Il mio primo libro…
…non vedrà mai la luce.
Proprio oggi sarebbe dovuto uscire, era un pamphlet polemico sulla condizione femminile. Mi era stato commissionato, ero stata scelta per scriverlo per cui non avevo alcuna ansia di pubblicazione, nessuna ricerca spasmodica di approvazione e soprattutto di un editore (non smetterò mai di essere grata a chi ha riversato in me tanta fiducia, affidandomi un suo progetto pensato apposta per me), dovevo solo scriverlo. E non l’ho fatto, o meglio ne ho scritto metà e poi l’ho lasciato perdere perché non avevo alcuna voglia di finirlo. Prima o poi me ne pentirò. O Magari no.
Comunque a parte il periodo di crisi e di disinteresse per la letteratura e per tutto ciò che le ruota intorno – ma questo è un altro paio di maniche – la ragione principale del forfait è che non avevo voglia di scrivere questo saggio perché la polemica non era contro la società maschilista, contro secoli di discriminazione, contro l’idea quasi impossibile da sradicare del sesso debole, ma si rivolgeva alle donne: già dal titolo era contro le donne stesse, che avallano spesso, tutti i luoghi comuni e le convinzioni becere di chi le considera corpi e poco altro, madri e niente di più, emozioni allo stato puro e poco cervello[1].
Io credo davvero che molte colpe siano da addebitare alle donne che non si ribellano, che scelgono di assecondare la visione limitata di molti uomini, che accettano ruoli che le relegano in certi ambiti considerati “femminili”, che magari sgomitano pur di posare in un calendario prestigioso che le ritrae come vittime di stupri o di violenza, ma mentre scrivevo e sceglievo l’ironia come registro stilistico per le mie argomentazioni e quindi cercavo anche di divertirmi, al contrario mi assaliva la tristezza: era come guardarsi allo specchio e accorgersi di odiare i tratti di famiglia. Un po’ come odiare me stessa.
E’ una sensazione molto simile a quella che mi provoca ogni anno la Festa della donna. Da una parte ci sono tutte queste donne per strada, nei locali, camminano a braccetto, ridono a voce alta, quasi a esaltare la propria presenza, molte ondeggiano su tacchi a spillo e lisciano le gonne, altre si toccano in continuazione i capelli, tutte si guardano intorno: questa serata è loro e sembrano pronte a tutto. E’ così che l’immaginario collettivo dipinge la festa della donna.
Ogni anno è la stessa storia, mamme, nonne, liceali, commesse, avvocati in carriera, modelle o parrucchiere, tutte si sentono autorizzate da una festa sul calendario e dai sorrisi condiscendenti dei loro uomini, a prendersi una pausa, a concedersi una via di fuga armate di mimose e push-up. Non ci sono cene con le amiche, uscite serali, mazzi di fiori nel resto dell’anno, non c’è tempo e forse nemmeno la volontà di concedersi una stanza tutta per sé, ma l’8 marzo tutto cambia: è la loro festa. Semel in anno licet insanire?
E di cosa parlano queste donne sedute a un tavolo in una precoce sera di primavera mentre celebrano se stesse? Ma degli uomini naturalmente. Degli uomini che le aspettano a casa, di quelli che vorrebbero conoscere, degli altri che hanno conosciuto e perso. E poi di quelli che hanno visto spogliarsi l’anno prima, quando hanno gridato la loro emancipazione trascorrendo la serata con uno spettacolo di spogliarello: niente ti fa sentire più libera e uguale agli uomini – pare – del riempire di banconote il ridottissimo slip di un giovane fusto che ti si dimena davanti.
Dall’altra parte, magari a pochi passi da un ristorante invaso di ragazze in minigonna, ci sono poche decine di donne arrabbiate e offese che in una piccola sala senza finestre, dibattono sul maschilismo di questa società che soffoca le loro ambizioni e aspettative. Sono probabilmente giornaliste, scrittrici, antropologhe, onorevoli, operaie, avvocati, dottoresse, pochissime le giovani donne e sembrano tutte chiuse nel loro rancore, ostili quasi, impegnate ad accusare tutti (per lo più a ragione) delle loro disgrazie, dimenticando di prendersela anche con le stesse donne.
E io non posso fare a meno di chiedermi sempre come abbia fatto una giornata di lotta a diventare una squallida festa. Ma anche: come ha fatto una lotta per i diritti e la parità a trasformarsi in una battaglia contro gli uomini?
