Per la pagina culturale del “Corriere Nazionale“, curata da Stefania Nardini (e ne approfitto per segnalare l’imminente uscita del suo romanzo Gli scheletri di via Duomo per Pironti, poi magari ne riparliamo), è partito - da tempo in realtà – un viaggio alla scoperta dei vari universi editoriali del nostro panorama culturale. I primi articoli si occupavano dello stato dell’editoria italiana, ma di questo si è già discusso, gli altri invece del fotoromanzo, dei periodici femminili, della narrativa per ragazzi, della III pagina dei quotidiani e and so far. Magari v’interessano.
Per quanto riguarda lo stato dell’editoria italiana, voglio segnalare solo alcune cifre, a parte il dato della pubblicazione di circa 170 libri al giorno.
Sebbene la tiratura media per ogni titolo si mantenga vicina alle cinquemila copie (che diventano circa seimila per i titoli stranieri), quasi il 60% dei titoli stampati non vende neanche una copia. D’altronde, ogni mese nascono circa settanta editori (abbiamo al momento in Italia circa ottomila sigle editoriale attive, ma sono molte meno quelle distribuite a livello nazionale); ma il 90% dei soldi che si guadagnano coi libri è territorio di caccia di non più di una ventina di aziende (legate perlopiù ai grandi gruppi: Mondadori, RCS, De Agostini e Messaggerie italiane). Il che significa che abbiamo circa settemiladuecentottanta aziende a spartirsi il 10% di un fatturato annuo che, nel 2006, è stato di 3,7 miliardi di euro; in pratica mentre le venti grandi sigle dell’editoria italiana lottano per un bottino complessivo di 3,33 miliardi l’anno, i piccoli editori che restano vivacchiano in un serbatoio che rende complessivamente trecentosettanta milioni di euro; per un fatturato medio di poco più di cinquantamila euro l’anno per ciascun editore: briciole.
Qualcuno penserà al sommerso. Ma nell’editoria non esiste. Il mercato dei libri vive del tutto allo scoperto: il canale distributivo è quello delle librerie, e, ulteriormente, delle edicole e della grande distribuzione di generi vari (supermercati). Si tratta di aree sorvegliatissime che non consentono margini di evasione all’editore. Ad esse va ad aggiungersi il mercato, in forte espansione, della vendita di libri via Internet: dove però è più difficile tirar le somme, perché nuovo e usato si mescolano senza soluzione di continuità.
In questo scenario convulso, in cui centinaia di aziende nascono e muoiono nell’alba di un mattino, e far tornare i conti è sempre più difficile, cosa decide la pubblicazione, o la ristampa, di un testo? Quali sono i criteri per cui un editore sceglie di stampare questo o quello, e – avendolo stampato – di distribuirlo e promuoverlo con maggiore o minore dedizione? Perché il mercato dei libri ammette margini di spreco inimmaginabili in qualsiasi altro settore? Non è certo difficile pensare a cosa avverrebbe se, in un’azienda agroalimentare o in un pastificio, il 35% dei prodotti risultasse fallimentare alla prova del mercato. Perché, dunque, ciò che in qualsiasi altro settore sarebbe oggetto di massima preoccupazione, nel mercato dei libri è dato per scontato?
Continuiamo con le cifre per provare a far luce sul mercato dei libri in Italia. Sempre secondo l’annuale “Rapporto sullo stato editoria” dell’Associazione Italiana Editori, nell’ultimo decennio il numero dei lettori è sceso dal 42 al 37% della popolazione attiva. Il mercato dei libri è una “nicchia”: basti pensare che il 2% della popolazione adulta acquista il 23% dei volumi; l’Italia è al tredicesimo posto in Europa per la spesa pro-capite nei libri, con meno di sessantacinque euro l’anno; e il costo medio dei libri è, da noi, più alto che ovunque in Europa. Ogni anno poco meno della metà dei libri in commercio vende in media una sola copia e circa trentamila titoli vanno al macero. Deficitaria è la legislazione: gli editori dei libri e periodici di cultura sono assimilati, sul piano fiscale e amministrativo, all’editoria quotidiana e periodica di informazione (sola eccezione è la Regione Sardegna che fin dai primi anni Cinquanta un intervento legislativo specifico in materia di editoria libraria: la legge regionale n° 35 del 1952).
L’assenza di politiche di sostegno al libro è quasi totale, malgrado l’editoria libraria valga complessivamente 4,4 miliardi di euro e costituisca (con il suo 28,7%) il principale comparto dell’industria dei contenuti. La prassi prevede, semmai, elargizioni “a pioggia” (come facilmente accade in Italia: mai elargizione di finanziamenti basati su progetti, ma rimedi per tappare i buchi). Un esempio è la circolare n. 7 del 30 marzo 2005, che concede “ulteriori contributi, in conto interessi, per i mutui agevolati in favore dell’editoria libraria, per opere di elevato valore culturale, ai sensi dell’articolo 34 della legge 416/1981”. L’agevolazione è concessa previo parere di una Commissione di esperti che esamina i programmi editoriali indicati nella domanda di finanziamento: viene spontaneo, qui, domandarsi come facciano questi “esperti” – scelti con quali criteri, poi? – a valutare programmi così fitti, nella radicale impossibilità di leggere anche una minima parte dei volumi proposti dagli editori.
