Se questo è un romanzo
Questa è la mia libreria su Anobii. Anzi no, è una parte della mia libreria, quella che non vorrei avere. Non amando il progetto di Anobii e tenendoci a farlo sapere, ho creato sul sito la mia contro-libreria in cui inserirò tutti i libri che possiedo e ho letto e che vorrei dimenticare. A che serve? A nulla, come tutte le librerie presenti su Anobii.
C’è poi il fatto che oggi ho avuto tanto tempo libero.
Ad ogni modo, il primo libro inserito è Boccalone di Enrico Palandri (si vedrà quando riusciranno a trovarlo visto che la mia edizione è quella del 1979 e dunque non ha codice ISBN): il peggior libro che io abbia mai letto, ma sento di poter affermare con tranquillità che è anche il peggiore che sia mai stato scritto in terra italica.
Doverosa premessa è che questo libro in una prima edizione ormai introvabile, è un suo regalo (sempre per il mio compleanno), e che in quanto tale è stato graditissimo, ciò non toglie però che il romanzo sia pessimo.
Adesso io non credo che abbia senso stroncare libri che siano semplicemente brutti o inutili, la stroncatura è un’arte, richiede impegno, ancor più di una recensione positiva. Le argomentazioni devono essere inoppugnabili o comunque reggere alle obiezioni e non possono rivelare prevenzioni o pregiudizi di sorta: la stroncatura deve essere sempre sincera, spietata, necessaria. Quindi ha senso stroncare solo quei libri davvero brutti che per di più implichino problemi criticamente rilevanti o che mostrino una tendenza ritenuta dannosa, da parte del recensore naturalmente, per la letteratura.
Questo è il caso di Boccalone che a parer mio, a distanza di trent’anni, continua a mietere vittime e causare danni alle patrie lettere.
Dunque, Boccalone (sottotitolo “Storia vera piena di bugie”), è stato pubblicato dal piccolo editore “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli nel 1979, con un discreto successo e poi da Feltrinelli nel 1988 e infine da Bompiani nel 1997 e ancora nel 2002.
E’ il racconto in prima persona delle pene d’amor perduto di un giovane studente del Dams nella Bologna del 1977 sullo sfondo delle vicende di violenza e contestazione del movimento universitario con i risvolti politici e culturali e le illusioni che l’hanno accompagnato e che l’hanno creato.
Gli echi politico-sociali nel romanzo non sono davvero determinanti però, su tutto svetta l’io tormentato di questo ventenne (la storia è autobiografica), la sua visione del mondo (che in realtà è una non-visione), il disagio nei confronti della vita, l’incapacità di crescere, la difficoltà a relazionarsi con se stesso e con gli altri e a vivere pienamente l’amore senza annichilirlo nelle paturnie: emblematico il continuo raffronto tra la storia del protagonista e quella raccontata in “Io e Annie” di Woody Allen.
Lui è Enrico, lei è Anna con “la sua bellissima fretta di vivere tutto” (stucchevole e poco originale no?) e tutt’intorno a loro gli amici, un gruppo indistinto di giovani fuori sede che vivono alla giornata, praticano l’amore libero ma non ne sono sempre contenti, recitano Majakovskij e parlano di De Saussurre e Chomsky, ma probabilmente non hanno mai letto Fitzgerald, e per dimenticarsi del mondo e dello schifo in cui credono di vivere, cercano rifugio nella droga e nei viaggi disorganizzati, alla ventura, stravaccati su materassi accumulati per terra, ora a casa di uno ora di un’altra senza che sia importante conoscerli davvero: “Non abbiamo desideri, solo una gran paura; è l’atmosfera paranoica di chi ha ucciso Majakovskij, chiusi nel nostro buco ad aspettare la fine dell’inverno” dice il protagonista Enrico e “la paranoia non si deve scavare, bisogna riuscire a scavalcarla” sentenzia Gigi, il suo migliore amico, che secondo me doveva essere sempre in preda alle allucinazioni da acido.
La trama non c’è naturalmente, è un amore giovanile come tanti che iniziano e finiscono: tra la voglia che duri per sempre e il timore che non finisca mai. E’ poco più di un diario adolescenziale, mio cugino che ha 16 anni – ed è perdutamente innamorato di una sua compagna di classe, mentre si dispera perché non può più fare un po’ “lo stupido in giro” – lo saprebbe riscrivere ad occhi chiusi. (Peraltro è persino di Bologna, lui).
L’amore deve essere problematico, si devono imbastire gran discorsi intorno, amare qualcuno e basta è per le persone semplici, poco interessanti, sicuramente non per questi studentelli universitari che hanno occupato l’ateneo e lottano contro il sistema! Ci s’innamora di una, si vorrebbe stare sempre con lei, ma poi ci si strugge per questo bisogno. La si vorrebbe sposare ma persino l’dea del fidanzamento crea ansia.
Il sistema non va bene, bisogna abbatterlo, ma l’atteggiamento è: “ci penserò domani (rossella o’hara)”.
Boccalone sembra quindi un libro che non dovrebbe indignarmi più di tanto perché insulso, inutile, brutto.
Non ci sono elementi tecnici o stilistici da rilevare, anzi.
Ricorre ad alcuni sciocchi espedienti da rivoluzionario letterario della domenica come l’eliminazione di molte maiuscole o la continua riflessione metaletteraria su quanto sta scrivendo, giudicandosi e improvvisando schemi di poetica da quattro soldi: “Devo rompere la catena grammaticale legata alla prima persona e ai tempi passati; [...] mi servono modi e costrutti sintattici di movimento, che mostrino la confusione dalla parte della confusione, e devo perdere questo soggetto prepotente e arrogante che determina tutte le situazioni in cui si trova”.
Epperò quelle parole buttate direttamente sulla pagina dopo averle pescate dal “di dentro”, quei paragrafi scritti come esercizi da seduta di autocoscienza, propongono un’idea di letteratura e di narrativa che è dannosa, deleteria e pure pericolosa. E quindi m’indigno sì!
