Si stava meglio quando si stava peggio

Nello svolgere delle ricerche per un articolo sui “libri sommersi e sconosciuti”, mi sono imbattuta in diversi paper e saggi sullo stato dell’editoria italiana. Essendo convinta che di fronte alla verità delle cifre, qualsiasi opinione e illazione debba fare un passo indietro, e anche in conseguenza di una mia profonda passione per i numeri, provo a sintetizzare i dati raccolti1 per abbozzare una visione d’insieme di come vanno le cose dalle parti dei libri.  

 

Dunque:

 

  1. nel nostro paese vengono pubblicati ogni giorno circa 170 libri per un totale di 55.000 titoli stampati l’anno.

 

 

  1. Per far posto alle “novità”, i libri hanno una “vita media” di circa 40-60 giorni (nel 2000 resistevano 90 giorni sugli scaffali) e ogni anno vengano ritirati dal mercato circa 40000 volumi (dal 1996 al 2005 sono usciti dalla circolazione 373.787 libri). Quindi, se la matematica non è un’opinione, il 35% della tiratura di quei 170 libri editi al giorno, è destinato al macero.

 

 

  1. Negli ultimi 5 anni sono stata pubblicati più titoli rispetto al passato: 600 mila nel 2005 contro i 370.000 del 2000.

 

 

  1. La tiratura media per ogni titolo si mantiene vicina alle 5000 copie (che diventano circa 6000 per i titoli stranieri), ma quasi il 60% dei titoli pubblicati non vende neanche una copia (e acutamente notava Stefano Lorenzetto su “Il giornale”: “segno che persino i parenti più stretti sono disinteressati a conoscere ciò che taluni scrittori hanno da dire”) e in questo probabilmente è da rintracciare una delle cause della scomparsa dei libri di cui al punto 2.

 

 

  1. Nascono circa 70 editori al mese (attualmente siamo intorno ai 7300), ma quelli che contano sono più o meno ventina, per lo più legati ai grandi gruppi editoriali (Mondadori, RCS, De Agostini e Messaggerie italiane) che si dividono il 90% del fatturato totale.

 

 

  1. Gli operatori del settore sono poco più di 20000 (con l’indotto diventano 78000).

 

 

  1. Il 22% delle opere pubblicate sono di lingua straniera (fino al 2000 si arrivava al 25%). Quindi 3 autori editi su 4 sono italiani, con buona pace di chi accusa l’editoria e i lettori di esterofilia.

 

 

  1. Gli acquisti di libri via Internet sono aumentati di oltre il 40%, con il boom ad esempio, di Maremagnum, dove si possono acquistare libri sommersi, che ha chiuso il 2006 con un fatturato di oltre 2 milioni di euro e si attesta su una media di 200 libri venduti al giorno.

 

 

 

Ora, mi pare che questi numeri parlino da soli, ma qualche considerazione in merito me la concedo.

 

 

Anche alla luce di queste cifre è sempre più radicata in me la sensazione che in Italia si pubblichino troppi libri e che la selezione sia poco severa: come si possono pubblicare opere che nel 60% dei casi non vendono nemmeno una copia? E c’è davvero bisogno di tutte le migliaia di piccoli editori che affollano il mercato? (Solo in Sardegna, al maggio 2006, risultavano esistenti 139 editori). La maggior parte di questi poi, sono poco più che stampatori. E mi taccio sull’editoria on line o comunque legata al web.

 

La tendenza a privilegiare la “novità” impoverisce il mercato (e tutto il sistema culturale) di opere importanti (per esempio, mi pare incredibile che di Paul Bowles siano attualmente disponibili solo 5 titoli: quest’autore, forse più famoso da noi per aver scritto Il té nel deserto, siede nell’olimpo degli scrittori americani, insieme ai compagni della sua generazione: Truman Capote, William Borroughs, Tennessee Williams, ma per gli italiani è meno conosciuto di Nick Hornby o David Foster Wallace. Non cito tutti gli scrittori italiani che mi vengono in mente in questo momento – e che stanno a Bowles come la Ciaocrem alla Nutella – perché non ho voglia e tempo di litigare con i loro fan-che-si-contano-sulle-dita-di-una-mano-per-giunta-monca e non cito nemmeno Moccia perché con tutti i libri che ha venduto, vorrei proprio vedere se non ha diritto almeno ad essere conosciuto. Che poi io prenderei i suoi libri, insieme a quelli degli altri scittori pseudo-intellettuali-impegnati-e-sofferenti non nominati, e li fionderei tutti allegramente dalla finestra, è un altro discorso).

 

Infine sebbene la percentuale di libri pubblicati in relazione alla popolazione (intorno all’1,3 per mille) non sia molto diversa da quella francese (1,09) e risulti addirittura inferiore a quella inglese (1,82) per esempio, a differenziare il nostro paese dagli altri, facendo pendere enormemente la bilancia verso la necessità di un migliore impiego delle risorse e di una maggiore selezione, c’è il fatto che nel 2005 solo 5 italiani su 100 (il 5,7% della popolazione) abbiano letto un libro al mese, e non c’è alcun motivo di credere che nel 2006 le cose siano poi molto cambiate. C’è da aggiungere che tra i “lettori”,quasi la metà – circa il 48% – non legge più di tre libri all’anno.

 

Mi sorge spontanea una domanda: per chi caspita vengono pubblicati tutti questi libri? E altrettanto spontaneamente (e ironicamente, ma non troppo) mi rispondo: per i loro autori, che così soddisfano i loro ego spropositati, in fondo ci vuole molto poco per dirsi scrittori e pure per essere pubblicati via. Farsi leggere invece è tutt’un altro paio di maniche. 

 

 

 

 

 

UP DATE

 

Qui viene ripresa la discussione. Al post ho già risposto qui e nei commenti, ma adesso leggo l’intervento di una lettrice che scrive “Hai ragione da vendere…alla Perrone Editore l’ editor ci ha parlato proprio di questo in una delle sue lezioni di editoria…tutti i grandi scrittori o quasi hanno cominciato pagando una casa editrice per vedersi pubblicati..e siccome la Perrone non è una casa editrice diciamo “a pagamento” ci possiamo credere senza dubbio!