Dalle parti Radio Deejay in questo finesettimana si festeggia la donna riempiendo il palinsesto di uomini, in pratica per quasi un mese hanno chiesto alle loro ascoltatrici di votare il personaggio maschile della musica, dello spettacolo, della cultura o dello sport che avrebbero voluto come ospite nelle varie trasmissioni. Ovvio. E’ la festa della donna e si dà spazio agli uomini, ancora una volta. Perché è scontato che una donna preferisca sentir parlare un uomo, perché magari è naturale che un uomo possa aver cose più interessanti da dire di una donna.
E il fatto è che, purtroppo, spesso è davvero così. Ma è così perché le donne intelligenti, preparate, colte, sveglie, faticano a emergere; e il punto, per me, è che fatichino a emergere non solo per colpa degli uomini, ma, l’ho già detto, anche a causa di altre donne che si prestano al gioco di ruolo a cui partecipano dai tempi dei tempi, e che in larga parte legittimano col loro comportamento il silenzio e l’indifferenza, la discriminazione e la disuguaglianza di cui sono vittime e complici. .
A Radio Deejay per esempio, lavorano un sacco di donne: possibile che a nessuna sia venuta in mente che forse sarebbe stato meglio onorare una festa per i diritti delle donne dando proprio alle donne spazio e visibilità?
E’ vero poi, che il condizionamento è totale e invasivo. Anche quando riescono a eccellere, le donne sono schiave di una mentalità discriminatoria. Mesi fa Fabio Fazio ha intervistato nel suo programma Rita Levi Montalcini, e cosa le ha chiesto? Del Nobel? Della sua ricerca scientifica? Della sua vita votata alla scienza? Della sua visione del mondo? No. Le ha chiesto dell’amore, delle sue vicende affettive, dei sentimenti, dell’amore che, come si sa, fa girare il mondo. Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina per la sue scoperte sui fattori di crescita legati a organi e cellule, doveva rispondere a domande banali sulla sua femminilità, o meglio sulla visione maschile o maschilista dell’essere donna. E per assurdo, il giorno che qualcuno intervisterà un uomo, un premio Nobel magari, sulla sua mascolinità, io non mi riterrò soddisfatta, non penserò che finalmente la parità è ottenuta, ma prenderò il primo treno interstellare per Marte, perché saremo alla frutta: il livellamento verso il basso porta allo squallore, non alle pari opportunità. E’ vero che Fazio ci ha provato a ricondurre la Montalcini all’interno di quella visione maschilista, ma la signora lo ha sistemato per bene, perchè non lo fanno tutte?
Io personalmente al primo che mi regala una mimosa gliela tiro dietro, anche perché soffro d’asma e allergie varie e la mimosa per me è come la kryptonite per Superman, ma soprattutto perché io credo nei simboli, e i simboli restano tali solo finché non vengono progressivamente spogliati di significato. Se questo succede, allora diventano solo vestigia inutili o, ancora peggio, alibi dietro cui nascondere la realtà delle cose.
E dire che io festeggio tutto, da Natale a San Valentino, da Pasqua alla festa della mamma, festeggerei anche Hanukkah se non pensassi di poter essere blasfema, ma io ci credo in queste feste, le onoro, mi piace ricordarle.
La festa della donna, a chi serve davvero? O meglio, perché si finge di esserne interessati quando in realtà va bene a tutti, alla fine, che le cose restino come sono? La maggior parte delle persone, ignora persino la vera origine della festa della donna.