Di questo libro si è detto che ha agito come uno spartiacque rompendo con le avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 e rinnegando il discorso sullo stile che aveva ossessionato soprattutto i tipi del Gruppo ‘63, per aprire la stagione letteraria degli anni ‘80, quella dei vari Tondelli, De Carlo, Celati, Del Giudice, Piersanti, Lodoli.
Adesso, fermo restando che secondo me sarebbe stato meglio se quella stagione non si fosse mai aperta – anche pensando che poi per rispondere ai “tondelliani” che già hanno avuto le loro colpe, sono venute fuori le varie correnti del Pulp, del Nevromanticismo e dei Cannibali, peggio mi sento vorrei aggiungere -, indicare proprio Boccalone come libro simbolo di una nuova tendenza mi pare azzardato anche perché il romanzo non propone seriamente alcun ideale estetico, alcuna poetica definita, ma solo vaghe allusioni alla scrittura come urgenza da assecondare: “scrivo perché mi viene di farlo, io funziono tutto come se mi scappa la pipì, magari non la faccio subito, ma prima o poi la faccio; così adesso mi scappa di scrivere questa storia” e ancora “non ho uno stile nello scrivere e neppure nel parlare; parlo un po’ come maurizio, un po’ come gianni, un po’ come gigi, eccetera eccetera, cioè chissà come quanti altri”.
In un’intervista in cui rispondeva a una domanda sulle implicazioni culturali del suo primo romanzo e il rapporto con i maestri, Palandri risponde che sicuramente la sua generazione di autori contestava la loro enfasi dello stile, insieme all’idea di una letteratura identificabile col contenuto (e allora mi domando cosa dovrebbe essere la letteratura una volta spogliata di contenuti e forma) e infatti nel libro, il senso, il contenuto si perde, diventa accessorio, incidentale: “credo sia utile evitare le decisioni, trovare i buchi nell’ordine del discorso e di là far scappare il senso”. Persino la tecnica va stigmatizzata, nessun’idea organica di scrittura, nessun’istanza formale da rispettare o creare: “mi scappano delle cose da dire” e “il bello di queste pagine è che tutti possono scriverle e che tutti sono scrittori”.
Appunto.
Perché questo libro ha avuto così successo? Perché amare un libro che rinnega il ruolo dello scrittore e della letteratura? Perché leggere un romanzo che viene meno a tutti gli elementi che identificano la letterarietà di un’opera? Perché sostenere la necessità implicita di espungere da un racconto i filtri narrativi, la mediazione della finzione? Perché lodare la contestazione persino del ruolo individuale dell’autore?
Perché è più facile, perché ancora una volta, questo libro fa sembrare l’atto dello scrivere una cosa da tutti, perché spinge a riconoscersi – esseri sensibili e delicati – nei tormenti di questo ventenne problematico e romantico che inventa canzoncine per parlare di se e della sua bella e teorizza una società migliore senza proporre ricette, basta rifiutate il modello esistente.
Fare di questo libro un esempio, scrivere come recita la quarta di copertina della mia edizione del libro che “dopo questo libro non si potrà più dire che i giovani non sanno scrivere” è sciocco e pericoloso. Quali giovani non sanno scrivere? Quali invece sanno scrivere? E che c’entra essere giovani con la scrittura? In che modo l’età qualifica un testo?
Se pure a Tondelli non si può perdonare di aver spinto gli esordienti del suo “Progetto Under 25″ a scrivere “non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati [...] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche”, dando l’avvio all’intimismo e al giovanilismo che ancora oggi ci ammorba, di aver diffuso una concezione dello stile narrativo come resa del sound del linguaggio parlato (che in effetti si è tradotta spesso nella rinuncia a qualsiasi ricerca stilistica personale) e soprattutto, di aver scoperto la Ballestra, Romagnoli e Culicchia tra gli altri, ma non gli si può non riconoscere un certo talento per la creazione di atmosfere e luoghi simbolo di una generazione, a Palandri – suo compagno a Bologna e nei primi anni della nuova leva letteraria degli anni ‘80 – non si può perdonare proprio nulla per questo romanzo, tantomeno le convinzioni confuse e inutilmente ribellistiche e iconoclaste che lo sostengono.
Scrive ancora Palandri/Enrico: “niente critiche, per favore, pugni baci e cazzotti, anche parole e lettere d’amore, ma niente critiche!”, figuriamoci! Se non deve esistere lo scrittore, non sia mai che il critico abbia un ruolo, tutti devono scrivere quello che vogliono, come vogliono.
E poi “non è un romanzo, non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo”.
Ecco sulle prime due asserzioni non credo ci siano dubbi, almeno per l’epoca, ché io dei suoi libri seguenti non ne ho letto nemmeno uno, sulla seconda mi astengo dal giudizio non conoscendolo personalmente.
Certo però che il personaggio (autobiografico) del suo romanzo non mi pare molto simpatico.
UPDATE
Il mio tipozzo (come lo chiama il cugino bolognese di cui sopra, al momento in trasferta romana a casa mia, esilarandomi) ha ripreso questo post e l’ha ampliato con un adattamento del “Dogma italico” stilato per il cinema, alla letteratura italiana. Mi pare sacrosanto.
Nei commenti apprendo grazie ad Orazio che di Tondelli ha di recente scritto anche Gian Paolo Serino e visto che per una volta siamo d’accordo su qualcosa – anche se probabilmente la pensiamo allo stesso modo per motivi diversi – sono ben lieta di segnare il bell’articolo incriminato.
18 luglio 2007 alle 19:09
Mi è semblato di vedele una stloncatula
18 luglio 2007 alle 19:27
titty: guarda meglio va
19 luglio 2007 alle 07:06
Ma, girandoci intorno, questa l’avevi letta? http://satisfiction.blog.kataweb.it/satisfiction/2007/07/satisfiction–1.html
19 luglio 2007 alle 08:21
Ehi, ma la tua controlibreria è vuota! Vuol dire che non ci sono libri che vorresti dimenticare…?