Quando finirò di scrivere i miei racconti se la Perrone non me li pubblicherà (cosa che ritengo probabile)(Montagne di manoscritti giacciono!!Non hanno nemmeno il tempo di leggerli tutti) mi informerò su come fare per pubblicare il mio libro.”

 

Dunque, a parte il solito qualunquismo per cui non si fanno nomi e cognomi (quali scrittori? a me non risulta proprio, certo poi bisogna anche vedere se ’sti scrittori, grandi lo siano davvero), per cui uno può dire qualsiasi cosa e pensare di aver ragione perché non può essere smentito, io dico: stai seguendo un corso di scrittura creativa a pagamento (e anche se fosse, ma non credo, un corso per operatore editoriale la cosa non cambierebbe) presso una casa editrice, ti dovranno pur dire qualcosa per convincerti che non stai sprecando i tuoi soldi – cosa che invece stai facendo ma è un altro paio di maniche – possibile che non ti venga in mente? E poi, vuoi scrivere un romanzo che secondo te non verrà pubblicato nemmeno dalla casa editrice a cui stai dando i tuoi soldi(!), e parli pure di montagne di libri che non possono essere letti però, chissà per quale processo mentale, ti schieri contro un’analisi (seppure superficiale) dell’editoria incentrata proprio sulla questione dei troppi libri (pubblicati e scritti).

 

E soprattutto, vuoi scrivere (eccone un’altra) ma è evidente che tu non abbia mai letto niente di grandi scrittori, perché se l’avessi fatto sapresti che ad aver pagato sono davvero pochissimi, ma proprio pochi, eh. Certo, sempre che di quelli davvero grandi stiamo parlando, che ultimamente ho letto soprattutto in rete osanna elevati a testi e autori che dovrebbero limitarsi invece a firmare le raccomandate. Prima di scrivere, leggere, leggere, leggere. A meno di non essere un genio, ma anche in questo caso non è che farebbe male.

 

 

 

 

 

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1 Fonti:  “Stato dell’editoria italiana 2006” a cura dell’ufficio studi dell’AIE (associazione italiana editori) ·          Maria Novella De Luca, “Alla ricerca dei libri perduti. Quaranta giorni e sono già da buttare”, la Repubblica, 15 marzo 2007 · http://www.portaledeilibri.it/mercato-del-libro-in-italia.htm · Atti del seminario e del convegnio Cagliari 30/31 maggio 2006 “La piccola editoria e il futuro del libro”, a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Editori Sardi · Editrice Bibliografica Milano · Stefano Lorenzetto, “Il pontefice massimo dell’editoria, va alla guerra del Lei m’insegna“, Il Giornale, 14 maggio 2006 · Francesco Merlo, “I libri che scompaiono in libreria”, la Repubblica, 14 marzo 2007

 


 


 

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42 risposte a Si stava meglio quando si stava peggio

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  3. eio scrive:

    seia: you made my day. oddio, adesso sto per fare un commento sulla coda lunga – me ne vergogno, fai che immaginartelo, va. :)

  4. seia scrive:

    Pat: per quanto sicuramente sia vero che la distribuzione conta, è anche vero che questo è un problema soprattutto per le piccole case editrici (e questo in parte rientra nel discorso sull’utilità che ci siano, e che siano così tante) ed è altrettanto vero che capiti che libri mal distribuiti o per nulla pubblicizzati alla fine vengono fuori, ma solo se veramente valgono e se fanno presa sul lettore, o su un certo tipo di lettore. Penso per esempio a Europeana di Patrik Ourednik, edito dalla Duepunti di Palermo (vedere qui – a lui dovrebbero versare dei soldi per la pubblicità che gli ha fatto e per il pubblico che gli ha conquistato – e qui) che è già un piccolo cult e ha venduto molto bene, eppure se chiedi in qualsiasi libreria dovrai ripetere almeno due volte il nome dell’editore prima che qualcuno (se sei fortunato) capisca e quasi sicuramente lo dovrai ordinare prima di averlo.
    Il discorso di internet era un esempio e un dato che non si può eludere.
    E su tutto vale il fatto che se un libro non vende nemmeno una copia non è un buon libro. In generale naturalmente.

  5. pat scrive:

    Il problema dei libri che non vendono nemmeno una copia dipende da vari fattori. Dalla distribuzione, per esempio. Perché non è detto che il potenziale acquirente di quel libro possa arrivare ‘fisicamente’ a quel libro. Dalla posizione sugli scaffali, che funziona da formidabile collo di bottiglia (avendo collaborato con una casa editrice vi assicuro che può essere la differenza fra un fiasco e una buona vendita). Internet in questo senso abbassando i costi per ottenere visibilità ed eliminando il problema della distribuzione è una parziale soluzione. E’ un aspetto della cosiddetta ‘coda lunga’, fenomeno che internet ha reso possibile in tanti campi.

    Accanto ai ‘soliti’ che vendono tanto, su internet ci sono tantissimi che vendono pochissimo.

    patrick

  6. seia scrive:

    Anche certo, ma solo se a uno interessa.
    Non è imprescindibile per parlare correttamente di libri. Io (come altri e più importanti o preparati di me ora e in passato) scrivo di libri e di letteratura e, della sociologia della letteratura, nel mio lavoro me ne sono per lo più ampiamente sbattuta, ho fatto un bel lavoro lo stesso :-)

    E comunque sempre Viva il contraddittorio! :-)

  7. barbara68 scrive:

    solo: no. Anche: sì. Meno male che siamo diversi, altrimenti faremmo e diremmo tutti le stesse cose, sarebbe un mondo ben monotono…, in fondo i contraddittori non saranno mica tempo buttato al vento no? :-)))

  8. seia scrive:

    Barbara: se tu trovi più interessante nella letteratura indagare il suo rapporto con la realtà e se pensi che questo debba essere una sua prerogativa, non sarò io a dire che sbagli. Figuriamoci! :-)
    E’ un approccio, che io non trovo corretto, che molti nel tempo non hanno trovato corretto, ma resta un approccio legittimo e sostenuto anche da critici e personalità eminenti.
    Ma per quanto mi riguarda, la letteratura vive in un ambito diverso e dialoga con la realtà attraverso il filtro della finzione, persino in Zola e nei positivisti. E di quanto la letteratura ci dica sul mondo che l’ha prodotta me ne importa poco, prima contano molte altre cose. Non si può fare solo della sociologia della letteratura.

