1908:

“Anche l’arte è solo una maniera di vivere, e a essa ci possiamo preparare, senza saperlo, vivendo in qualche modo; in ogni cosa reale le siamo più prossimi e vicini che nelle irreali professioni semiartistiche, le quali, mentre si fingono vicine all’arte, in pratica ne negano e confutano l’esistenza; così è ad esempio dell’intero giornalismo e di quasi tutta la critica, e di tre quarti di ciò che si chiama e vorrebbe chiamarsi letteratura”.

Può essere che Rilke avesse il dente avvelenato con qualcuno in quel momento. E’ umano, mi pare.

31 Commenti a “Scommettiamo che…”

  1. marcos scrive:

    verissimo. ci sono tante altre lettere simili, dichiarazioni, appunto, di altre, poetiche, scaturite da altrettanti petulanti sbavalatte. il mondo ne è ammorbato. prendi pure la wislawa, ma anche, che ne so, uno a caso, ad esempio, io, sono, ma non perché lo sono, tra i pochi poetastri di questo millennio. ma mica sto a perdere tempo a pubblicare…

  2. seia scrive:

    Sarà questo freddo improvviso che mi ha congelato le sinapsi ma mica ho capito che hai detto.

  3. vincenzillo scrive:

    seia, sono d’accordo con te.

    Secondo me il suggerimento di Rilke “come un primo uomo, dire ciò che vede e vive e ama e perde” è perfetto.
    Ci va aggiunta una cosa che a voler essere malizioso tra maliziosi, secondo me a molti aspiranti poeti non gli va proprio giù: farsi un culo quadro per trovare la forma, la forma, la forma.
    E come dite voi laggiù: “hai detto gnente…”

  4. seia scrive:

    Vince: sei d’accordo con me? che t’è successo?? Stai bene? ;-) Comunqe ti ricordo che ti piaceva una di questi poetastri tempo fa, ma non sono una che rinvanga :-)

    Hai colto in pieno! Si scambia la libertà d’espressione con le parole in liberà prive della forza sovversiva dei futuristi e di qualsiasi sostanza degna di nota. Il che va bene, ma poi lasciale nel cassetto le tue poesie e butta la chiave!

  5. remo scrive:

    cara seia, sono d’accordo su tutto.
    soprattutto su fitzgerald (nessuno che dica saramago, anche).

    una ragazza, classe 1980, due anni fa mi fa leggere, molto confidenzialmente, le sue poesie.
    sono diverse dalle solite poesie.
    la musicalità a volte si disperde per qualche aggettivo in più, ma il messaggio è insolito, propone prospettive diverse, e quindi mi interesso.
    ma lei mi blocca.
    e mi dice – non lo dimenticherò mai -: scrivo poesie perché voglio diventare un bravo medico.

  6. Melpunk scrive:

    ohh che bella l’ultima citazione. che bellaaaaaaa

  7. ANONIMO scrive:

    a me mi è piaciuto il commento di remo.

  8. seia scrive:

    Remo: hai ragione non ho mai sentito nessuno citare Saramago. Non l’ho inserito nemmeno io nell’elenco perché mi annoia mortalmente. ma mi pare sempre e comunque un esempio migliore di Wallace.

    mel: come che bella citazione! Questo ci voleva far perdere a tutti il lavoro! :-)

    anonimeìo: che animo sensibile hai, non ti ci facevo ;-)

  9. barbara68 scrive:

    a me è piaciuto molto questo

    Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi

    grazie sempre, madama seia, di leggere per noi ;-)

  10. seia scrive:

    prego cara. Quello è un bel pezzo e uno dei meno “deleteri” di Rilke, dal punto di vista degli alibi che offre agli esordienti, poeti o narratori o artisti in genere che siano. E poi non è forse questa l’arte?

  11. barbara68 scrive:

    mah direi che le sue parole possono riguardare anche la vocazione a un’attitudine creativa in senso ampio. poi il come dispiegarla pienamente è un gran bel problema.

    sulla critica in generale penso che dal momento che siamo nel mondo dobbiamo pur correre il rischio di esporci allo sguardo e al giudizio degli altri, mica si può creare in modo solipsistico. anche sulle modalità della critica ci sarebbe da discutere assai…

    bisou

  12. vincenzillo scrive:

    A me piace quello che dice l’amica di remo: “scrivo poesie perché voglio diventare un bravo medico”.
    Mi dà la speranza di trovare medici meno cinici del pur simpatico Dr. House…

  13. seia scrive:

    Si, io vorrei altro dal mio medico ma capisco il punto di vista. Peraltro essendo convinta che né la poesia, né la letteratura o l’arte in genere rendano persone migliori, dubito ancora più fortemente che possano rendere medici migliori.
    E io mi farei fare qualsiasi cosa dal Dotto House… di roba medica eh :-)

  14. nick stavroghin scrive:

    sgomento. anche lui conferma l’idea che mi faccio ogni giorno, facendo il giornalista, che sia la negazione della parola e della vita poetiche.
    avere illustri pezze d’appoggio, come questa, è una consolazione ben misera.
    ora torniamo al lavoro, va’.