19 luglio 2007 alle 10:09
“Perché amare un libro che rinnega il ruolo dello scrittore e della letteratura? ”
“teorizza una società migliore senza proporre ricette, basta rifiutate il modello esistente.”
E’ la contestazione per la contestazione. Una fase forse necessaria alla letteratura, da cui però dobbiamo ancora riprenderci. Mi auguro che succederà, tra qualche anno.
Personalmente, io alle “ricette” preferisco le immagini, le anticipazioni, le visioni asistematiche.
Tu seia invece mi sembri più per il disimpegno. O mi sbaglio?
19 luglio 2007 alle 12:47
Stavolta proverò a essere serio – va be’, semiserio. Boccalone l’ho letto a vent’anni, e poi più. Ricordo che mi piacque quel modo adrenalinico e passionale e, così mi sembrava, poetico di scrivere e forse anche vivere. Sono sicuro che rileggerlo oggi sarebbe una perdita di tempo. Di sicuro non mi emozionerebbe quanto allora e immagino che lo troverei, almeno in parte, vuotamente ribellistico. In questo non ti do torto. Quell’Enrico del libro mi è rimasto un po’ nel cuore, ma ognuno ha le sue debolezze. Sui danni fatti alle patrie lettere, non so. Di Tondelli ho letto diversi libri, Pao Pao secondo me è molto bello, mentre non sono andato oltre le prime pedantissime pagine di Camere separate. Gli altri, Piersanti, De Carlo, Lodoli, e poi Ballestra e Culicchia, o li conosco poco o quel che conosco mi annoia. Volevo dire che si può aver apprezzato Boccalone ed essere rimasti abbastanza estranei alla progenie. Poi, so che tu ami le storie solide, i personaggi ben costruiti, eccetera. Piacciono anche a me, ma ogni tanto parto per la tangente – più spesso di qualche volta, dirai
Hum, questo commento non è semiserio, è serio al 1000%. Rimedio la prossima volta va.
19 luglio 2007 alle 14:28
RISPOSTE NON RICHIESTE A DOMANDE NON FATTE
Sinteticamente. Palandri non ho letto. Tondelli non mi dice niente. L’unico libro di Piersanti che ho letto (”Luisa e il silenzio”) è talmente bello che fa venire in mente “La morte di Ivan Ilic”. Lodoli ha scritto dei bei libri ma purtroppo la profondità “cartonistica” dei personaggi (che viene dritta dritta dal depotenziamento di certo Calvino e depotenziandosi ulteriormente genera Baricco & cloni) è replicabile e genera mostri. Seia ha scritto un gran bel post. E anche quel tipo del Domenicale ha le sue buone ragioni.
19 luglio 2007 alle 16:53
Orace: non l’avevo letto e mi stupisco che io Serino per una volta siamo d’accordo su qualcosa
Mi ricordavo di Piersanti e del libro che ti era piaciuto quando ho scritto il pezzo, lieta che ti sia piaciuto.
Vince: sicuramente io e te abbiamo due approcci diversi alla letteratura ma direi anche alla vita
In questo caso però non vedo come tu possa parlare di volontà di disimpegno, anzi quello che rimprovero a Palandri è di contestare e poi ritrarsi. Non so cosa intendi per visioni asistematiche, io sono per la letteratura per la letteratura. Il resto è superfluo, meraviglioso quando c’è ed è valido, ma superfluo.
alb: ti aspettavo il varco, sapevo che non potevi resistere

So perché ti è piaciuto e penso anche io che oggi non ne saresti colpito, però a me non sarebbe piaciuto neanche a 20 anni, lo stile adrenalico mi sembra solo un agglomerato di parole spesso a caso, accostamenti che contano per il suono più che per il contenuto e le romanticherie adolescenziali restano mere rappresentazioni narcisistiche, come se essere innamorato lo rendesse migliore, più sensibile, lo elevasse.
E che si possa restare estranei alla progenie degli anni ‘80 pur avendola in parte apprezzato, tu lo dimostri ampiamente, ma diciamo che sei un’eccezione va
Grazie ancora per il libro eh
ale: come ho detto Boccalone è il primo libro della mia lista ma ancora quelli di Anobii devono inserirlo visto che non c’è il codice isbn.
19 luglio 2007 alle 17:39
è come the dark side of the moon
19 luglio 2007 alle 18:09
mel: ecchevuoldire???
E poi la devi smettere di fare esempi con la musica, a meno che non parli di jazz o TT che poi non ti capisco!!
20 luglio 2007 alle 09:05
Il tuo pezzo è molto bello, e sottolinea una cosa che mi sta molto a cuore, cioè che non si può davvero scrivere senza una “teoria generale della scrittura”, o della letteratura. Non importa quanto sia vasto o meno il proprio progetto letterario, quale registro si usi e in quale genere, ma… è come nelle scienze: non puoi studiare un singolo fenomeno senza un riferimento al paradigma teorico generale. Le scienze non naturali hanno tanti paradigmi alle spalle, ma la pluralità delle teorie, delle prospettive, dei riferimenti non è un invito a non averne di propri, o a pescare nel mucchio, a caso, quanto fa più comodo. Anche con la letteratura è così, secondo me.
E sicuramente si può scrivere “bene” (in modo accattivante, costruendo una storia avvincente, catturando il lettore) anche senza questa base; ma a questo punto viene a mancare l’autorialità dello scrittore, no?
Per passare all’autobiografico: non avevo MAI sentito nominare questo libro e il suo autore. “Due di due” di De Carlo era una delle letture estive del primo anno di liceo: mi è piaciuto un sacco, ma, beh, avevo anche 14 anni.
20 luglio 2007 alle 12:33
Peccato! Non lo volevo leggere…
20 luglio 2007 alle 16:03
E’ la seconda volta che oggi leggo di questa libreria: Anobii… non la conoscevo.