  9. barbara68 scrive:

    Seia, io sono aperta a ogni tipo di letteratura e la qualità del testo nelle sue molteplici sfaccettature è anche per me uno dei criteri di giudizio primari. Detto ciò, ho difficoltà a immaginare un autore come qualcuno che si costruisce a tavolino la storia traendone i pezzi dal cappello a cilindro, e ritengo che l’esperienza c’entri molto più nella scrittura di quanto non si pensi, il che non significa necessariamente scrivere la realtà tout court, ma attingere ad essa. In questo la pensiamo diversamente ora e probabilmente per sempre, ma non riesco a vedere uno hiatus, per dirla alla francese, così netto tra letteratura e Lebenswelt, né tra l’opera letteraria e il suo tempo con i moti di varia natura che lo agitano. Che per me una parte di letteratura debba essere testimone del suo tempo è cosa importante (anche quando talvolta l’esserlo è una ricaduta secondaria).
    Secondo me la “differenza” originaria della scrittura, l’essere rivolta al tempo stesso a chi scrive e a chi legge, l’originaria presenza implicita di un altro anche negli scritti più intimi, rimane sempre motivo di grande fascino (cognitivo, anche).

  10. seia scrive:

    Mario: capisco perfettamente quello che dici, ma quest’aspetto – legittimo naturalmente – resta un fatto privato, un sentimento, un moto interiore che non ha a che vedere con la letteratura, con il mercato, con il lettore. Uno scrittore che scrive per esigenze personali e intime non è migliore – anzi non lo è quasi mai – di chi ha semplicemente delle cose da raccontare o da dire, non è una qualità dell’opera, solo un atteggiamento dello scrittore che all’esterno non deve arrivare e non è importante che arrivi. Anzi.

  11. Giovanotto,
    Le riconosco un incontestabile buongusto (non Fred, il cantante).
    E’ vero cio’ che Lei dice: Fiunda e’ l’ultimo dei grandi maestri italici.
    Ma le consiglio di dare un’occhiata a questo:

    http://edizionistacchia.splinder.com/tag/i_grandi_inediti

    Vedra’ che ne sara’ grato!

    Cordialita’

    Cav. Marcello Stacchia

  12. cf05103025 scrive:

    Seia tu dici:
    “Che poi conti scrivere per sè è una cosa che non è mai stata vera, persino Salinger voleva il suo pubblico. ”
    Già, ciò è vero
    e/ma non toglie che per prima cosa si scrive per sè,
    e questo fatto avviene spesso inconsciamente:
    ci si racconta delle storie, indagando in vari angoli e aspetti anche profondi del sè.
    Anche io voglio un pubblico,
    ma la scrittura per prima cosa mi è uno strumento non un fine.

    MarioB.

  13. seia scrive:

    Allora, rispondo un po’ a tutti a braccio.

    Cavaliere: Fiunda me lo vuole paragonare a quelli scalzacani che non vendono nemmeno una copia? Il Fiunda è immenso, illeggibile e indimenticabile.

    Comincio dalla fine: ogni libro (Kinsey) può contare sin dall’inizio su circa 500-700 copie acquistate dalle biblioteche, quindi direi che la loro parte di monnezza (ebbravo Blubbo!) se la sono già presa e se la sono pure pagata. Del resto anche le biblioteche non sono enti di beneficenza e dunque è giusto che paghino.
    E per continuare con le biblioteche (citate da Lorenzo Cairoli) – non ho una grande esperienza in merito, anche perché non ho mai preso in prestito i libri – ma le poche volte in cui ci sono stata, per ricerche, ho trovato tutto quello che mi occorreva, a Roma almeno e so, per aver collaborato con loro, che ci sono biblioteche in Italia molto attive nel recupero di scrittori poco noti. Ma ripeto, la mia esperienza con le biblioteche è limitata.
    E comunque è un settore che non influisce con un rapporto di causa effetto sul mercato editoriale. Che un autore non si trovi in libreria ma in biblioteca (o che non si trovi nemmeno lì), non cambia molto ai fini del mercato e per lo stesso autore, penso.

    Sul lavoro delle case editrici (chiamate in causa più volte naturalmente, e soprattutto da Ted), io non ho conoscenze dirette di crimini e misfatti, conosco voci e dicerie, di qualcuna sono quasi certa viste le fonti, ma non credo sia una cosa generalizzata e soprattutto non è così influente nel nostro discorso. Credo invece che più diffusamente ci siano questioni fiscali dietro la proliferazione di così tanti minuscoli editori.

    Quello di cui sono convinta è che interpretare tutto il sistema solo considerando gli editori è un errore: a parte tutti i motivi che sono stati elencati, o supposti, le case editrici devono fare business (e quando non lo fanno non sono delle buone case editrici, non assolvono al loro compito in quanto aziende: non sono istituti di cultura) e se pubblicano tutti ‘sti libri, almeno per le medio-grandi e quelle non proprio piccole piccole – passatemi queste definizioni sciocche – un tornaconto ce l’avranno. Il punto è che quel 60% di libri che non vende nemmeno una copia è probabilmente per il 95% dei casi “monnezza”. Il problema è che gli autori che vendono a pagamento (e lasciamo stare Moravia, che come Kafka è un’eccezione, checché ne dicano i disinformati. E faccio notare che poi c’è una sottile differenza poi tra chi paga per farsi pubblicare e chi se lo stampa il proprio libro per diffonderlo) come quelli che restano invenduti perché pubblicati da editori dalla visibilità e dalle possibilità infinitesimali, in gran parte non avranno mai un pubblico perché mancano di talento o di mestiere, o di capacità di raccontare e non è vero che non creano danni, perché falsano un mercato già complicato e creano spirali micidiali che non portano a nulla di buono.