Era l’8 marzo del 1908 quando quindicimila donne marciarono attraverso New York richiedendo la diminuzione delle ore lavorative, aumenti cospicui dei salari e il diritto di voto. Due anni dopo, nel 1910, si tenne la prima conferenza internazionale delle donne a Copenhagen, nell’ambito dei lavori della Seconda Internazionale Socialista. La conferenza ebbe luogo nell’edificio del movimento operaio al 69 di Jagtvej: la Folkets Hus, ovvero “Casa del popolo”, chiamata in seguito “Ungdomshuset”. A dimostrazione di quanto la memoria storica della lotta per l’emancipazione e per i diritti degli individui sia allegramente in svendita in tutta Europa, questo storico edificio è stato demolito nel 2007 dalla municipalità di Copenhagen. Furono poco più di cento donne a partecipare all’evento, dibattendo strategie e proposte differenti nel metodo, quanto comuni nell’obiettivo: l’emancipazione della donna da una condizione di evidente inferiorità rispetto alla controparte maschile; e, per molti aspetti, di vero e proprio asservimento, eppure i risultati di quella riunione furono a dir poco deflagranti. Fu deciso, infatti, di istituire una festa per onorare la lotta femminile mirata al raggiungimento dell’uguaglianza sociale, chiamata Giornata internazionale della Donna, da celebrarsi proprio l’8 marzo di ogni anno. Doveva essere una festa, ma anche un’occasione di protesta pubblica, che desse visibilità al disagio femminile e facesse sapere agli uomini che sedevano nelle stanze dei bottoni che le donne non erano affatto contente del modo in cui andavano le cose. Si trattava di scendere in piazza con canti e balli, ma anche con slogan caustici e dimostrazioni di dissenso. Bisognava far vedere a tutti – e soprattutto agli uomini – quanto le donne fossero consapevoli del proprio disagio, e al contempo determinate a cambiare le cose.
E quella decisione, sia pure presa in una conferenza con poco più di cento donne presenti, ebbe una immensa eco. In ogni Paese industrializzato – ma soprattutto nella Mitteleuropa, dove il socialismo era nato e perciò risultava più forte e combattivo -, le attiviste lavorarono affinché la partecipazione delle donne alla festa fosse grande: e l’anno dopo, nel 1911, la Giornata internazionale della donna vide scendere in piazza oltre un milione di manifestanti in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera.
Di tutto questo è rimasto poco o niente e la colpa è di quelle donne che accettano compromessi per la loro carriera, di coloro che sfruttano il proprio corpo per facilitarsi la vita, delle madri che crescono i figli maschi senza educarli al rispetto della donna in quanto essere umano suo pari, delle tipe sui manifesti pubblicitari che posano impersonando indifese e provocanti vittime sacrificali di uomini in calore, delle femministe che se la prendono solo con gli uomini, delle scrittrici che usano il sesso per vendere più copie, mercificando addirittura se stesse, vendendo se stesse un tanto al chilo in allegato al proprio libro, o si limitano a rincorrere la voce del cuore o le sensazioni del corpo, come se le donne non potessero scrivere con la testa.
E’ una questione culturale, sociale e per molti versi soprattutto politica.
Basti pensare che alle ultime elezioni, per quanto più della metà delle elettrici pare abbiano votato a sinistra, Berlusconi ha trovato il suo zoccolo duro di elettori proprio nelle casalinghe, che forse avrebbero più recriminazioni da fare, in termini di parità e discriminazione, rispetto alle donne che hanno un impiego. Invece sembra che a loro stia bene essere definite improvvide perché non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, o sentir dire che non si possono proteggere le loro figlie dagli stupri se sono bellissime perché le forze dell’ordine non bastano a pedinarle una per una, come se fosse normale dover andare in giro con la scorta armata. Naturalmente, poi, che stiano pur tranquille le madri di figlie brutte: non hanno nulla da perdere.
Non è una querelle ideologica, lo stesso discorso sarebbe valso se a qualcuno a sinistra fosse venuto in mente di dire il mare di baggianate e battute da caserma che salgono alle labbra del Cavaliere.
La questione è molto più grave: il nostro presidente del Consiglio è il simbolo perfetto di una mentalità gretta e meschina che vede nelle donne alternativamente, un corpo, un oggetto, una bandiera da sventolare, un problema di cui disinteressarsi. Lui se ne va in giro per il mondo a rappresentarci, ed è mia convinzione che ci rappresenti benissimo, visto che l’Italia è il fanalino di coda dei Paesi dell’Unione Europea a proposito di parità di genere ed è addirittura 84ma (nel 2006 era 77esima) nella classifica mondiale sulle disparità di genere secondo il Global Gender Gap Index, lo studio del World Economic Forum che si occupa di misurare il divario economico e sociale tra uomo e donna.