Ritengo che solo per il fatto di aver parlato così tanto di un libro che non ti è piaciuto, vuol dire che merita di rimanere nella libreria di casa tua, perché ad ogni modo ha lasciato il segno!
Io per principio non butto via mai i libri… forse perché credo che ai miei figli (che ancora non ho!) un giorno potrebbero anche interessare…
20 luglio 2007 alle 16:46
c’è niente da fare.
hai ragione cara Seia.
la letteratura italiana è malata.
O sono tutti Arturo Graf o sono tutti Palandri.
Poi si lamentano che qui da noi si traduce troppo.
e ci mancherebbe altro
sciao
20 luglio 2007 alle 17:55
Sai che ti avrei scritto a breve? Ti avrei scritto: “Dai, che poi passa!” (visto il tono degli ultimi post…)
E poi ti avrei scritto: “Mannaggia er diavoletto che c’ha fatto litigà!”
Baci, e grazie di aver scritto su Scrittors
Marco
20 luglio 2007 alle 18:00
Ma scusa, tu dici di essere per “la letteratura per la letteratura”, e che “il resto è superfluo”: questo io lo chiamo disimpegno.
20 luglio 2007 alle 18:33
[...] questo, che poi è un bellissimo libro e se vi piacciono i romanzi un po’ demodé, non alla Palandri, potreste pure leggervelo questa estate. Scommetto che vi [...]
20 luglio 2007 alle 21:07
La spostata: io in realtà non credo che non si possa scrivere senza tener conto (o elaborare) una teoria generale della scrittura o della letteratura. Io penso che per scrivere siano necessari e non sufficienti alcuni elementi:
1 avere qualcosa da dire, che è diverso dal voler dire qualcosa.
2 saper trasformare quello che si ha da dire in una forma di comunicazione.
3 avere del talento per la scrittura o possedere i requisiti tecnici che possano sopperire al talento vero e proprio, che dunque si può anche ottenere con l’esercizio. Però sarebbe bene che le due cose convivessero e solo in questo caso si può pensare di fare della buona letteratura.
Le teorizzazioni non competono allo scrittore di solito – anche se in questo caso specifico poi è l’autore che inframmezzando la sua narrazione con pezzi metaletterari con i quali riflette sulla sua scrittura si pone in un contesto particolare -, ma tutti comunque qualcosa dovrebbero leggere e sicuramente dovrebbero anche aggiornarsi, a meno che non siano dei geni naturale con predisposizioni letterarie e allora possono fare (quasi) quello che vogliono.
Io me la prendo con i critici in questi casi, con quelli che invece dovrebbero occuparsi di teoria generale della letteratura e che dunque non possono osannare libri come questi o proporli come modelli.
Ma sul serio ti hanno fatto leggere De Carlo a scuola??? Scommetto che invece Fitzgerald non era in programma vero?
Kincy: anche le scudisciate lasciano il segno ma uno ne farebbe a meno
Io spero che ai miei figli non interesseranno libri del genere, comunque per principio nemmeno io butto i libri, al massimo li vendo
Boris: quanto mi piace avere ragione! E qui ci metterei una faccetta se non temessi la tua idiosincrasia.
Sono d’accordo su tutto con te, però sai che c’è? Che ultimamente mi pare che la tendenza anche nell’importazione sia al ribasso – e penso a tutte le nuove leve americane per esempio – anche se il peggior scrittore americano di solito è 20 volti più bravo di un nostro esordiente.
Marco: eri incerto se farti sentire o meno? Io davvero sono contenta e davvero non ero arrabbiata con te, i nostri sono scontri limitati all’opposta visione del mondo e della letteratura, ma personalmente ti voglio bene!
Sul mio umore, lo so che hai ragione, ma ci mette troppo per i miei gusti a passare. Appena ho smaltito il mio arretrato mi sa che richiedo una copia del tuo libro all’editore.
Vince: non so se sia disimpegno, non credo che il contrario di letteratura impegnata o schierata sia letteratura disimpegnata, non credo proprio. In ogni caso ero perplessa perché con questo post non parlavo proprio di disimpegno, anzi.
20 luglio 2007 alle 21:17
Il blog di Serino è deceduto.
20 luglio 2007 alle 21:31
Teddy: si è solo trasferito qui. In un blog poco leggibile al momento, spero migliori.
20 luglio 2007 alle 21:38
Le teorizzazioni non competono all’artista, ma mi aspetto che l’artista abbia tipo un’idea di quello che sta facendo. Di dove si colloca e del perché. E non sto parlando di storia della letteratura, o roba più complicata, ma anche solo una riflessione del perché scrivere, perché farlo in un certo modo, perché scrivere una cosa e non un’altra, scegliere un vocabolo e non un altro.
De Carlo era una lettura estiva, disimpegnata diciamo; lo stesso anno c’era anche Rosetta Loy, se non sbaglio. L’anno dopo Chimera di Vassalli. Ovviamente niente Fitzgerald né dinneunoacaso: a scuola ho studiato solo cose molto morte. La mia cultura moderna e contemporanea è da autodidatta.
20 luglio 2007 alle 23:32
last thought ma per importanza first, dopo avere letto questa stroncatura: ma uno, che fa citare a fare De Saussure ai suoi personaggi, se poi mostra di non cogliere l’importanza della parole, anche nel senso di counterdiscourse?
io il libro in questione non l’ho letto, ma da quel che dici tu mi sembra che il tratto “positivo” del contenuto e dello stile sia quello di far coincidere forma e contenuto con le esistenze dei personaggi, cioè, tanto rumore per nulla. mi ricordo di tanti miei colleghi universitari che spaccavano il capello teorico in sedici se non in trentasei, raggiungendo sublimi vette di sega mentale, poi, o iperconformisti o dispersi del nulla. a rischio di essere presa per conservatrice, sono una delle poche persone, credo, che abbiano considerato la Pantera qualcosa che appunto non portava a niente, e credo che così sia stato. ma non vorrei che diventasse un discorso personale.
credo che in effetti il romanzo possa essere un buono specchio stilistico di gente che ha letto tanto e non ne ha cavato niente nella sua relazione con il mondo, la creatività, un bel giorno puff, svanisce tutto. l’avvitamento autobiografico mi sembra molto simile a quello di certi miei diari in cui ero avviluppata su me stessa come una cipolla, questa roba forse serve a capirsi su come si era soprattutto se riletta a distanza, ma credo che per il bene dell’umanità intera e per scongiurare ernie e prostatiti sia meglio tenerla nel cassetto.