    E non è nemmeno vero che le grandi case editrici ignorino gli scrittori di talento perché inseguono i best-seller. Penso a Ernesto Aloia, ora arrivato a Rizzoli per esempio. Lui di gavetta ne ha fatta tanta e nemmeno essere tra i Maltesi l’ha aiutato a bruciare le tappe dell’esordiente, tanto che come molti esordienti ha cominciato con i racconti.

    Che il libro sia un prodotto (mario b.), è un fatto sul quale mi pare che non ci sia da discutere, era così anche 200 anni fa. Lo scrittore per una casa editrice è un investimento, e come tutti gli investimenti deve fruttare: in denaro o prestigio o pubblicità.

    Ce poi conti scrivere per sè è una cosa che non è mai stata vera, persino Salinger voleva il suo pubblico. E a smentire questa cosa ci sono ogni giorno quei 170 libri – in gran parte destinati alla carta straccia – che vengono pubblicati: se uno scrive per sé perché vuole essere pubblicato? Ad ogni costo, per giunta.

    E non è nemmeno vero che il web abbia sostituito la lettura: non siamo mai stati dei grandi lettori e nessuna opera scaricabile da internet può competere con un libro (che sfugga a quel 60% di cui sopra). Il libro non è morto, è che non se la passa bene. E non se la passa bene perché c’è un livellamento verso il basso degli autori e anche dei lettori probabilmente, soprattutto perché spesso, e questo vale soprattutto per gli esordienti, le due figure coincidono.

    Su Pasolini, senza le esagerazioni tipiche di Busi, io sarei tendenzialmente d’accordo nel considerarlo uno dei quegli autori sopravvalutati che vivono di rendita e per meriti non letterari. Ma il discorso è lungo e nemmeno mi appassiona, magari prima o poi ci torno.

    Sulla letteratura della realtà – e vengo a Barbara – non ho preclusioni, è solo un aspetto della letteratura, e per me è anche la meno interessante, ma ciò che conta è la qualità intrinseca del testo, a prescindere dall’ispirazione e dalla motivazione che lo crea. La marchetta con quei 170 libri al giorno e il famigerato 60% d’invenduto c’entra poco però.

    In definitiva – e rispondo a Mel – non sono tanto i libri pubblicati ad essere troppi, ma quelli “brutti”, e su questo le nostre idee divergevano allora e adesso mi pare. E con brutti, io intendo così brutti che nessuno se li legge, non brutti come quelli che vendono e che tutti lo sanno che non sono opere immortali, perché questi hanno più dignità di quelli che nemmeno i parenti degli scrittori si vogliono leggere. Un libro senza pubblico, non è mai stato scritto.
    Ipse dixit ;-)

  14. BLUBBO scrive:

    MINCHIA CHINSI COSA DICI. VOGLIAMO AFFOSSARE DEFINITIVAMENTE BLIBBOTECHE E SCQUOLE?

  15. Kinsy scrive:

    Avrei una proposta: invece di mandare al macero tutti questi libri, perchè non regalarli a biblioteche e scuole?
    Ritengo che la cultura della lettura vada coltivata e non considerata un prodotto commerciale!

  16. Pingback: dat » Blog Archive » La lettura è a volte un modo ingegnoso per evitare di pensare. (A. Helps)

  17. vincenzillo scrive:

    lorenzo, secondo me le boiate di Busi su Pasolini che riferisci sarebbero un buon punto di partenza per fare della satira su Busi (e forse anche su Pasolini), se mai alla gente gliene fregasse qualcosa della letteratura e dei letterati. E della satira.

  18. lorenzo cairoli scrive:

    Settimane fa mi sono imbattuto in una relica de ‘Il senso della vita’.
    Nell’intervista fotografica, Aldo Busi, davanti a una foto di Pasolini commenta ” oggi non lo leggono più, come Moravia “. Sostiene anche che la stessa sorte tocca a Calvino ” ma lui è più fortunato perché ci sono le scuole e a scuola si legge Calvino, anche se non lo meriterebbe ” – chiosa Busi con una punta di veleno. Non contento aggiunge altro su Pasolini ” non ci ha lasciato in dote un’opera letteraria veramente importante, era troppo cattolico, viveva la sua omosessualità con troppi complessi di colpa, e sfruttava il suo status di regista per rimorchiare i ragazzi di vita, e questa non gliela perdono “.
    Qualche minuto dopo addolcirà i toni riconoscendo che ” erano molto più corrotti i ragazzi che lui rimorchiava” , riconoscerà al poeta qualche stiracchiata benemerenza, confesserà che quando seppe della sua morte, era a Firenze e scoppiò a piangere , ma è evidente che la considerazione che Busi ha di Pasolini è più o meno la stessa che Capello a Madrid ha di Cassano.

