Se questo è un romanzo

Questa è la mia libreria su Anobii. Anzi no, è una parte della mia libreria, quella che non vorrei avere. Non amando il progetto di Anobii e tenendoci a farlo sapere, ho creato sul sito la mia contro-libreria in cui inserirò tutti i libri che possiedo e ho letto e che vorrei dimenticare. A che serve? A nulla, come tutte le librerie presenti su Anobii.

C’è poi il fatto che oggi ho avuto tanto tempo libero.

Ad ogni modo, il primo libro inserito è Boccalone di Enrico Palandri (si vedrà quando riusciranno a trovarlo visto che la mia edizione è quella del 1979 e dunque non ha codice ISBN): il peggior libro che io abbia mai letto, ma sento di poter affermare con tranquillità che è anche il peggiore che sia mai stato scritto in terra italica.

Doverosa premessa è che questo libro in una prima edizione ormai introvabile, è un suo regalo (sempre per il mio compleanno), e che in quanto tale è stato graditissimo, ciò non toglie però che il romanzo sia pessimo.

Adesso io non credo che abbia senso stroncare libri che siano semplicemente brutti o inutili, la stroncatura è un’arte, richiede impegno, ancor più di una recensione positiva. Le argomentazioni devono essere inoppugnabili o comunque reggere alle obiezioni e non possono rivelare prevenzioni o pregiudizi di sorta: la stroncatura deve essere sempre sincera, spietata, necessaria. Quindi ha senso stroncare solo quei libri davvero brutti che per di più implichino problemi criticamente rilevanti o che mostrino una tendenza ritenuta dannosa, da parte del recensore naturalmente, per la letteratura.

Questo è il caso di Boccalone che a parer mio, a distanza di trent’anni, continua a mietere vittime e causare danni alle patrie lettere.

Dunque, Boccalone (sottotitolo “Storia vera piena di bugie”), è stato pubblicato dal piccolo editore “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli nel 1979, con un discreto successo e poi da Feltrinelli nel 1988 e infine da Bompiani nel 1997 e ancora nel 2002.

E’ il racconto in prima persona delle pene d’amor perduto di un giovane studente del Dams nella Bologna del 1977 sullo sfondo delle vicende di violenza e contestazione del movimento universitario con i risvolti politici e culturali e le illusioni che l’hanno accompagnato e che l’hanno creato.

Gli echi politico-sociali nel romanzo non sono davvero determinanti però, su tutto svetta l’io tormentato di questo ventenne (la storia è autobiografica), la sua visione del mondo (che in realtà è una non-visione), il disagio nei confronti della vita, l’incapacità di crescere, la difficoltà a relazionarsi con se stesso e con gli altri e a vivere pienamente l’amore senza annichilirlo nelle paturnie: emblematico il continuo raffronto tra la storia del protagonista e quella raccontata in “Io e Annie” di Woody Allen.

Lui è Enrico, lei è Anna con “la sua bellissima fretta di vivere tutto” (stucchevole e poco originale no?) e tutt’intorno a loro gli amici, un gruppo indistinto di giovani fuori sede che vivono alla giornata, praticano l’amore libero ma non ne sono sempre contenti, recitano Majakovskij e parlano di De Saussurre e Chomsky, ma probabilmente non hanno mai letto Fitzgerald, e per dimenticarsi del mondo e dello schifo in cui credono di vivere, cercano rifugio nella droga e nei viaggi disorganizzati, alla ventura, stravaccati su materassi accumulati per terra, ora a casa di uno ora di un’altra senza che sia importante conoscerli davvero: “Non abbiamo desideri, solo una gran paura; è l’atmosfera paranoica di chi ha ucciso Majakovskij, chiusi nel nostro buco ad aspettare la fine dell’inverno” dice il protagonista Enrico e “la paranoia non si deve scavare, bisogna riuscire a scavalcarla” sentenzia Gigi, il suo migliore amico, che secondo me doveva essere sempre in preda alle allucinazioni da acido.

La trama non c’è naturalmente, è un amore giovanile come tanti che iniziano e finiscono: tra la voglia che duri per sempre e il timore che non finisca mai. E’ poco più di un diario adolescenziale, mio cugino che ha 16 anni – ed è perdutamente innamorato di una sua compagna di classe, mentre si dispera perché non può più fare un po’ “lo stupido in giro” – lo saprebbe riscrivere ad occhi chiusi. (Peraltro è persino di Bologna, lui).

L’amore deve essere problematico, si devono imbastire gran discorsi intorno, amare qualcuno e basta è per le persone semplici, poco interessanti, sicuramente non per questi studentelli universitari che hanno occupato l’ateneo e lottano contro il sistema! Ci s’innamora di una, si vorrebbe stare sempre con lei, ma poi ci si strugge per questo bisogno. La si vorrebbe sposare ma persino l’dea del fidanzamento crea ansia.