20 luglio 2007 alle 23:34
ah, ma mi accorgo con ritardo che mi hai linkata nei vivamente consigliati… e io che ero convinta che del mio blog non ti fregasse tanto perché non parlo di letteratura… (cosa che per altro non mi offendeva, così come non mi passa neanche per la capa che la gente non legga quello che scrivo su carta, ognuno è libero)… e devo dire che sono in brodo di giuggiole, ora sbrodolo. blblblblblblblbllbllb…..
21 luglio 2007 alle 11:00
laspostata: non credo di essere d’accordo con te. Io mi aspetto che uno scrittore sappia scrivere e che scriva cose interessanti e “narrative”, poi che sappia dove collocarsi è un plusvalore che non mi pare fondante, la riflessione sulla propria scrittura non è quasi mai produttiva.
Invece Il giovane Holden te l’hanno fatto leggere? E Steinbeck? E Bianciardi?
Sono ossessionata dai programmi scolastici, io infatti a scuola non seguivo mai i percorsi di lettura stabiliti a meno di non doverci fare dei temi sopra.
barbara: per amor di verità nel libro Palandri non cita De Saussurre ma il contesto che racconta è quello per cui alle lezioni di Celati cui partecipano gli studenti del Dams in quegli anni, e pure a quelle di Eco o Giuliani, di questi autori si parlava.
21 luglio 2007 alle 11:00
oh, io per risparmiare dei soldi, la tengo sott’occhio la tua libreria ché son tempi magri.
21 luglio 2007 alle 12:17
Speriamo di avere gli stessi gusti però. Anche se io c’ho ragione a prescindere
21 luglio 2007 alle 14:55
Senza pudore e senza vergogna ametto di non aver mai sentito parlare di questo romanzo. Non credo di essermi perso niente, anzi a leggere la “stroncatura” direi che piuttosto ci ho guadagnato in salute mentale a ignorarlo, ma se la critica accademica lo reputa uno spartiacque tra i ‘70 e gli ‘80 e i lettori lo ignorano, allora o la critica ufficiale ha toppato oppure non conta poi tanto come vorrebbe far credere.
E comunque le stroncature ben riuscite sono più efficaci delle esaltazioni acritiche della critica anche perché non hanno bisogno di ricorrere a vocabolari astrusi per motivare le proprie ragioni. Il fatto che in giro non se ne leggano molte (di ben riuscite, intendo) è un altro punto a favore della chiarezza dei tuoi intenti.
Piccola considerazione finale: ora che il peggiore è stato nominato, chissà in quanti tireranno un sospiro di sollievo…
X
21 luglio 2007 alle 15:56
No no, quando dico che sono un’autodidatta non sto scherzando.
In casa mia c’era un po’ di Novecento e ancor meno Ottocento, giusto quelle edizioni economiche che mia madre poteva permettersi o alcuni parenti giudicavano troppo brutte e quindi passavano a noi. Ho letto tutto quello che ‘era, ma senza un filo logico né tantomeno cronologico…
Il programma scolastico delle superiori non prevedeva la lettura di nessun libro straniero, e di pochissimi italiani. Sai, I Malavoglia, Il fu Mattia Pascal, roba così. Nulla di posteriore alla seconda guerra mondiale, comunque.
21 luglio 2007 alle 17:55
cara seia, anzitutto grazie per la segnalazione. la tua lettura di palandri è straordinariamente colta. mi pare, però, che manchi un tratto decisivo: la consapevolezza ironica e dissacrante che è lo stesso palandri ad attuare. le opere di palandri e di tondelli credo si possano definire tutt’altro che “giovaniliste”, così come credo che il “cannibalismo” di cui tu parli non possa essere imputabile a pier ma ad una trovata einaudiana dell’inizio degli anni Novanta. in palandri la scrittura è sul duplice livello del gioco(che lo fa sembrare leggero, frivolo, disincantato), da una parte, e della seria mediatazione sullo spazio del “Letterario” nella nuova età (da mcluhan in poi) in cui le lettere sembrano non poter più dire nulla. ma un ‘opera come questa è proprio il tentativo di aprire quel campo, quello spazio: magari si partirà da palandri o da tondelli e si arriverà alla bachmann o a musil… non avverti la scrittura nel suo farsi istantaneo? nel suo essere continuo e costante mezzo di auscultazione della soglia, della periferia, della provincia, e di quelli che pier chiamava “gli scarti” ovvero tutto quanto sfugge al main stream editoriale?? ecco allora che secondo me boccalone è tutto questo e altro – senza farne un monumento si intende: – la registrazione diretta di una necessità a non lasciare sfuggire le trame, le tessiture di storie individuali che solo la scrittura può salvare dall’oblio: non sarà un capolavoro – siamo daccordo – ma ha ridato vita al racconto, alla narrazione, alla riscrittura immaginale del nostro orizzonte e del nostro immaginario che è il mezzo che conferisce alla letteratura lo statuto dell’arte: della parola irreversibile che aspira alla ricerca della verità. cari saluti. daniele.
22 luglio 2007 alle 10:43
Daniele, a me sembra che in Italia se c’è un’area che non sfugge all’attenzione di chi scrive (e degli editori che pubblicano) sia la provincia, e che questa benedetta, o maledetta, provincia venga “auscultata” pure troppo. Il provincialismo è proprio uno dei mali “storici” della narrativa italiana.
