Il doppio velo

In un bellissimo saggio (La potenza del falso, Donzelli, 2004), Arturo Mazzarella scrive che il “processo di formazione della realtà si congiunge puntualmente con la deformazione della realtà medesima” e cita in proposito Novalis, Borges e soprattutto Paul Valéry, con la sua Piccola lettera sui miti in cui si legge: “il falso sia di sostegno al vero e il vero si dia il falso per antenato, per causa, per autore, per origine, e per fine, senza eccezione né rimedio – e il vero generi quel falso da cui pretende d’essere a sua volta generato”.

Realtà e finzione sono dunque complementari in letteratura, inscindibili, un’endiadi e non un ossimoro.
La lezione sembra ben chiara a Francesco Ceccamea - classe 1978, nato e cresciuto a Vetralla (Viterbo), professione “segretaria” – che nel suo libro d’esordio, Silenzi vietati (Avagliano) porta alle estreme conseguenze questo assioma e sforna il primo reality letterario, com’è stato definito da Massimo Onofri, il noto critico letterario che è anche un personaggio del libro.
 
In pratica Silenzi vietati è un romanzo epistolare moderno, costituito dall’insieme delle e-mail inviate nell’arco di un anno, dal giovane Francesco al suo vecchio professore d’italiano, Massimo Onofri appunto. In questa corrispondenza, a senso unico, perché Onofri non risponde mai alle e-mail, Francesco dà vita a un monologo intenso, vibrante, divertente; una specie di confessione-fiume in cui oltre a sfogare le proprie frustrazioni e i turbamenti legati al rapporto con l’altro sesso, la famiglia, gli amici, la letteratura, Francesco fa nomi e cognomi di gente nota e meno nota, altri critici letterari, giornalisti, scrittori, vicini di casa, compagni di scuola, curiosi personaggi della provincia viterbese. Racconta di sé, delle sedute con il suo psicologo un po’ sopra le righe, degli scarsi e disastrosi approcci con le ragazze, della masturbazione che pratica con grande soddisfazione, delle fantasie incestuose su sua madre, e mentre scrive del marasma che lo circonda cerca di ordinarlo, di venirne a capo, di domarlo, senza risultato.
 
La scrittura di Ceccamea – in cui la velocità dell’espressione orale si mescola alla ricercatezza della parola scritta – spietata, vigorosa, venefica ribalta l’assunto ombelicale per cui scrivere dovrebbe essere meglio di una seduta psicanalitica, e si libera dagli spazi angusti della mera autobiografia, sia perché crea un cortocircuito finzionale che identifica il suo lettore ideale che ha carne e ossa, presupponendo quindi un pubblico reale e ben preciso, e soprattutto perché non inventa nulla, non trasfigura la verità, non crea la materia di cui parla, ma la plasma rigenerandola, come un abile artigiano.
 
Ed è bravo poi a sfuggire all’intimismo e al maledettismo che affliggono gran parte degli esordi letterari nostrani e allo stesso tempo a rifiutare l’onanismo intellettuale, così come strenuamente pratica invece quello sessuale. Non c’è redenzione, non c’è speranza, non c’è rimedio: i problemi di Francesco sono insormontabili, personalissimi, reconditi e forse anche genetici, eppure emergono prepotentemente dalla pagina e delineano la figura di un giovane come ce ne sono tanti, forse meno sensibili e meno consapevoli, ma tutti allo stesso modo piegati dal peso del mondo.
Mentre crocifigge se stesso sulla pubblica piazza, Ceccamea stigmatizza i vizi dell’intera provincia italiana e dell’ancora più provinciale vita culturale del paese.
 
La vita dell’autore, spiattellata in una manciata di pagine virtuali, diventa così letteratura, un’opera iperrealista. O meglio, la realtà filtrata dalla sua ironia (e dalla sua autoironia) pungente  diventa più vera del vero, tanto da sembrare pura finzione, ficta e quindi irrimediabilmente letteraria: ed è buona letteratura, come se ne vede poca nei romanzi dei nostri esordienti.  
 
 
Lunedi, qui.
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4 risposte a Il doppio velo

  1. cletus scrive:

    si ne avevo letto anch’io sull’inserto de LaStampa (l’unico quotidiano, insieme al Sole24 della domenica mi viene ancora da comprare).

    La meta scrittura o meta realtà hanno confini labilissimi. Da tempo accarezzo l’idea di un vero diario totalmente falso.

  2. seia scrive:

    Che responsabilità! :-)

  3. gigi massi scrive:

    mi aveva colpito un’ottima recensione letta su tuttilibri. ora pure tu, la mia critica letteraria di riferimento, mi tocca proprio comprarlo ^__^

  4. ridolini scrive:

    apprezzo il suo sforzo critico ,ma tirare per i capelli un romanzo come fa lei è ai limiti del risibile.Niente di quello che dice è nel libro . Libro che si dimostra sic et simpliciter per quello che è: una mera operazione commerciale…

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