    Dice altre cose, ma già queste per me bastano e avanzano. Qualcuno con la stessa inflessibilità potrebbe rimproverare a Busi la stessa cosa che rimprovera a Pasolini : nemmeno lui, ad oggi, ci ha lasciato in dote un’opera letteraria veramente importante, e con gli anni che passano, affiora il timore che non ci riuscirà mai.
    Veleni a parte, è possibile che abbia quasi ragione, ma se l’OPERA letteraria veramente importante non c’è restano le poesie di Pasolini, i suoi scritti corsari, ‘Accattone’ e ‘Mamma Roma’ e quei due bellissimi episodi di Rogopag e Capriccio all’italiana ( La ricotta e Cosa sono le nuvole ? ) .
    Scrisse delle parole molto belle su di lui Baricco, sopratutto, quando scrisse : ” …era pazzesco, innanzitutto, come pensava. Pensava volando. Voglio dire ; guardava le cose da un punto lontano, in alto, e da lì, perdeva magari i particolari, ma vedeva benissimo le linee forti, lo scheletro della realtà. Vedeva gli italiani come vedi città e paesi passando sopra con un aereo. Vedeva l’essenziale e lo componeva in figura logica e sintetica. I giornali accumulano opinionisti e commenti su tutto, su qualsiasi iniziativa, di qua la notizia e di fianco la predica. Mai ci fosse uno che scrive volando. No. tutti impelagati a scrutare i particolari col naso appiccicato alle cose “.
    Erano i tempi di Barnum e Baricco, come spesso gli accade, aveva colto nel segno. In questo ‘pensare e scrivere volando’ Pasolini era ineguagliabile.
    In questi mesi, ho cambiato spesso città. Ho così frequentato con assiduità piccole e grandi biblioteche : biblioteche della periferia romana, da Primavalle a Spinaceto, e del Nord come Imola, Castel Bolognese, Brescia e Gavardo e ahimè Busi ha visto giusto.
    Si legge poco Calvino, Moravia anche di meno, Pasolini quasi per niente. Il problema è che in queste biblioteche ( tranne Imola ) certi autori mancano del tutto. Troverete Dan Brown con tre volumi per titolo, scaffali interi di Liala, Melissa P., Moccia, molto fantasy, Sheldon, Robbins, Le Carrè, Follett, qualunque cosa di Augias, Fabio Volo e di Camilleri ; dei cosiddetti classici troverete tutta la Fallaci – sopratutto ora che è morta – Maraini, Sciascia e Benni.
    E di Pasolini ? A Castel Bolognese c’era solo ‘Una vita violenta’ , qui a Gavsardo almeno hanno anche ‘Petrolio’ e ‘Ragazzi di vita’. Ma altri autori sono letteralmente scomparsi dagli scaffali di queste biblioteche, come radiati dall’albo della letteratura, o forse, in queste biblioteche non sono nemmeno mai entrati.
    Se chiedete Comisso, telefonano a ‘Chi l’ha visto ? ‘.
    Di Parise, solo e sempre ‘Il prete bello ‘.
    Morselli è ripiombato nell’oblìo.
    Se di Flaiano oltre a ‘Tempo di uccidere’ trovi anche il ‘Diario degli errori’ straluni gli occhi come un miracolato.
    Mario Praz è un caso disperato – quando lo chiedi, ti rispondono che “di sudamericani hanno solo Garcia Marquez, Vargas Llosa, Amado e Coelho “.
    L’immenso Ripellino ordinario di lingua e letteratura russa all’università di Roma, traduttore di Majakowski e primo fra tutti a presentare in Italia le poesie di Pasternak e di Mandelstam era a sua volta poeta raffinato e sublime. Ma se chiedi di lui trovi al massimo ‘Praga magica’. Al massimo.
    In un altro blog mi chiedesero come si fa a rimanere al palo per dieci anni, ignorati, dimenticati. Come si fa ?
    Semplice. Restando in Italia.
    Pensate alla Morante che passa gli ultimi anni della sua vita in uno stato di indigenza. Pensate a Fellini che muore perchè non gli fanno più dirigere un film , mentre nel Portogallo quasi terzomondista, ultimo in tutte le graduatorie europee, De Oliveira gira film fino a novantanni. O al giapponese Kurosawa che se non moriva mica lo staccavano dalla macchina da presa.

    Oggi, da noi, non c’è tempo per la cultura.
    E’ come un vecchio parente che nessuno vuole più tenere in casa.

  19. Giulia scrive:

    Bellissima analisi che mi ha aiutato a sistematizzare cose che sapevo ma non in modo così documentato. Un panorama comunque triste per la cultura. Ciao Giulia

  20. barbara68 scrive:

    Seia, ti racconto alcuni fattarielli ma significativi.
    Ho deciso di aderire alla proposta di recensione collettiva del libro di Galzigna “Il mondo della mente”, Marsilio. Vado da Feltrinelli Buenos Aires, e mi dicono che ce l’ha Feltrinelli Duomo. Vado da Cortina e dico Cortina, cioé la libreria universitaria (si tratta di un testo di epistemologia della psichiatria) e faticano a ricordarsene perché il libro é “vecchio” (data novembre 2006, l’ho comprato a marzo).
    A volte i libri delle case editrici che mi mandano a casa non li bogliono nemmeno al libraccio, èerché dicono che non si vendono, e non li vuole nemmeno il bancarellaro a Porta Venezia. Insomma, o li riciclo in cartigienica come fanno gli arabi o mi do al bookcrossing anarchico.
    Dimentichi una delle ancora più efficaci strategie di pubblicazione in Italia, la marchetta, variamente intesa.
    Io non ho mai pensato che scrivendo ci si guadagnasse da vivere, e quando posso rispondo a qualche serio call o mando gli articoli a qualche rivista, ma per me è più facile pubblicare all’estero. Almeno lì ti pigliano per la qualità di quel che scrivi.
    Ce la stanno menando da morire con questa faccenda della letteratura della realtà. Ho il massimo rispetto per Saviano ma per me letteratura della realtà significa scrivere di cose provate sulla propria pelle, e non mi dilungo oltre perché ci sarebbe da includere molti generi non letterari. L’innesco di questa penosa manifestazione letteraria di Officina Italia a Milano a fatto rispolverare un dibattito di fuffa del tipo “ma sono meglio i nuovi (quali) autori o i cannibali”?
    Io conosco più il campo non letterario. Autori fondamentali come De Certeau o Lacan, dico Lacan, restano in gran parte impubblicati.
    Conclusione: io i libri me li cerco direttamente nei cataloghi, ho una fortuna di avere un marito che ha buone informazioni sulle piccole case editrici, e per aggiornarmi sulla letteratura seria me ne vado per lo più sui siti francesi, da hoepli, da claudiana o su pochi blog di qualità. Anche se poi ho una tale lista mia di roba da leggere che raramente ci rientrano suggestioni esterne.
    Non ci resta che piangere (sarà che oggi sto metereopatica ma comunque queste cose le penso più o meno sempre…)

  21. melpunk scrive:

    quando lo dicevo io! il problema poi è che il catalogo delle case editrici, viene schiacciato dall’enorme mole delle novità. ciò significa meno ristampe, scomparsa a volte di titoli di grande valore. e ancora: difficoltà enorme per i librai (e anche i promotori) di “amministrare” le novità, togliendo spazio agli altri libri, al famoso catalogo, appunto

  22. Ferrigno scrive:

    Seiuzza bedda, interessante ma il tuo post non riesce a far di meglio che svegliare il fatalista che c’è in me. Come dire: vabbe’, ma noi che ci possiamo fare? Sì, insomma, il mercato è mercato.. e considerazioni simili.