22 luglio 2007 alle 13:01
“Non c’è nulla di più provinciale dell’accusa di provincialismo, trovo io” [...]
“E poi, cosa s’intende per provincialismo? Forse il fatto fisico di vivere in provincia? O il comportarsi secondo canoni di arretratezza, di incultura, di barbarie? In questa seconda accezione io non credo che esista un provincialismo, si può essere provinciali a Roma, a Parigi, a Londra, a Bruxelles, come a Agrigento o Bolzano”. LEONARDO SCIASCIA
cari saluti, daniele.
22 luglio 2007 alle 13:34
Dal dizionario De Mauro, “provincialismo” sta per: “Mentalità, modo d’essere improntati a chiusura mentale e limitatezza culturale”. E’ ovvio che si può esserlo anche a Roma e a Parigi. E’ altresì ovvio che nulla impedisca d’esserlo anche a Bologna o a Correggio. E’ una questione di capacità e di talento: Faulkner riusciva a essere universale anche quando raccontava il profondo Sud degli Stati Uniti, e Pirandello riusciva ad esselo pure nei suoi racconti ambientati nel cuore della Sicilia. Tondelli sarebbe stato provinciale anche se avesse scritto fantascienza. Perché in narrativa, è la cifra, la grana della narrazione a stabilire se uno è provinciale o universale: la narrazione di Tondelli e di Palandri avrebbe puzzato di marginalità, e dunque della loro mentalità provinciale, aldilà del luogo in cui avessero scelto di ambientarla. Il fatto che poi abbiano scelto di non distaccarsi troppo dai luoghi d’origine, ci facilita nel valutare i loro testi per ciò che sono: narrazioni marginali che non sanno raccontare altro che la marginalità.
22 luglio 2007 alle 13:50
<p>Daniele: a parte che io distinguerei come ho anche detto nel post, l’opera di Tondelli e quella del primo Palandri (non so cosa sia successo al secondo Palandri peraltro).
<br />
Detto questo ,tu dai per scontato che sia pacifico che “le lettere sembrano non poter più dire nulla” e che questo fosse chiaro già all’epoca. Io non credo sia così. E soprattutto non è in Boccalone che possiamo rintracciare una qualsiasi consapevolezza critica in questo senso. Boccalone, come più volte ha detto il suo autore, è un’opera giovanile, tanto che nella prima prefazione a un’edizione Bompiani ne prendeva persino le distanze, che manca del tutto degli strumenti necessari a una serie riflessione sulla scrittura e sulla letteratura.<br />
L’enrico del romanzo è un giovane studentello che rifiuta un sistema, come abbiamo fatto tutti alla sua età, e che per via dei suoi studi e del periodo storico in cui si trova a vivere, pensa di poter riscrivere le regole della letterarietà ma lo fa in modo ingenuo e senza alcuna preparazione. Quella che tu definisci “scrittura nel suo farsi istantaneo” è in realtà, sciatteria, esibizione di noncuranza,sterile protesta, come chi indossa la prima cosa che gli capita tra le mani e pensa di aver dettato una moda.<br />
Che vuol dire che magari si partirà da Tondelli e si arriverà a Musil? A parte che non si arriva assolutamente da nessuna parte leggendo Boccalone, poi non ha importanza, conta il libro hic et nunc, il suo valore assoluto, la materia letteraria di cui si compone e in Boccalone, c’è n’è pochina.<br />
Battersi contro il main stream editoriale non è per nulla garanzia di qualità, puoi batterti contro quello che vuoi, ma è il valore del tuo libro a contare.<br />
Cosa è successo dopo Boccalone di tal momento da resuscitare la nostra letteratura? Siamo ancora lì a boccheggiare, a cercare di venir fuori da pastoie e melma, intrisi di provincialismo – e a proposito, sulla questione da te posta rispondendo a Davide, sottoscrivo punto per punto la sua replica – ombelicalismo, giovanilismo, tutte obiezioni che si attagliano alla perfeziona a Palandri e pure a Tondelli: cosìè la sua Rimini? Uno stato della mente come l’Ohio di Sherwood Anderson o un luogo piccolo, con accadimenti piccoli, limitati, legati a una precisa età anagrafica, fino all’irrilevanza?<br />
Boccalone cosa ci dice sull’uomo? Se non sei uno studente fuori sede a Bologna quella storia ti è estranea, l’autore non è stato capace di librarsi al di sopra del proprio mondo credendo che la sua storia fosse interessante per gli altri, chessò per l’operaio della Fiat a Torino, o per l’avvocato di Cosenza, senza preoccuparsi di filtrarla in modo da aspirare all’universalità.<br />
Naturalmente io non ho detto che il cannibalismo sia stata “colpa” di Tondelli (non trovi curioso che gente che non l’ha conosciuto lo chiami per nome? Non è sintomo di un atteggiamento personalistico e dunque poco oggettivo?), registravo prima di tutto una tendenza soprattutto italiana della letteratura di progredire per rigetto, in opposizione e per mode, create ad arte di solito, e poi identificavo un rapporto di causa effetto esaminato superficialmente però.<br />
Cosa significa “parola irreversibile che aspira alla ricerca della verità”?</p>
x: ciao! (avevo perso di vista il vostro blog ultimamente) In effetti il libro ha avuto successo all’epoca, abbastanza direi. Ma come sappiamo anche questo non è indicativo e adesso poi non se lo ricorda nessuno, a parte i tondelliani duri e puri.
Al peggio non c’è mai fine comunque, in effetti ho appena saputo che i primi mesi dell’anno prossimo vedrà la pubblicazione un libro che ho letto in bozze e che ho trovato terribile e potrebbe contendere la palma a Boccalone
laspostata: dai almeno Verga e Pirandello sono una sicurezza, assolutamente da leggere. Comincio a pensare che quella del lettore sia necessariamente un’attività cui dedicarsi da autodidatta, nessun percorso è utile, anche io ho letto di tutto e senza criterio, i gusti e il palato si affinano col tempo o con la predisposizione.
