Un libro che peggio me sento

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

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16 risposte a Un libro che peggio me sento

  1. seia scrive:

    rispondo solo ora a questi commenti perché ero certa di averlo fatto in realtà ma forse wordpress si è mangiato tutto!

    @sempreinbilico abbiamo già fatto per farmville :-) quanto al resto sparare sulla croce rossa sarebbe un delitto!

    renzo@ è il punto 3 che giustifica l’esistenza di anobii, senza se e senza ma :-) no dai seriamente, capisco il tuo discorso e non ne sono tanto lontana, ma è l’idea che la critica dal “basso” sia necessariamente migliore dei quella fatta da gente che lo fa di lavoro e che ha studiato e che sa di cosa parla che mi fa imbufalire, per il resto aNobii ha gli stessi difetti di tutti i socialnetwork solo che parlando del mio pane quotidiano mi fa innervorsire più di altri o almeno scatena di più la mia ironia :-)

    gloriagloom: ho un po’ risposto anche a te parlando con renzo, il discorso è che la critica letteraria si da per morta da sempre, non sarò io a negare che in effetti si leggono recensioni e saggetti e critiche che fanno accapponare la pelle ma non sono per niente sicura che sia la democratizzazione della critica letteraria, se vogliamo definirla così la soluzione. Se aNobii fosse davvero quel posto di condivisione, discussione, confronto libero che dici tu e non nego che in larga parte lo sia, questo libro l’ha invece ridotto alla stregua di una mera operazione commerciale, con interessi e obiettivi che vanno nella direzione opposta a quella che prospetti tu.
    Quanto a Fahrenheit non l’ho quais mai seguito quando lo conduceva Sinibaldi perché non condividevo il suo modo di gestire gli ospiti, la scelta dei libri, le domande che venivano fatte e poi non sopportavo la sua voce, ho seguito invece, non sempre perché io e la radio non andiamo d’accordo le puntate di Loredana Lipperini e le ho trovate brillanti e divertenti e la voce era tutt’un’altra cosa :-)
    Poi non condivido tutto quello che dice, non ci piacciono quasi mai gli stessi libri, e non crediamo di solito nella stessa idea di letteratura, ma che parli o scriva solo dei soliti noti non è vero, dai.

    Loredana: ciao! :-) a proposito di cazzata, ma vado OT, mi chiedevo se avevi letto il pezzo di Petrignani su Giudiziuniversali a proposito del sesso dei libri e cosa ne avessi pensato.

    federico: grazie, ma mi dici qual è il link esatto al tuo sito?

  2. sempreinbilico scrive:

    Ma accanirsi contro ITDL non è un po’ come sparare contro la Croce Rossa? :)
    ( con la differenza che la Croce rossa ha un’ indubbia utilità mentre “Il Tarlo della lettura probabilmente no).
    Off topic; e ti va aggiungi – Loretta Glitibo – agli amici di Fb e ovviamente ai vicini di Farmville (deve assolutamente arrivare a 16!).

  3. renzo scrive:

    Ok, sul libro mi tocca darti ragione, a malincuore come sempre.

    Per quanto riguarda anobii e l’utilità del social network, è con immenso piacere (per compensare il malinquore di prima) che espongo brevemente la mia, che so già ti farà incazzare, ma ci divertiamo così no? :D

    giusto un paio di motivi per cui anobii è utile e insostituibile

    1) per vendere (o comprare) una copia di Mason & Dixon, introvabile in italia. Trovato a 3 euro, mai finito, mai neanche lontanamente sopportato, venduto a 20 col sospetto che avrei potuto chiederne 50 o forse 100, a giudicare dal numero di richieste. (Perché su anobii, in pochi click, sai chi vuole vendere quel libro che cerchi da una vita.)

    2) per discutere con qualcuno di quel romanzo che non ha letto praticamente nessuno. Su anobii crei un gruppo, inviti chi ha il libro e se ne parla. In Italia, per chi non ci lavora o non è sposato con DM, non è mica facile trovare qualcuno con cui condividere le letture.
    “se ne parla male”
    “meglio che niente”

    3) per leggere le fantastiche recensioni di Seia.

    Su anobii, come sul web, come è normale in una società sovraccarica di informazione, è un continuo separare il grano dal loglio. Continuo e faticoso.

    Però non vedo alternative ad anobii, se ci sono suggeriscimele.

  4. federico novaro scrive:

    che ridere. Mi sono molto divertito e mi pqre d’aver letto qui delle cose sensate su un’operazione che ne meriterebbe poche -e quqlcosa vorrà dire che sempre più ci si deve occupare di cose che meriterebbero ben poche parole.
    sottoscrivo i commenti di m.o e gloriagloom!
    Come dice Lipperini:
    saluti.
    :-)

  5. La Lipperini scrive:

    Con tutto il rispetto anche io.
    Fahrenheit dà conto non soltanto dei libri che hanno già una risonanza mediatica, ma anche di libri pubblicati da editori piccolissimi.
    Sul concetto di “cazzata”, naturalmente, entra in ballo il gusto, non la critica.
    Saluti

  6. gloriagloom scrive:

    Al di là (ma che brutto cominciare un periodo con al di là :-) ) delle tue condivisibili affermazioni intorno all’operazione tarlo, quel che m’interessa è invece quando parli di sdoganamento della chiacchiera da bar rispetto alla (fantomatica? latitante? inesistente?) critica letteraria. Ora se è vero che è tangibile una sorta di pericolosissimo revisionismo culturale (chiamiamolo così) che fa sì che su anobii(ma anche altrove) si possan legger peana sdilinquenti intorno a che so, Baricco, Hosseini e Veronesi e liquidare con “noiosa storia di mare” Moby Dick e “era meglio il film” Linea d’ombra (ho letto anche questo) è anche vero che in quei luoghi teoricamente deputati a esercitare lo strumento della critica la situazione non è diverso (se non nell’utilizzo di un italiano formalmente migliore, dove i libri non stan “appollaiati” come pappagalli sul trespolo) e da un blob delle pagine culturali si potrebbe tranquillamente tirare uno speculare tarlo della lettura. Forse critica letteraria è un termine desueto e novecentesco, più utile sarebbe parlare di recensione letteraria legata a neppure troppo misteriose sinergie editoriali. In fondo D’Orrico sul Corriere mi dice che la trilogia di larrson è un capolavoro e Cappelli il più grande scrittore Italiano vivente (omettendo che la Marsilio è di proprità della RCS), Farhenait (con tutto il rispetto per la Lipperini) spreca ore su Emmaus di bBaricco, Lagioia e l’ultima cazzata wuming, Alias(dove ancora qualcosa si può leggere) è pieno d’insulse fighetterie, che diamine mi devo apettare da anobii? Forse ci sarà qualche isola felice(sulla carta o sulla rete) dove esiste la critica letteraria, ma, essendo stupidamente convinto, per usar termini banali, che l’intelligenza sia ancora un diritto dei più, se a leggere quelle cose sono in dieci poco m’interessa. Anobii è semplicemente uno strumento veloce e semplice di consultazione e -parolaccia- condivisione, dove si può scegliere se esercitare il proprio diritto all’intelligenza, alla critica, al semplice divertimento oppure alla stupida omologazione acritica, ma son scelte, e nel secondo caso può sempre beatamente rileggersi sul Tarlo, ma son scelte sue per l’appunto.
    Scusa la probabile confusione espositiva ma scrivo in fretta sotto il giogo della schiavitù lavorativa.

  7. seia scrive:

    m.o: ah no, non lo sapevo :-) E comunque mi pare che una volta tu mi abbia dato dell’adorabile svitata, quindi secondo me qualche dubbio sulla mia sanità mentale ce l’hai eccome!

    giuliana: eh, non so se Canio sarà indulgente e comprensivo, ti faccio sapere. (Me ne sono accorta stasera che vado avanti di 1 ora, m’è quasi preso un colpo che io sono quasi svizzera quanto a orari e roba simile)

    lisa: :-D

  8. lisa scrive:

    (circa quanto scrivi sulla riproduzione similcartacea di Anobii)
    I love you Seia! :)

  9. Giuliana scrive:

    Pardon, stamattina ero appena sveglia e un po’ letargica (vai avanti di un’ora). Comunque Filippo non è male.

  10. m.o scrive:

    solo tu potevi scrivere di aver dato un nome ai tuoi alberi di natale e stroncare brillantemente un libro nello stesso pezzo senza sembrare una pazza squinternata ma restando adorabile. E infatti come si sa ti si adora.

  11. seia scrive:

    Niki: ecco, brava sono i risultati a essere messi in discussione. L’editoria è un business e capisco le operazioni meramente commerciali ma a tutto c’è un limite. Dell’idea di comunità web invece me ne frega meno, e non ci credo proprio anzi :-)

  12. Niki scrive:

    Io ne avevo scritto qui http://www.diariosemistupido.it/2009/09/14/anobii-quando-pubblicita-non-fa-rima-con-comunita/ a suo tempo.
    Non entro nel merito della qualità dei commenti scelti e pubblicati, non m’interessa (e tra l’altro sono sicura che ci sia sempre stata buona fede in questo senso da parte degli autori degli stessi, molti li conosco, non credo che qualcuno di loro si sia mai sognato di essere considerato un critico professionista o di entrare in competizione con chi lo è), ma in quello dell’intera operazione: pelosa e in cattiva fede – questa sì – proprio perché basata sul solleticamento dell’ego di certi lettori, con risultati pessimi.

  13. seia scrive:

    Stefano: io mi vanto di non averlo mai pensato :-)

    Giuliana: lo sapevo! Canio, non Caino! Quello già è alto come il Presdelcons sbaglia pure a chiamarlo mi si ammoscia! Comunque non trovi siano dei bei nomi, evocativi, per degli alberi di Natale? Filippo fa concorrenza a quello che fanno in Piazza del Vaticano!

  14. Stefano Epifani scrive:

    …chissà perchè, siamo sempre convinti che gli “user generated content” siano sempre – e necessariamente – di qualità. Beata ingenuità…

  15. Giuliana scrive:

    Filippo? Il tuo albero si chiama Filippo? E quello vecchio si chiamava Caino?

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