Il sistema non va bene, bisogna abbatterlo, ma l’atteggiamento è: “ci penserò domani (rossella o’hara)”.

Boccalone sembra quindi un libro che non dovrebbe indignarmi più di tanto perché insulso, inutile, brutto.

Non ci sono elementi tecnici o stilistici da rilevare, anzi.

Ricorre ad alcuni sciocchi espedienti da rivoluzionario letterario della domenica come l’eliminazione di molte maiuscole o la continua riflessione metaletteraria su quanto sta scrivendo, giudicandosi e improvvisando schemi di poetica da quattro soldi: “Devo rompere la catena grammaticale legata alla prima persona e ai tempi passati; [...] mi servono modi e costrutti sintattici di movimento, che mostrino la confusione dalla parte della confusione, e devo perdere questo soggetto prepotente e arrogante che determina tutte le situazioni in cui si trova”.

Epperò quelle parole buttate direttamente sulla pagina dopo averle pescate dal “di dentro”, quei paragrafi scritti come esercizi da seduta di autocoscienza, propongono un’idea di letteratura e di narrativa che è dannosa, deleteria e pure pericolosa. E quindi m’indigno sì!

Di questo libro si è detto che ha agito come uno spartiacque rompendo con le avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 e rinnegando il discorso sullo stile che aveva ossessionato soprattutto i tipi del Gruppo ‘63, per aprire la stagione letteraria degli anni ‘80, quella dei vari Tondelli, De Carlo, Celati, Del Giudice, Piersanti, Lodoli.

Adesso, fermo restando che secondo me sarebbe stato meglio se quella stagione non si fosse mai aperta – anche pensando che poi per rispondere ai “tondelliani” che già hanno avuto le loro colpe, sono venute fuori le varie correnti del Pulp, del Nevromanticismo e dei Cannibali, peggio mi sento vorrei aggiungere -, indicare proprio Boccalone come libro simbolo di una nuova tendenza mi pare azzardato anche perché il romanzo non propone seriamente alcun ideale estetico, alcuna poetica definita, ma solo vaghe allusioni alla scrittura come urgenza da assecondare: “scrivo perché mi viene di farlo, io funziono tutto come se mi scappa la pipì, magari non la faccio subito, ma prima o poi la faccio; così adesso mi scappa di scrivere questa storia” e ancora “non ho uno stile nello scrivere e neppure nel parlare; parlo un po’ come maurizio, un po’ come gianni, un po’ come gigi, eccetera eccetera, cioè chissà come quanti altri”.

In un’intervista in cui rispondeva a una domanda sulle implicazioni culturali del suo primo romanzo e il rapporto con i maestri, Palandri risponde che sicuramente la sua generazione di autori contestava la loro enfasi dello stile, insieme all’idea di una letteratura identificabile col contenuto (e allora mi domando cosa dovrebbe essere la letteratura una volta spogliata di contenuti e forma) e infatti nel libro, il senso, il contenuto si perde, diventa accessorio, incidentale: “credo sia utile evitare le decisioni, trovare i buchi nell’ordine del discorso e di là far scappare il senso”. Persino la tecnica va stigmatizzata, nessun’idea organica di scrittura, nessun’istanza formale da rispettare o creare: “mi scappano delle cose da dire” e “il bello di queste pagine è che tutti possono scriverle e che tutti sono scrittori”.

Appunto.

Perché questo libro ha avuto così successo? Perché amare un libro che rinnega il ruolo dello scrittore e della letteratura? Perché leggere un romanzo che viene meno a tutti gli elementi che identificano la letterarietà di un’opera? Perché sostenere la necessità implicita di espungere da un racconto i filtri narrativi, la mediazione della finzione? Perché lodare la contestazione persino del ruolo individuale dell’autore?

Perché è più facile, perché ancora una volta, questo libro fa sembrare l’atto dello scrivere una cosa da tutti, perché spinge a riconoscersi – esseri sensibili e delicati – nei tormenti di questo ventenne problematico e romantico che inventa canzoncine per parlare di se e della sua bella e teorizza una società migliore senza proporre ricette, basta rifiutate il modello esistente.

Fare di questo libro un esempio, scrivere come recita la quarta di copertina della mia edizione del libro che “dopo questo libro non si potrà più dire che i giovani non sanno scrivere” è sciocco e pericoloso. Quali giovani non sanno scrivere? Quali invece sanno scrivere? E che c’entra essere giovani con la scrittura? In che modo l’età qualifica un testo?

Se pure a Tondelli non si può perdonare di aver spinto gli esordienti del suo “Progetto Under 25″ a scrivere “non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati [...] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche”, dando l’avvio all’intimismo e al giovanilismo che ancora oggi ci ammorba, di aver diffuso una concezione dello stile narrativo come resa del sound del linguaggio parlato (che in effetti si è tradotta spesso nella rinuncia a qualsiasi ricerca stilistica personale) e soprattutto, di aver scoperto la Ballestra, Romagnoli e Culicchia tra gli altri, ma non gli si può non riconoscere un certo talento per la creazione di atmosfere e luoghi simbolo di una generazione, a Palandri – suo compagno a Bologna e nei primi anni della nuova leva letteraria degli anni ‘80 – non si può perdonare proprio nulla per questo romanzo, tantomeno le convinzioni confuse e inutilmente ribellistiche e iconoclaste che lo sostengono.