  15. nick stavroghin scrive:

    anzi, prima di linko.

  16. borisbattaglia scrive:

    cazzo.
    grazie seia.
    l’ultima citazione di Rilke era quello che mi serviva da mettere in chiusa a una cosa.
    stasera provo a prenderlo in prestito in libreria.
    sciao
    boris

  17. seia scrive:

    boris: lo dico sempre che questo è soprattutto un blog di servizio! :-) Sono curiosa di leggere.

    nick: non abbiamo esempi molto edificanti è vero, però tutto dipende da come lo si voglia fare il giornalista, come per ogni cosa peraltro.

  18. vincenzillo scrive:

    Che la letteratura possa rendere migliori le persone in automatico, sicuramente no.
    Ma succede.
    E poi, succede soprattutto a livello di civiltà. Senza Omero e Dante, gli odontotecnici sarebbero razziatori della brughiera. Come noi, del resto.

  19. borisbattaglia scrive:

    ieri sera sono andato a sentire daniel dennett al museo di storia naturale.
    lo pensavo già, ma Boncinelli mi ha convinto: vincenzillo caro, la letteratura e la cultura sono solo un accidente nell’evoluzione, non un fattore determinante.

  20. seia scrive:

    Boris sottoscrivo, come quasi sempre… :-)

    Vince, mica ho capito: che c’entrano i dentisti con Omero e Dante?

  21. Noantri scrive:

    Dunque, a me in generale non dispiacerebbe affatto scrivere come Raymond Carver (diciamo pure che firmerei col sangue), tuttavia non aspiro affatto a scrivere come lui. Tantomeno aspirerei a scrivere come Flannery O’Connor, appunto, la quale una volta disse: “Orsù, cambiamo le classifiche dei bestsellers”, invocando uno spirito critico che invece è morto e sepolto. Giammai, invece, aspirerei a scrivere come Aldo Nove, ecco, voglio essere ottimista e dire che da qui a quando avrò l’età e l’esperienza di Nove sarà lui a desiderare di scrivere come scrivo io. Insomma ognuno ha i miti che si merita, l’importante è saperli ammazzare, un giorno, massacrare a coltellate e liberarsene.

    Chiudo portando un fantastico scambio tra Donald Barthelme e uno studente dell’Università di Baltimora:

    “Signor Barthelme, perché scrive nel modo in cui scrive?”
    “Perché nel modo in cui scrive Beckett già scrive Beckett”.
    [Ste]

  22. seia scrive:

    Ste: il discorso era un po’ diverso però. Riguardava il fatto che in generale ci si scelga modelli non di certo per ammirazioneche ma perché sembrano più abbordabili. Quando parlo di Fitzgerald o la O’connor non pretendo l’imitazione, potevo anche citarti Flaubert pur non aspettandomi che qualcuno possa scrivere come lui oggi, ma per indicare una tendenza, una scrittura non sciatta, una gestione della struttura del libro che la renda solida, dei personaggi che non sembrino di cartone, pur se vogliamo, sperimentando. E’ questo che manca quasi sempre.

  23. ANONIMO scrive:

    a me personalmente i personaggi piacciono di più se son di polistirolo o di qualche polimero schiumoso, ma poi fate voi eh

  24. Noantri scrive:

    Seia: assolutamente. Capisco il tuo discorso e lo condivido. Se mi è sfuggito di parlare di ammirazione è perché credo sia una componente fondamentale del processo (a volte inconsapevole altre volte no) di imitazione. Tendere a scrivere in maniera non sciatta, strutturata, tendere a farlo anche per il più piccolo racconto è qualcosa che ha a che fare con la passione assoluta, cosa che spesso manca. Scrivere oggi mi pare che sia diventata QUESTA una tendenza; COME scrivere sta passando in ultimo piano.

    Dicevo prima che io volentieri scriverei come Carver. Ma questo è un gusto. Molto di più vorrei scrivere come Steinbeck di “Plan de la Tortilla”, ma nemmeno mi ci metto. Per quel che mi riguarda mi accontenterei di saper scrivere come Stephen King :-)
    [Ste]

  25. vincenzillo scrive:

    borisbattaglia, so di essere in controtendenza rispetto alla gran massa degli scienziati e della gente che crede alle parole degli scienziati, ma a me sembra piuttosto che il vero accidente sia l’evoluzione, intesa come teoria dell’evoluzione.
    La cultura ne aveva fatto a meno per secoli, e spero che un giorno la si riporti entro i suoi giusti confini: ossia, all’interno della cultura.

    seia, quello che volevo dire era che la cultura è ciò che sostiene anche la scienza studiata dagli odontotecnici. I quali senza di essa, e cioè senza i poeti, sarebbero rimasti degli energumeni in cerca di sangue. (Il sangue lo cercano lo stesso, ma in modo meno violento). Quindi in un certo senso, oggi i denti li curiamo grazie a Dante… :-)