23 luglio 2007 alle 00:37
credo sia giunto il momento per un incontro di boxe tra me e il malesi. essì che l’adoro, eh…
23 luglio 2007 alle 09:29
@inquilina g, forse – per mere ragioni di stazza, eh – conviene pensare a una disciplina diversa dalla boxe per fronteggiarci in singolar tenzone
))
23 luglio 2007 alle 13:14
seia, e quale sarebbe, di grazia, il contrario di impegno, o di letteratura impegnata?
23 luglio 2007 alle 13:19
aggiungo, per seia e laspostata, sul fatto di avere o meno una propria teoria sulla letteratura e sullo scrivere: per me non solo è necessaria, ma oggi, nell’era della scolarizzazione, direi che è addirittura impossibile non averla.
23 luglio 2007 alle 21:11
g: perché vuoi picchiare Davide??
vince: il contrario di letteratura impegnata è letteratura tout court, le etichette quando implicano questioni ideologiche non riguardano la letteratura, né dovrebbe riguardare l’autore, sono considerazioni a posteriori e di solito inutili.
Cosa c’entra la scolarizzazione con la scrittura e con la teoria della letteratura o sulla scrittura? Mica basta essere alfabetizzati per essere bravi scrittori, no?
Ed elaborare una propria teoria non è per nulla necessario, lo stile si costruisce, si affina o deriva dal talento per le parole, non implica necessariamente alcuna idea sulla letteratura, al massimo esprime un interesse dell’autore quando c’è.
24 luglio 2007 alle 09:55
tu hai un fare da maestrina che è abbastanza fastidioso, anche quando uno teoricamebnte sarebbe d’accordo.
24 luglio 2007 alle 11:57
seia, permettimi una piccola analisi da maestrino di quello che hai scritto:
“il contrario di letteratura impegnata è letteratura tout court”. Falso. Ma forse eri distratta mentre lo scrivevi, puoi ancora ritirarlo se vuoi.
“le etichette quando implicano questioni ideologiche non riguardano la letteratura”. Sbagliato, a meno che non aggiungi un “solo”: “non riguardano SOLO la letteratura.”
“né dovrebbe riguardare l’autore”. Idem.
“sono considerazioni a posteriori e di solito inutili.” Non condivido. Lo applichi anche a Dante?
Non ne faccio una questione terminologica, ma di sostanza. Tu non puoi escludere un tipo di letteratura dalla letteratura. O almeno devi farlo consapevolmente.
Sembra quasi che ti scocci il termine disimpegno. Ma se è disimpegno, perché non chiamarlo col suo nome?
La scolarizzazione è forse il termine sbagliato. Intendevo dire che non è pensabile, oggi, prescindere dall’aspetto critico, per chi scrive. Chiunque di noi si forma ormai con elementi di critica letteraria. Con maggiore o minore consapevolezza, certo, ma è inevitabile. O credi ancora nel buon selvaggio?
Anche se uno non fa proclami nei suoi libri o sui giornali, dentro ogni scrittore c’è un critico. (giuro che non so dove l’ho letta).
24 luglio 2007 alle 15:40
Scusa Vincenzillo, ma:
“per me non solo è necessaria, ma oggi, nell’era della scolarizzazione, direi che è addirittura impossibile non averla.”
cioè, a me sembra che nella vita di chiunque, avere un’”‘idea di letteratura” sia quanto di meno indispensabile ci sia: ma che te ne fai? Cioè, a che serve?
24 luglio 2007 alle 15:49
anonimo: di solito so quel che dico (quasi sempre almeno) e non credo di dover punteggiare i miei discorsi di “forse” o “probabilmente” o “scusa se non sono d’accordo”, se non fossi convinta di ciò che dico starei zitta ed essendone convinta e argomentando ogni volta sono certa di poter scrivere in modo assertivo. Se t’infastidisco non leggermi (sei masochista forse?), mi spiace perché tu mi sei pure simpatico ma quest’è
vince: falso??? Capirai bene che così il discorso si chiude. Amen.
Ti faccio una sola domanda: Il Grande Gatsby è letteratura impegnata, come la intendi tu? Non lo è. E’ letteratura, grande letteratura. E io non escludo la letteratura impegnata, escludo che possa esistere come categoria di valore.
Marco: sante parole! (ma sei il marco che penso io?? no perché se lo sei e siamo d’accordo su qualche cosa, vado ad accendere un cenno a tutti i Santi)
24 luglio 2007 alle 16:22
So’ quello de Scrittors! Ora puoi accendere un bel cero, io vado a fare lo stesso
(ma senza scherzi, ultimamente sui blog letterari trovo un attorcigliamento allucinante su questioni da sesso degli angeli che mi sembrano quanto di meno importante ci possa essere, e tutti giù a litigare per questioni minime… mah, c’ho un po’ la nausea dei lit-blog, sarà il caldo ma cominciano a farmi l’effetto di un articolo di un fondo di Galimberti – e almeno lì sai che la fonte è autorevole…)
24 luglio 2007 alle 16:23
Oddio! Sono quasi commossa!!!
24 luglio 2007 alle 17:01
E vabbè, mo addirittura
Io passo e chiudo, corro a chiudermi nel frigorifero, ciao!