Ma anche questo contributo è in via di sparizione: in base alla proroga disposta dall’articolo 2 della legge 549/1995, l’anno finanziario 2005 è stato l’ultimo a vedere in atto l’erogazione del contributo, sebbene la previsione di sostegno era di 10 anni.
Da qui, un circolo vizioso senza scampo: si legge di meno, e i libri costano sempre di più. I prezzi alti scoraggiano lettori neofiti e non-lettori, inclini a considerare il libro un articolo di lusso. E, per i piccoli editori, subentra il dramma della promozione: con margini così risicati, eventuali costi pubblicitari si fanno insostenibili. L’esposizione in libreria è penalizzata: autori meno noti, grafica poco accattivante, sovrabbondanza di proposte fanno sì che il piccolo editore sia, sugli scaffali di vendita, non di rado invisibile. Non sorprenderà, dunque, che tali piccoli editori abbiano un invenduto del 95%. La legge (articolo 74, comma 1, lettera c, del Dpr 633/72) che disciplina l’applicazione dell’Iva sui prodotti editoriali cartacei, poi, impone una valorizzazione “coatta” del magazzino in relazione al prezzo di copertina, e finisce col tassare l’invenduto anziché il reddito. Il macero è dunque l’ovvio destino dei libri poco o per nulla venduti: se gli editori non li distruggessero, quei volumi si trasformerebbero in tasse. Si stamperanno, perciò, diecimila copie di un libro che ne venderà forse tremila – se andrà bene -; in relazione a queste ultime, si calcolerà il prezzo di copertina al netto dei costi distributivi che, rasentando il 60%, sono fra i più alti in assoluto rispetto a qualsiasi altra “merce”.
In un mercato così drogato, un libro esposto sugli scaffali di una libreria, vale meno di un altro destinato a diventare carta straccia, con buona pace degli italiani: popolo di navigatori, poeti, scrittori e soprattutto non-lettori.
NB
Gli articoli in questione sono stati scritti prima dell’annuale fiera dell’editoria di Francoforte dalla quale sono emerse delle cifre leggermente modificate, che però non cambiano la sostanza del discorso. In pratica nel 2007 sono aumentate le vendite di libri con un 5% in più nei supermercati, il 36% in più nella vendita on line (più 36 per cento) e un 12% in più edicola. Le case editrici sono circa 2901 e il fatturato è cresciuto di circa un punto percentuale.



Ma se “ogni anno il 50% dei libri editi vende in media una sola copia” come è possibile che “quasi il 60% dei titoli pubblicati non vende neanche una copia”?
ti rispondo come su FB
Hai ragione Antonio, non si capisce. In realtà questo pezzo nasce dalla fusione di 2 diversi articoli e per sintetizzare i concetti non ho fatto bene i conti
Allora in realtà la questione è che bisogna distingure tra libri stampati e libri effettivamente in commercio. In pratica circa il 60% dei libri STAMPATI non venderà nemmeno una copia e poco meno della metà dei libri IN COMMERCIO ne vende solo una.
Ho corretto, grazie.
Il punto mi sembra che è prassi produrre consapevolmente invenduto per pagare meno tasse. Devo dire che adesso le tue critiche all’eccesso di libri in circolazione assumono tutto un altro senso, comincio a condividerle.
Pingback: Alessandra Galetta Dicembre 2008
sempre molto interessanti questi dati.
mi sorge spontanea una domanda. ma tutta quella miriade di piccoli editori la cui media di fatturato è 50.000 euri, cioè nulla, di cosa vive? e perché ne nascono così tanti? suppongo che vivano dei soldi versati loro dalla massa di scrittori ansiosi di vedere immortalato il loro lavoro su carta, ma chiedo onforto anche all’esperto.
andy: avevano senso anche prima
Quando l’offerta supera la domanda c’è sempre un problema e per i libri questo meccanismo ha livelli assurdi, indipendentemente dallo sgravio fiscale, ti pare comunque bello pubblicare libri che non venderanno nemmeno una copia? Quale altra impresa produce per perdere?
vincenzo: il fatto è che ci sono case editrici che in realtà sono delle tipografie, editori improvvisati, nessuna struttura, nessun costo da sostenere a parte le spese che come dici tu, vengono poi coperte dall’autore che si compra le sue copie o le fa comprare agli amici suoi, e poi ci sono quelli che magari ci mettono soldi propri, ma anche lì non c’è alcuna esperienza e nessuna professionalità. E poi naturalmente i finanziamenti a pioggia di cui parlavo. Le case editrici vere e che hanno margini di profitto, anche minimi, sono pochissime. E nessun discorso sulla passione, sulla tenacia, sull’amore per i libri, discorso valido solo per chi non fa pagare direttamente il contributo agli autori naturalmente, può cambiare lo stato delle cose: una casa editrice è una casa editrice se ha certi elementi, altrimenti è un hobby o un’impresa rubasoldi.
Certo che avevano senso anche prima, ero io che non potevo contestualizzarle perché mi mancavano le informazioni
>ti pare comunque bello pubblicare libri che non venderanno nemmeno una copia?
Non è né bello né brutto, in un sistema di libero mercato. E’ stupido, a limite. Ma quello descritto da te non è un sistema di libero mercato.