Guardiamo una parte considerevole delle donne che Berlusconi ha scelto per la sua squadra di governo, le più chiacchierate naturalmente: tutte loro non sono da biasimare in quanto belle donne, o per il loro passato da veline, show-girl o di avvocati poco abili, ma perché non sono all’altezza del loro compito, perché non è per nulla chiaro il modo in cui siano giunte a quelle posizioni, per la loro palese inesperienza, e quindi perché rendono un cattivo servizio alle loro colleghe e a tutte quelle donne che devono faticare il doppio per ottenere posti di rilievo in politica, nel mondo degli affari o tra i liberi professionisti, o anche solo per avere lo stesso stipendio di un uomo in qualsiasi mansione. Il messaggio che passa è sempre lo stesso: sei bella, avvicina l’uomo potente, otterrai dei benefici, usa il tuo corpo e farai carriera, non importa che tu sia brava o meno.
Forse il ministro Mara Carfagna, se avesse fatto la gavetta anche per fare il politico e non solo la valletta – che, me ne rendo conto, è un compito più complicato che gestire un dicastero – avrebbe acquisito esperienza e autorevolezza, forse avrebbe potuto dimostrare di saper fare il proprio lavoro, forse avrebbe potuto meritarsi il suo ruolo e potrebbe difendere il suo operato a testa alta. La mentalità del suo leader nuoce prima di tutto a lei, che non vedrà mai riconosciuto il suo valore, se mai dovesse esserci davvero.
Lo ripeto ancora una volta, sono le donne le prime complici di un meccanismo malato che le vuole sempre subalterne, quando non le relega a un mero ruolo decorativo.
Sembra un libro contro le donne e da un certo punto di vista lo era. Non del tutto però, e la premessa che avevo scritto spiega meglio questa dicotomia.
Ma se ne riparla.
[1] A farmi porre molte domande sull’opportunità di scrivere un libro contro le donne sono stati in parte, alcuni volumi che ho letto o riletto mentre ci lavoravo su, in particolare Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia del mondo al femminile di Rosalind Miles, Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini, Il secondo sesso di Simon Beauvoire e Il dominio maschile di Pierre Bourdieu.
7 marzo 2009 alle 22:02
Ti ho linkata, riportando anche l’articolo. Ci ho aggiunto , alla fine, il mio commento personale , viste dall’altro lato.
Uriel
7 marzo 2009 alle 22:24
[...] Guarda Originale: Paese d’ottobre » Blog Archive » Il mio primo libro… [...]
7 marzo 2009 alle 22:49
Uriel, sono 10 minuti che rileggo la tua glossa al mio post e devo dire che non riesco a commentarti. So di non essere d’accordo, credo che certe lotte andavano fatte, così come penso che oggi una certa contrapposizione violenta sia sbagliata, e non mi piace molto quella netta distanza che tu metti tra uomini e donne, parlando di noi e voi, come se fossimo nemici. E non mi piacciono i riferimenti alla guerra, alla lotta, alla battaglia. Però non posso fare a meno di pensare che in minima parte forse tu abbia ragione.
Devo rifletterci meglio. Intanto grazie.
8 marzo 2009 alle 09:24
[...] un post (che ritenevo assolutamente insignificante) ma appena mi sono imbattuto in questo link http://seiamontanelli.diludovico.it/2009/03/07/il-mio-primo-libro/ ho spostato il [...]
8 marzo 2009 alle 10:10
Il sospetto, invece, che alla gran parte delle donne delle rivendicazioni femministe freghi assai poco, non ti sfiora? Il sospetto che le donne siano come sono *per natura*? Il sospetto che per la grandissima parte delle donne occuparsi della famiglia e di tutto ciò che vi compete sia più piacevole che fare le arrampicatrici sociali?
Il sospetto che il femminismo non sia nient’altro che un ideologia destinata al naufragio per mano della realtà?…
Così, per dire.
Saluti
8 marzo 2009 alle 10:18
Negvo: e come sono le donne per natura? E sorpattutto cosa sarebbe che ci compete?
E’ questo che è sbagliato e per certi versi aberrante. Non esistono “le donne”, esiste ogni donna che deve poter scegiere per sè, fare carriera o lavorare in casa, essere single o sposarsi, non avere figli o creare una squadra di calcio di marmocchi. Non c’è un compito o una direzione valida per tutte. Come mai per le donne dovrebbero esserci dei ruoli precostituiti e per gli uomini no?
Io non parlo di donne in carriera, non sostengo che tutte noi dobbiamo scegliere una vita piuttosto che un’altra, parlo di un atteggiamento di sudditanza e conformismo a una certa mentalità che è sbaglitata. Scegliere è lecito, ma poche sono in grado di scegliere con consapevolezza e senza il condizionamento di una società maschilista.