Scrive ancora Palandri/Enrico: “niente critiche, per favore, pugni baci e cazzotti, anche parole e lettere d’amore, ma niente critiche!”, figuriamoci! Se non deve esistere lo scrittore, non sia mai che il critico abbia un ruolo, tutti devono scrivere quello che vogliono, come vogliono.

E poi “non è un romanzo, non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo”.

Ecco sulle prime due asserzioni non credo ci siano dubbi, almeno per l’epoca, ché io dei suoi libri seguenti non ne ho letto nemmeno uno, sulla seconda mi astengo dal giudizio non conoscendolo personalmente.

Certo però che il personaggio (autobiografico) del suo romanzo non mi pare molto simpatico.

 

UPDATE

Il mio tipozzo (come lo chiama il cugino bolognese di cui sopra, al momento in trasferta romana a casa mia, esilarandomi) ha ripreso questo post e l’ha ampliato con un adattamento del “Dogma italico” stilato per il cinema, alla letteratura italiana. Mi pare sacrosanto.

Nei commenti apprendo grazie ad Orazio che di Tondelli ha di recente scritto anche Gian Paolo Serino e visto che per una volta siamo d’accordo su qualcosa – anche se probabilmente la pensiamo allo stesso modo per motivi diversi – sono ben lieta di segnare il bell’articolo incriminato.

59 Commenti a “Se questo è un romanzo”

  1. Marco scrive:

    Vincenzillo, dire che uno scrittore debba avere un’idea di letteratura è come dire che un meccanico debba avere un’idea di motore.

    inoltre, dicendo: “ma oggi, nell’era della scolarizzazione, direi che è addirittura impossibile non averla”, fai intendere: essendo la società ormai alfabetizzata, più o meno tutti hanno o dovrebbero avere un’idea di letteratura.

  2. Melpunk scrive:

    seia
    posso allora cantare munasterio e santa chiara?
    ah, poi mi piacciono le maestrine, non foss’altro perché irritano i commentatori di blog che si sentono costretti a commentare sottolineando la “maestrinità” della bloggheressa. il che significa essere magnificamente cartine al tornasole dell’idiozia altrui, una cosa che mi manda sempre in visibilio. eppoi ce ne fossero di maestrine così, santi corbezzoli!!!!
    strabaci

  3. seia scrive:

    Petulante??? Dai sei in un periodo nero evidentamente, ti perdono :-)

    mel: cantami “Accarezzame” E’ la mia preferita! baci a te

    vince: stiamo scadendo nel litigio da prima elementare, essendo io tra noi due la più matura, ti lascio l’ultima parola ok? ;-)

    marco: non essere petulante! ;-)

  4. vincenzillo scrive:

    marco, nel caso non te ne fossi accorto, in data 24 Luglio 2007 alle 20:12 avevo già risposto alla tua obiezione puerile.
    In ogni modo, non voglio sottrarre tempo prezioso al tuo studio. Dopo che avrai sostenuto con successo l’esamino di quinta elementare con la tua nuova maestrina, ci riproviamo.

  5. vincenzillo scrive:

    seia, ma che ‘cce frega, tanto siamo qui tutti solo per cazzeggiare, no? Scrittori, critici, lettori, blogger, e allora massì, via, cazzeggiamo, che si vive una volta sola, evviva evviva, yuhuuuu!

  6. seia scrive:

    Se tu fossi a Roma, si alzerebbe una voce da lontano e dopo questo commento urlerebbe, a qualcuno di non meglio imprecisato: “Ah levateje er vino!”.
    Ma non sei a Roma e di gente di spirito ne ho vista poca dalle tue parti, dunque non dico nulla e m’intristico un poco. Poi passa però.

  7. Marco scrive:

    (se mi rispondi “vacce te” vinciamo l’award per la categoria peggior degenerazione di commentarium di lit-blog) (comunque Vincenzillo ti porgo un ramoscello d’ulivo: anche perchè, non so a te, ma questo scambio di affettuosità a me me sta a fa tajà – che a Roma vuol dire me sta a fa ride)

  8. vincenzillo scrive:

    marco, vedo che seia ha già fatto la cosa giusta.
    Io accetto volentieri il tuo ramoscello d’ulivo. (Per la cronaca, un vattela a pija’ ar… te l’ho dedicato, e di gusto).

  9. [...] Tuta blu è stato un vero caso letterario (anche perché il valore di quello che si pubblicava in giro non era un granché) e ha fatto il giro del mondo anche in adattamenti teatrali e cinematografici, è stato tradotto in [...]

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