  26. seia scrive:

    Vince: e quindi stai mettendo in discussione la teoria dell’evoluzione? Stai dicendo che la scienza dovrebbe essere assorbita nei confini degli aspetti culturali? Non dovrebbero essere separate sebbene connesse come vasi comunicanti? La cultura nei secoli in cui non si parlava dell’evoluzionismo, tendeva a considerare la donna inferiore, altri uomini sottomessi per inferiorità, la terra piatta e soprattutto era patrimonio di pochi che la sfruttavano in modo discutibile. Peraltro non mi pare proprio che all’epoca si fosse più civili di adesso. Non mi pare proprio. E i dentisti per loro stessa natura restano sempre assetati di sangue e crudeli :-)

  27. vincenzillo scrive:

    seia, la scienza galileiana-newtoniana si è conquistata sul campo la supremazia su tutte le altre forme di conoscenza. Stessa cosa l’evoluzionismo, tra le teorie scientifiche sulle origini dell’uomo.
    Io non la metto in discussione con i suoi strumenti, sul suo campo. Non dico che è falsa.
    Dico solo che, fatte salve le conquiste civili degli ultimi secoli, a me piacerebbe che dell’origine tornassero a occuparsi con altrettanta autorevolezza anche altre forme di conoscenza, come poesia, filosofia…

  28. seia scrive:

    Vince: e cosa dovrebbero dire la poesia e la filosofia sulle origini? Che c’è da dire ancora che la scienza non possa utilmente spiegare? Fatta salva la fede di ciascuno naturalmente. COsa ti aspetti in questo campo da loro?

  29. vincenzillo scrive:

    Mi aspetto una verità che parli all’anima, e non solo al cervello. Che mi dica perché il dolore, perché il male, e qual è il mio destino. Una parola alta, certamente anche tragica, come si diceva altrove.
    Le spiegazioni astrofisiche, biogenetiche, sono certamente utili, chi lo nega, ma la loro verità non comprende tutto.

  30. Quartz scrive:

    Attenzione Seia a fare distinzione fra poesia e scienza, la “scienza” fatta da qualcuno senza capacità poetica non è tale ma solo ripetizione di pregiudizi. Io non capisco tutto questo continuo incensare alLa Scienza, che in realtà a questo mondo non esiste visto che siamo animali pur sempre istintuali e limitati, piuttosto che portare attenzione a pregi e difetti degli scienziati reali. La lode fideistica è un pericolo immenso, che non fa affatto bene alla ricerca; semmai ci dev’essere una critica continua, che sta alla base della verifica, senò su cosa sarebbe basato l’avanzamento?

    Onestamente, senza alcuna nota polemica eh. Come matematico sono “solo” preoccupato di quello che sta succedendo alla ricerca, con sempre minore interesse alla conoscenza e l’appoggio sempre più incondizionato al suo asservimento e distorsione per interessi privati.

    La poesia non è che un aspetto dell’intelligenza anche più avanzato di quello che chiamiamo razionalità, semplicemente ora ci *sembra* più aleatorio perché non siamo più abituati ad usarla e ci sembra quindi un attrezzo controproducente. Come un pianoforte in mano ad un non iniziato sembra un oggetto capace di produrre solo cacofonie inutili…

    PS: Sta cosa mi sembra ricordare quanto spesso l’atteggiamento critico di Nietzsche viene chiamato nichilista, liquidazione assai “comoda” per chi non ha avuto il tempo di meditarlo… se Nietzsche non fosse costruttivo non perderebbe certo tempo in critiche così minuziose, dato che non era né scemo né egocentrico. :P

  31. seia scrive:

    Non ho ben capito cosa mi contesti Quartz. Io non ho mai prediletto la poesia alla scienza, tanto che non mi occupo di scienza. Ho detto sempre che sono due cose diverse e che in nessun caso si possono trattare con gli stessi strumenti. La scienza non può parlare all’anima. E comunque non può essere quello il suo scopo principale. C’era poesia negli studi sulla muffa che hanno portato alla penicillina? E nei test atomici? E c’é poesia nelle culture transgeniche? E nel genoma?

    Rispettare i legittimi campi d’indagine non ha a che fare con atteggiamenti fideistici, è realismo.
    Allo stesso tempo però, penso da sempre che nella matematica soprattutto ci sia qualcosa di spirtuale, lirico, aleatorio nel senso positivo del termine. Ma sono sensazioni, appunto.
    Che la poesia poi sia un aspetto dell’intelligenza, come se esistesse di per sè, mi pare più che discutibile.
    Su Nietzsche, direi che non ho inventato io il nichilismo, né il suo riferimento diretto al filosofo, e di per sè nichilismo non ha un connotato qualitativo, non è un sostantivo aggettivato. E’ una corrente di pensiero. Il discorso era un altro.

Scrivi un commento