8 marzo 2009 alle 11:52
breve breve buono buono
linkai sul mio blogghe e ringrazio per quanto vergato
8 marzo 2009 alle 12:50
Mah, chi l’ha detto che per i maschi non ci sarebbero ruoli precostituiti?
Ci sono eccome. Non è certo un caso che i morti sul lavoro siano per la quasi totalità maschi…
E’ questo, a mio avviso, uno degli errori: credere che la società sia maschilista soltanto perché alle donne (ad alcune donne, una minoranza rumososa per la verità) semplicemente perché non piace il proprio “destino manifesto”.
Comunque non voglio far polemica, buona festa della donna
8 marzo 2009 alle 12:56
Negvo: Destino manifesto??? Le donne a casa e gli uomini a morire nei cantiere? Una visione sociologica che non fa una grinza.
Niente polemica hai ragione, anche perché mi pare che in questi termini non ci sia molto di cui discutere.
Buona festa della donna anche a te eh
Kizkan: grazie. Hai voluto sottindere gentilmente che era un post troppo lungo?
Avresti ragione in tal caso comunque, pensa che l’ho pure tagliato!
8 marzo 2009 alle 15:27
devo dire che questo post mi ha molto colpito…
comunque devo dire, anche se forse è un’esagerazione, che oggi, molti e soprattutto i più giovani, hanno un’approccio alla vita molto strano. si sta diffondendo e per certi versi è già diffusa una mentalità che non saprei come definire se non “da film porno”. un modo di pensare che vede la donna come se fosse la protagonista di un film porno, non solo dal punto di vista sessuale, ma nel senso di attribuire alla donna quella volontà, quella mentalità, di essere accondiscendente con l’uomo, ricercarlo, accontentarlo ed essere disposta in ogni momento e situazione fare qualcosa per lui.tralasciando l’aspetto sentimentale, dal punto di vista comportamentale per molte donne adulte ma soprattutto ragazze, le libertà individuali, la raggiunta parità con icoetanei maschi, si traduce nella libertà di rincorcorrere il maschio agguantarlo con qualsiasi metodo, come meglio si crede. la parità, l’uguaglianza sociale e umana, sono armi a doppio taglio che le nuove generazione percepiscono in modo sbagliato e che paradossalmente stanno riportando la donna alla condizione “originaria”, quella da cambiare, cioè quella di succube dell’uomo. sbaglio? esagero?
8 marzo 2009 alle 18:16
So di non essere d’accordo, credo che certe lotte andavano fatte, così come penso che oggi una certa contrapposizione violenta sia sbagliata
—-
Le lotte, essendo lotte, sono processi che hanno un vincitore ed un perdente. E voi siete uscite perdenti. Nella lotta le ragioni non valgono, nella lotta vale solo il risultato finale. Se vuoi che le ragioni abbiano peso, devi scegliere il dialogo. Se lotti, alle ragioni devi dire addio.
Per quanto riguarda una “contrapposizione violenta”, e’ semplicemente un altro modo di dire “lotta”: non riesco a capire in quale modo tu possa immaginare una lotta che non sia una contrapposizione violenta.Chi sceglie la lotta , sceglie una contrapposizione violenta: sono la stessa cosa.
—–
E non mi piacciono i riferimenti alla guerra, alla lotta, alla battaglia.
—–
Scusa, prima dici che “andavano fatte delle lotte”, poi dici che non ti piacciono i riferimenti alla guerra, alla lotta, alla battaglia. E a che cosa ti riferisci, quando dici che “andavano fatte delle lotte”, se non ti riferisci alla lotta?
Inizio a sospettare che tu dia alla parola “lotta” un valore diverso da “lotta”, ma in questo caso mancano i presupposti logici per fare qualcosa che assomigli a “pensare”. Voglio dire: lotta=lotta. Se fai una lotta, ti riferisci ad una lotta.
Uriel
P.S: da questa lotta sono sempre stato accuratamente fuori. Vengo da una famiglia di campagna, e le donne hanno SEMPRE fatto gli stessi lavori dell’uomo. Solo una donna borghese poteva desiderare la parita’ lavorativa con l’uomo.