24 luglio 2007 alle 18:03
Vincenzo, debbo concordare con Seia sul fatto che “il contrario di letteratura impegnata è letteratura tout court”. Perché mai dici che è falso? La letteratura cosiddetta “impegnata” ha un respiro brevissimo, che è quello dell’ideologia che vuol veicolare. E all’analisi del testo, se fatta in maniera seria, le parentesi ideologiche saltano sempre fuori, svilendo la dignità letteraria della narrazione: che – quando è “impegnata” – non è più metafora del mondo e icona dell’umano, bensì metafora di uno sguardo ideologico sul mondo e icona di un percorso ideologico. Se l’Iliade fosse stata una narrazione “schierata”, “impegnata” (ovvero: se avesse voluto dare a una risposta alla domanda: Chi ha ragione, tra Achei e Troiani?) sarebbe stata una autentica schifezza. La letteratura “impegnata” è intrinsecamente fallimentare proprio perché cerca di dare delle risposte: ma noi sappiamo – per esperienza – che la nostra esperienza umana è fatta ben più di domande irrisolte che di certezze. Oso dire, dunque, che la letteratura cosiddetta “impegnata” è, il più delle volte, una semplificazione (e una falsificazione) dell’esperienza umana, mirata a produrre risposte certe laddove non ve ne sono.
24 luglio 2007 alle 20:12
marco, naturalmente è sottinteso “chi vuole scrivere”, non mia nonna.
seia, troppo comodo cavarsela con le contro-domande.
licenziamento, ci sono delgi aspetti caduchi, naturalmente. E naturalmente io non sto parlando di propaganda. La letteratura impegnata per me, come dice la definizione stessa, è letteratura. Non è il suo contrario. E’ una sua categoria come tutte le altre. No?
Due esempi, molto diversi tra loro: Ernst Jünger e D. H. Lawrence (vedi “il serpente piumato” in particolare, ma anche il resto). Non c’era nessun ideologo dietro di loro, non si fanno portavoce di nessun partito o fazione, eppure dai loro scritti viene fuori un’idea filosofica e politica, senza che questo infici minimamente il valore letterario.
24 luglio 2007 alle 22:47
vince: potrei dirti, troppo comodo non rispondere, ma non lo faccio perché diversamente da te non tendo ad affossare le discussioni se non mi aggrada il contraddittorio, né gioco al test del vero o falso, mi pareva di stare all’esame per la patente
L’ultima cosa che intendo dire sull’argomento è che sei te che riconosci un plusvalore al cosiddetto impegno, non io che lo nego. Io ritengo che la letteratura buona sia quella che non ha bisogno di orpelli, che fa il suo “dovere” è più volte ho detto qual è secondo me il suo dovere, e non solo secondo me. Il resto non ne inficia il valore come dici tu ma nemmeno lo determina.
Peraltro se non sai goderti un buon libro se prima non intravedi un’idea filosofica o politica, direi che ti perdi qualcosa, ma fai te.
25 luglio 2007 alle 09:05
la tua maestrinità non dipende dall’assolutezza delle affermazioni ma dalla petulanza del tono.
25 luglio 2007 alle 10:48
“diversamente da te non tendo ad affossare le discussioni se non mi aggrada il contraddittorio”.
L’importante, nella vita, è essere convinti.
25 luglio 2007 alle 11:09
Vincenzillo, dire che uno scrittore debba avere un’idea di letteratura è come dire che un meccanico debba avere un’idea di motore.
inoltre, dicendo: “ma oggi, nell’era della scolarizzazione, direi che è addirittura impossibile non averla”, fai intendere: essendo la società ormai alfabetizzata, più o meno tutti hanno o dovrebbero avere un’idea di letteratura.
25 luglio 2007 alle 12:28
seia
posso allora cantare munasterio e santa chiara?
ah, poi mi piacciono le maestrine, non foss’altro perché irritano i commentatori di blog che si sentono costretti a commentare sottolineando la “maestrinità” della bloggheressa. il che significa essere magnificamente cartine al tornasole dell’idiozia altrui, una cosa che mi manda sempre in visibilio. eppoi ce ne fossero di maestrine così, santi corbezzoli!!!!
strabaci
25 luglio 2007 alle 14:55
Petulante??? Dai sei in un periodo nero evidentamente, ti perdono
mel: cantami “Accarezzame” E’ la mia preferita! baci a te
vince: stiamo scadendo nel litigio da prima elementare, essendo io tra noi due la più matura, ti lascio l’ultima parola ok?
marco: non essere petulante!
25 luglio 2007 alle 15:42
marco, nel caso non te ne fossi accorto, in data 24 Luglio 2007 alle 20:12 avevo già risposto alla tua obiezione puerile.
In ogni modo, non voglio sottrarre tempo prezioso al tuo studio. Dopo che avrai sostenuto con successo l’esamino di quinta elementare con la tua nuova maestrina, ci riproviamo.
25 luglio 2007 alle 15:55
seia, ma che ‘cce frega, tanto siamo qui tutti solo per cazzeggiare, no? Scrittori, critici, lettori, blogger, e allora massì, via, cazzeggiamo, che si vive una volta sola, evviva evviva, yuhuuuu!
25 luglio 2007 alle 17:03
Se tu fossi a Roma, si alzerebbe una voce da lontano e dopo questo commento urlerebbe, a qualcuno di non meglio imprecisato: “Ah levateje er vino!”.
Ma non sei a Roma e di gente di spirito ne ho vista poca dalle tue parti, dunque non dico nulla e m’intristico un poco. Poi passa però.
25 luglio 2007 alle 19:31
(se mi rispondi “vacce te” vinciamo l’award per la categoria peggior degenerazione di commentarium di lit-blog) (comunque Vincenzillo ti porgo un ramoscello d’ulivo: anche perchè, non so a te, ma questo scambio di affettuosità a me me sta a fa tajà – che a Roma vuol dire me sta a fa ride)
26 luglio 2007 alle 09:40
marco, vedo che seia ha già fatto la cosa giusta.
Io accetto volentieri il tuo ramoscello d’ulivo. (Per la cronaca, un vattela a pija’ ar… te l’ho dedicato, e di gusto).
23 agosto 2007 alle 22:31
[...] Tuta blu è stato un vero caso letterario (anche perché il valore di quello che si pubblicava in giro non era un granché) e ha fatto il giro del mondo anche in adattamenti teatrali e cinematografici, è stato tradotto in [...]