    Siamo ad un punto di rottura ma la soluzione non mi sembra “tornare ai bei tempi andati della vecchia rigorosa e selettiva editoria di una volta, quella che dava ampio spazio ai veri grandi”. Non c’è “soluzione” perché non c’è un capo che si assumerà la responsabilità di risolvere il problema. Per inciso, gli editori ci prosperano in tutto ciò (meno i piccoli).

    C’è una pressione e questa pressione crea ernie, che diventano spazi vitali. Il futuro includerà varie forme di editoria on demand, indietro non si torna ;)

  23. cf05103025 scrive:

    Quando il mercato non assorbe più certi prodotti, essi vengono portati alle discariche ed i produttori cercano di optare per la creazione di altri oggetti più facilmente vendibili.
    Per esempio: uno che produce dei kiwi vedendo che il mercato è saturo, per non fallire, a volte svelle le colture precedenti, scassa il terreno e pianta pesche a polpa dura.
    Oppure se produce condizionatori d’aria e questi non vanno più, se non fa bancarotta, si mette a manifatturare ordigni bellici che vanno sempre, per dire.

    Tuttavia è ancora difficile usare e far accettare il termine “prodotto” per l’oggetto libro, benché già Cavino Italo nel 1964 nella prefazione alla riedizione de “Il sentiero dei nidi di ragno” usasse questa parola, pur riluttante.
    I libri di romanzi e racconti sono prodotti d’intrattenimento o di passatempo che si pongono in concorrenza, normale e spietata, in un mercato ove di simili oggetti ve ne sono a iosa, a strafogarsi, ad annegarsi, basti pensare alla quantità di merci/articoli radiofonici, televisivi, cinematografici, informatici; e tutto questo è un cambiamento indigesto, avvenuto in pochi anni. Per molti di noi, meno giovani, l’immagine/oggetto “libro” è legata a certe atmosfere culturali di grandi princìpi e capolavori, a certe vetrine belle, a certe librerie salotto ove un libro emergeva e stava lì bello lucido, elegante, aveva gran peso e se ne parlava e riparlava per anni.
    E’ ovvio invece che ormai ciò è impensabile, ed un romanzo pur “buono”, nel 2007, non ha né il peso culturale né la durata in memoria o mercato che nel 1967.
    E’ pure ovvio che negli ultimi sette anni moltissimi appassionati di lettura o del bello scrivere, scrittori o lettori che siano, si intrattengono molto più sul web che davanti alle pagine di un libro cartaceo.

    Io dicevo sul blog dell’amico Remo Bassini che i libri di narrativa sono prodotti di consumo, ormai sono caramelle che si succhiano, ma lui non condivideva; neanche io condividerei in spirito ma, senza essere cinico, voglio essere realista e domandarmi ancora se vale la pena scrivere di narrativa, ( con la speranza di pubblicare) o far qualcosa di meglio o di alternativo.
    Per me il primo risultato di una seria narrazione, ovvero ove si faccia ricerca letteraria e non si voglia creare solo oggetto di rapido intrattenimento, deve stare nell’interiorità dell’autore e questo dovrebbe essere il primo profitto, forse il più proficuo, per cui non dovremmo preoccuparci più di tanto se il nostro libro rimarrà nel cassetto piuttosto che nelle immani discariche papirologiche.
    Aggiungo che in un recente articolo/intervista su Nazione indiana sull’editing lo scrittore editor Nicola Lagioia parlava delle migliaia di manoscritti ricevuti in redazione dalla minimumfax e diceva di “grafomani”….
    Io sono rimasto perplesso perché sono restio ad inquadrare il suddetto fenomeno in una forma di “mania”, cioè follia, anzi questo per me sarebbe lo spunto per una seria riflessione antropologica e sociologica sulla nazione Italia e sui suoi abitanti che poco consumano di libri e molti ne scrivono. E da qui ci sarebbe da partire per ipotizzare come potrebbe configurarsi in futuro l’editoria e se l’attuale potrà sopravvivere in queste forme tanto velleitarie, confuse e precarie.

    MarioB.

  24. Cari giovanotti,
    i vostri dibattiti mi fanno sorridere…
    “L’urgenza di scrivere” e’ tutt’altro che una cosa risibile! Pensi che una volta, passeggiando per il centro di Catania col Fiunda (eravamo andati a farci una cassatina al pistacchio di cui il Maestro e’ ghiotto) successe questa cosa incredibile: Rossano Fiunda ebbe un attacco di “urgenza di scrivere”! E non avevamo neanche una penna! E cosa fa, allora, il grande scrittore? Acchiappa al volo un piccione che passava di li’, lo spenna e lo trafigge con una sua stessa piuma!!! Fu con quel primitivo ed improvvisato utensile, grondante sangue anziche’ inchiostro che Fiunda scrisse “W LA FIGA” su un muro antistante.
    E allora: da che pulpito giudicare e censurare?
    Se fosse stato per lei, cara Seia, quelle immortali parole vergate dal grande scrittore sui muri di Catania non avrebbero mai visto la luce!
    Rifletta su questo.

    Cordialmente,

    Cav. Marcello Stacchia

  25. Ted scrive:

    “Delle due l’una: 1) gli editori – in larga parte – non sanno quello che fanno e questo mi pare possibilissimo e 2) le case editrici fungono spesso da hobby o sono vissute come “sfogo creativo” e questo discorso però ci porterebbe lontano.”