8 marzo 2009 alle 21:56
Uriel: una lotta non è per forza armata, può essere un esercizio sportivo e in quanto tale non violento o una disputa anche accesa, che non è detto debba prescindere dalla ragione e mi pare che non ci sia da fare sofismi su questo. La lotta non è una guerra, può anche essere ideologica, una disputa teorica, un esercizio di retorica teso a cambiare le cose col razocinio.
Quando parlo di violenza nel commento mi riferisco essenzialmente al mondo in cui gestisci il tuo discorso, persino all’esempio della macchinetta del caffè.
Lo ripeto, non credo – in questo frangente – nel noi e nel voi, in quella che tu chiami la guerra dei sessi, e non vedo nell’uomo un nemico, perché fintanto che esisterà un noi e un voi come lo intendi tu le cose resteranno come sono e non si avanzerà di un millimetro. Io non ho paura di tirare le somme del mio discorso, solo che le mie conclusioni non sono le tue. Non del tutto comunque.
Per altre questioni io mi ritirerei sulle montagne con i fucili, ma non per la legittimazione del ruolo della donna e il riconoscimento dei suoi diritti, non credo servirebbe molto alla causa.
Poi mi pare che entrambi sosteniamo gli errori di certe campagne femministe, quelle sì, violente inutilmente, ma poi forse io attribuisco agli uomini un credito maggiore di quanto gliene riconosca tu: io non credo che agiscano sotto la spinta del testosterone, penso che siamo noi le prime a sbagliare assecondando una certa mentalità diffusa.
Hai ragione sulla questione della donna borghese e del lavoro delle donne in campagna, ma la parità non passa solo dal lavoro e dalle mansioni, è una questione culturale e sociale non unicamente economica. Mia nonna gestiva la tenuta di famiglia e lavorava più di mio nonno, organizzando anche il lavoro dei contadini che collaboravano con loro, era più brava e rispettata di mio nonno, ma quando c’erano da prendere le “decisioni importanti” l’ultima parola non era la sua e non c’erano santi. Era una donna.
anton: non credo che tu esageri, penso che l’indipendenza sia per lo più percepita e non reale e che uniformarsi al comportanto standard degli uomini, che non rispecchia però il comportamento di tutti gli uomini e forse nemmeno della maggioranza di loro, senza una consapevolezza profonda è fare il gioco di chi vuole la donna conforme a un’immagine ideale, a una proiezione, a un ruolo definito. Ciò non toglie che una donna possa decidere liberamente di fare quello che le pare col proprio corpo, e possa vivere come vuole la propria sessualità e la propria vita. E’ la piena consapevolezza il discrimine.
9 marzo 2009 alle 13:57
Uriel: una lotta non è per forza armata, può essere un esercizio sportivo e in quanto tale non violento o una disputa anche accesa,
—-
Non su questo pianeta.
Con qualsiasi mezzo materiale sia condotta, una lotta rimane una contrapposizione violenta tesa ad imporre la propria volonta’ dominante su quella, divenuta irrilevante, di chi perde. L’idea che in una lotta possano valere le ragioni e’ assurda: non c’e’ alcun bisogno di ragioni, se hai la possibilita’ (che hai in una lotta) di prevalere anche senza. Se vuoi le ragioni, devi scegliere il dialogo.
Il fatto che tu abbia un’idea non terrestre di “lotta” (nel senso che magari su qualche altro pianeta la lotta e’ qualcosa di diverso e hai ragione tu) probabilmente e’ tra le cause della sconfitta. Pensavate che la lotta fosse una cosa diversa da quello che e’ sul pianeta terra. Che potesse avvenire senza causare una reazione ostile. Quella che stai teorizzando e’ una lotta senza ostilita’. Ma su questo pianeta non succede, non e’ mai successo e probabilmente non succedera’ mai.
Se non c’e’ ostilita’ e’ un dialogo, non una lotta.
Tra parentesi, a giudicare dai referer si direbbe che diverse delle tue lettrici siano venute sul mio blog ad insultarmi. Ho scritto loro una risposta troppo lunga per postarla qui, e direi di finirla. Non avevo intenzione di causare problemi a te, ne’ di riceverne per questo.
Uriel
9 marzo 2009 alle 17:41
Grazie per non aver scritto questo libro.
Di ciarpame femminista in giro ce n’è già abbastanza.
9 marzo 2009 alle 20:16
antifemminista: peccato che io non possa ricambiare la gentilezza e ringraziarti per non aver scritto questo commento, visto che di imbecilli c’è n’è già molti in giro.
uriel: la tua idea di blog e conversazione mi risulta un po’ complicata da capire visto che puoi iniziare e chiudere una discussione quando ti pare, ma ognuno fa quello che vuole, figuriamoci, poi ognuno c’ha una vita quindi…
Peraltro ci siamo arenati sulla questione della lotta, mentre il tuo discorso m’interessava per altri aspetti. Pazienza.
Però dubito che siano mie lettrici quelle che ti hanno insultato e tra parentesi mi spiace (io ho più lettori maschi che donne e di solito sono tutti molto intelligenti anche quando la pensano diversamente da me, cosa che succede spesso eh), ma penso che rispetto ai commenti del cazzo che ho letto in giro e mi sono stati segnalati e alle email di machi-mosci e femmine in calore che ho ricevuto io per questo post, le contumelie che hai ricevuto tu siano bazzecole
Scherzo. In realtà a me non me frega niente, io ho sempre scritto e detto quello che pensavo e non ho paura del confronto, nemmeno quando diventa astioso, non mi sottraggo mai all’esercizio dialettico, finchè mi diverte o finchè penso che ne valga la pena.
In generale comunque sono imbecilli di passaggio questi che migrano da un blog all’altro e che hanno così poco cervello per riucire a formulare opinioni proprie, che vomitano su quelle degli altri. Con la mia attività con gli scrittori e i libri sai quanti ne capitano?
Vado a leggere la tua risposta, comunque.
9 marzo 2009 alle 20:29
Adesso l’ho letta.
Beh, mi hai dato dell’ideologa e soprattutto mi hai messo nel novero di quelle che hanno fatto chissà quale lotta femminista, che sono salite su un ring, le farlocche che secondo te sono scese in guerra non sapendo cosa volevano veramente etc. Fantastico. Mi stupisco che tu abbia apprezzato il post.
A ’sto punto hai ragione, continuare a discutere è una perdita di tempo, non parliamo nemmeno delle stesso cose.
Peraltro io ho poco più di 30 anni e non ero nemmeno nata all’epoca.
10 marzo 2009 alle 08:12
A me invece dispiace molto che questo libro non sia stato scritto, anche se non sono una femminista.
10 marzo 2009 alle 09:01
grazie alb, peraltro tu ti sei dovuto sorbire una parte del libro inutilmente
11 marzo 2009 alle 10:11
Oltre a compiacermi della mancata uscita del libro – che peraltro, andando a mescolarsi con i miliardi di altri libri in uscita oggi, non avrebbe potuto fare grandi danni
– il mio istinto masochista e magnanimo mi spinge a segnalarti il punto dolente, il punto dove naufraga non solo il maledetto femminismo, ma anche altre potenziali battaglie sane e giuste che le donne potrebbero e anzi dovrebbero fare: “Non esistono “le donne”, esiste ogni donna che deve poter scegiere per sè”.
Finché si parte da questo assunto, completamente falso dal punto di vista reale, biologico, sociale, ma soprattutto simbolico, per me non si va da nessuna parte.
11 marzo 2009 alle 14:51
vincenzo: il mio spirito di conservazione invece, mi spinge a non risponderti, ho troppe cose da fare per perdere tempo
13 marzo 2009 alle 09:50
A proposito di opere prime, ma lo sai che sei nei ringraziamenti del libro del momento? Sì che lo saprai.
A parte il fatto che non mi pare rientri nei tuoi gusti, sta a vedere che qualcosa ci capisci, pare che sia un mezzo capolavoro
20 marzo 2009 alle 11:21
I tuoi posto sono… interessanti libri da leggere! Con più calma ne leggerò altri dei tuoi, ma sappi che condivido molto la tua idea sulle donne e gli uomini. Superficialità. Questa è la parola che inonda ormai le menti da qualche decennio.Voglia di apparire, non di essere. Voglia del materiale, non dello spirituale. Un saluto.
20 marzo 2009 alle 15:41
grazie Sergio.
7 luglio 2009 alle 09:40
[...] da me, però, dipingere le donne come mere “vittime”; esse sembrano rivelarsi infatti insospettabili complici ( inconsapevoli?)del sistema che le [...]