    Io aggiungerei anche un punto 3, e mi dici tu se ci può stare. Le case editrici nascondono magagne. Riciclano denaro. Come una costruzione abusiva. Ci sono nomi dietro case editrici che puzzano parecchio. Uno lo avrei, ma non te lo dico ;)

  26. seia scrive:

    Invece caro dh leggere non è poi così facile, a meno che non ci si limiti ai nomi dei negozi del centro. Bisogna vedere cosa si legge.
    In ogni caso, che leggere non renda migliori l’ho sempre detto e sempre pensato. Con me sfondi una porta aperta.
    Certo un po’ leggere aiuta a pensare però. Non è determinante, ma qualche lumicino, se leggi le cose giuste, ti si accende nel cervello.
    Scrivere invece fa più male, se non sei attrezzato ti fa sentire sensibile, intelligente, intellettuale. Ti porta a illuderti che quello che pensi o dici abbia un qualche valore e di solito non è così.
    Io continuo a pensare che prima di decidere di scrivere alcunché sia meglio, pensarci bene su, lasciar perdere le pulisioni, ripensarci, crogiolarsi nel dubbio, e poi alla fine… astenersi :-)

  27. dh scrive:

    non ho detto: “pensassero a leggere” ma “pensassero, invece di leggere”. scrivere è facile! so le lettere, le combino. leggere è facile! vedo le parole, so le lettere, le scombino. pensare invece non è facile.

  28. seia scrive:

    ah beh, allora alzo le mani :-)

  29. Jiddu scrive:

    veramente mi riferivo ad Hermann Hesse, l’indimenticabile ala destra del Bayern Leverkusen degli anni sessanta, terrore delle difese.

  30. seia scrive:

    Stark: ho avuto una giornata pesante, ma intervengo solo per te ;-)

    Avvertenza: non rispondo a commenti:
    1) in cui si parli di urgenza di scrivere: se vi scappa, prendete delle medicine apposite, non inflazionate un mercato già saturo e malato;
    2) commenti che fanno paragoni ad minchiam prendendo ad esempio, come fossero già considerati dei classici, scrittori che hanno scritto un libro (giovanilista per di più e uguale a molti altri e che dopo non ha più scritto nulla di “significativo”, nemmeno per quelli che ne hanno osannato il precedente;
    3) che affermano che pubblicare a proprie spese sia un vanto o una necessità: si può vivere senza scrivere eh;
    4) che sostengono che sia meglio che un libro venga pubblicato piuttosto che risparmiare la carta con cui viene stampato;
    5) che implicitamente pensano a Kafka e pensano che il mondo possa essere fatto di scrittori incompresi cui solo il tempo darà ragione.

    Motivazione?
    C’è una sola ragione per cui una casa editrice pubblica dei libri: venderli, anche se poco, ma che qualcuno li legga per cortesia! Che il 60% dei libri pubblicati non venda nemmeno una copia è un dato su cui non si può dibattere, è una cosa assurda. Un libro che non viene letto non esiste e un libro che non esiste non dovrebbe nemmeno essere pubblicato.
    Delle due l’una: 1) gli editori – in larga parte – non sanno quello che fanno e questo mi pare possibilissimo e 2) le case editrici fungono spesso da hobby o sono vissute come “sfogo creativo” e questo discorso però ci porterebbe lontano.
    E’ chiaro che per i Grandi editori, un libro che non vende non è una tragedia, serve comunque a far catalogo, ma questo non toglie che sia un fatto che impoverisce (e non arricchisce) il panorama culturale e pure il mercato.

    caro il mio anonimo: non ci rientri, ma secondo me dovresti essere il cardine di questa statistica, anche perché non solo gli scrittori non sanno – con le dovute eccezioni – scrivere, ma i lettori ancora più spesso non sanno nemmeno leggere.

    dh: purtroppo tutti vogliono scrivere, ma a leggere mica ci pensano, soprattutto le cose che servono a chi scrive.

    jiddu: tu parli di Hesse, appunto. Uno scrittore. Vero.

    gloutchov: ho letto il tuo commento e pure il tuo post e mi pare che tu a volte ti contraddica, comunque cercando d’interpretare il tuo pensiero: a parte Kafka, esempi di scrittori negletti in vita, a meno che non vivessero in sistemi totalitari sono pochissimi e spesso pure sopravvalutati; il 60% di libri invenduti è una cifra così colossale che il tuo discorso non regge nemmeno per 5 secondi; sostenere che gli esordienti non vengano pubblicati dalle grandi casi editrici è una cosa falsa in generale, visto che 3 libri su 4 sono italiani e che il grosso del mercato è in mano alle grandi e che i libri ristampati sono sempre meno, per cui le novità ci sono eccome e non tutti hanno Moccia o la Melissa o la Pulsatilla di turno, quindi pubblicano anche altro.
    Il problema poi non sono le case editrici con cui vengono pubblicati: il problema è che sono in gran parte libri brutti, pretenziosi, poco accurati, imitativi, e che comunque non incontrano il favore del pubblico.
    Ti dirò di più: se fossimo in un mondo perfetto, la selezione avverrebbe a monte e questi sedicenti scrittori invece di farsi osannare da amici e parenti – che poi a quanto pare i loro libri se li fanno regalare – si fermerebbero davvero a leggere quanto hanno scritto e si censurerebbero da soli. Su Bowles hai già avuto la tua risposta: informarsi sempre prima di parlare, soprattutto per obiettare a quanto detto da altri :-)

    toshi: eh già…

    Cavaliere: se non ci fosse lei…

  31. toshi scrive:

    Insomma, tanta carta sprecata per nulla…

  32. Jiddu scrive:

    per quanto ne so, la migliore risposta al quesito di Seia l’ha data Hermann Hesse in una prefazione ad un suo libriccino (mi pare che fosse “Una biblioteca della letteratura universale”): lo scrittore non si pone mai la domanda se sia opportuno scrivere; semplicemente, non ha alternative.

    esattamente come me, che non sono stato in grado di raffrenare l’istinto di fornire questo sfoggio di curtura e simpatia.

    baci, e leggete Stacchia.

  33. dh scrive:

    un sacco di gente non sa nemmeno leggere. ho visto centinaia di analfabeti pressochè totali, soprattutto persone di una certa età ma anche giovani. e poi un sacco di gente scrive più di un libro, gli autori a proprie spese non sono tanti ma sono prolifici. e comunque si sa che non si scrive solo per essere letti, il che non è una cosa censurabile: come non lo è la mastrubazione. e poi questi dati non contano i libri scolastici: perchè? secondo me ci devono andare. e in generale se la gente non legge è perchè i libri fanno cagare e non servono a niente. e non è che se leggessero di più sarebbero migliori, e questo lo dico con totale convinzione, perchè leggo parecchio e conosco gente che legge parecchio e fa schifo proprio come i non lettori, uguale uguale. bisogna imparare a leggere, non leggere per forza: imparare le lingue, non usarle per forza. imparare a leggere serve, è un esercizio della mente, un modo per fare almeno qualche volta dei ragionamenti astratti. ma poi, una volta che hai imparato, esercitare ancora questa capacità è un po’ come fare sempre tabelline. pensassero invece di leggere! i merdoni.

  34. Caro giovanotto,
    come darle torto?
    La condizione attuale dell’editoria italiana e’ qualcosa di orrendamente grottesco: case editrici fasulle, scrittori da quattro soldi, milioni di titoli inutili e tonnellate di carta straccia ad inondare le librerie.
    Ma per fortuna dal 1961 c’e’ un baluardo che si erge contro lo sfacelo: LA STACCHIA!
    E’ solo grazie al sottoscritto che autori del calibro del Fiunda, dello Steregoni, del Toncarelli e, perche’ no, dello stesso Manzotti hanno potuto dare alle stampe opere immortali che sono il vanto della letteratura italiana.
    Ma lo sa lei quanto costa al Cavaliere pubblicare un inedito di Branchia???
    E’ ora di finirla con lo strapotere e l’arroganza delle “grandi” case editrici! E’ ora che alla STACCHIA vengano riconosciuti i propri GRANDISSIMI meriti!
    Non mi si venga a dire che un Roberto Aspide non meriti le prime pagine dei giornali, che una Silvana Tamarro non meriti un premio Strega (e ne ha anche il phisique du role! Ah, ah, ah! Anche spiritoso il Cavaliere, nevvero?)!!!
    Per questo invito lei e i baldi giovini che frequentano il suo simpatico sitarello ad acquistare e promuovere i testi STACCHIA e a finirla di pettinare le bambole!

    Cordialita’,

    Cav. Marcello Stacchia

    http://edizionistacchia.splinder.com/

  35. @gloutchov, tra tutti gli esempi che potevi scegliere hai preferito proprio quello meno adatto a sostenere la tua tesi. Paul Bowles ha iniziato la sua carriera a 38 anni con un libro (“The sheltering sky”) la cui pubblicazione fu fortemente voluta, più che da lui stesso, da sua moglie (la scrittrice Jane Auer) e dai suoi amici (tra cui il drammaturgo Tennesse Williams).

    In altre parole, Paul Bowles è uno che non ha scassato i coglioni a nessuno per pubblicare le sue cose. Fino al 1948 faceva il compositore e basta.

  36. stark scrive:

    Seia, Seia, dove sei, ti prego, viste le obiezioni qui sopra urge un tuo commento, a questo post qua e anche a quello di Eio, lo aspetto ardentemente. :-)

  37. gloutchov scrive:

    Spiegami una cosa… e se tra quei libri che vanno al macero c’è un Paul Bowles italiano che non trova un suo spazio?
    Colpa dei “nuovi scrittori” se i grandi editori non danno spazio agli emergenti e bisogna cercare un piccolo editore per cercare di forare il muro? Non è forse così che ha fatto Brizzi con Jack frusciante? Pagando di tasca propria il libro e pubblicandolo presso un piccolo editore… Che dobbiamo fare? Comprare solo ciò che RCS o Mondadori decidono per noi? Il libro delle barzellette di Totti, forse?
    Non si dovrebbe cercare di “cambiare” le cose in maniera differente? Chi ti dice che sia colpa della selezione… la presenza di tanti libri invenduti… o di una Italia che non da il minimo spazio alla cultura (sembra che dalle statistiche, molti ragazzi usciti dalle scuole medie abbiano grosse difficoltà nella lettura e nella scrittura…)
    Siamo proprio sicuri che il problema sia l’enorme ego degli scrittori “in erba”?
    Voglio dire… secondo te, Paul Bowles come ha iniziato la sua carriera??

  38. vincenzillo scrive:

    170 creature al giorno. Siamo in gara con il Creatore. Ma forse noi lettori di oggi siamo un po’ come Adamo ed Eva, che nella loro ingenuità non potevano apprezzarle tutte, quelle creature. E magari qualcuna la schifavano pure, nella loro ingenuità, e si chiedevano che diavolo di senso avessero. Non sapendo che migliaia di anni dopo sarebbero venuti gli Animalisti, i quali invece le avrebbero apprezzate, amate, adorate, difese tutte indistintamente, una per una, arrivando a insultare un uomo perché ha calpestato una pulce innocente. Forse un giorno verranno i Libristi, e forse loro capiranno quello che le nostre deboli menti e i nostri piccoli cuori oggi non afferrano.

  39. Pingback: e io che mi pensavo » 170 libri al giorno

  40. Anonimo scrive:

    Io della gazzetta guardo solo le figure. ci entro nella statistica?

  41. seia scrive:

    stark: io pure avrei altro a cui pensare, ( e tu dovresti sapere cosa), ma i numeri mi affascinano. Sbatti le cifre in faccia a chi si riempie la bocca di lamenti e sentenze e il mondo ti sorride.
    Approvata la Gazzetta :-)

  42. stark scrive:

    Dio solo (anche se magari ci ha altro ha cui pensare, lui) sa quanto hai ragione.

    (La statistica sui libri letti in un anno da noialtri italiani è avvilente, io farei una deroga volta a inserire tra i libri anche la Gazzetta dello Sport, tanto per farci belli)

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