American dream

NB questo post  è stato pubblicato nel 2005 ma ho modificato la data per farlo ricomparire in homepage, visto che mi pare adatto ai tempi
In Belli e dannati, Fitzgerald fa dire ad uno dei suo personaggi che: “la vita di rado colpisce, ma logora sempre.” E Scott come al solito ha ragione.
Se dovessi scrivere la quarta di copertina per The Winter of our Discontent (L’inverno del nostro scontento, nella bellissima traduzione italiana di Eugenio Montale Luciano Bianciardi) il romanzo di John Steinbeck con il titolo più bello, titolo che naturalmente è ispirato all’incipit del Riccardo III di Shakespeare: “L’inverno del nostro scontento si muta ora in sfolgorante estate per questo sole di York” – prenderei a prestito la frase di Fitzgerald per riassumere efficacemente la storia raccontata nel libro.
In questo romanzo infatti, Steinbeck racconta della sconfitta di un uomo il cui spirito (e la tempra morale) viene fiaccato dalla vita giorno dopo giorno. Sappiamo che il protagonista, negli anni che precedono l’inizio del racconto si è rialzato da terra dopo un rovescio finanziario che lo ha ridotto al rango di umile commesso di drogheria, ma nel corso della vicenda prova sulla sua pelle quanto sia più doloroso restare in piedi che lasciarsi cadere sotto i colpi del destino (come un pugile pestato a sangue, ma orgogliosamente incapace di andare al tappeto).
 
L’inverno del nostro scontento è incomprensibilmente uno dei romanzi meno amati di Steinbeck, gli si preferisce addirittura La Santa Rossa, che è il suo libro d’esordio. Non me lo spiego: questo romanzo coglie meglio di qualsiasi trattato sociologico il dramma (attuale nel 1961, data della sua pubblicazione, quanto oggi) di chi si trova di fronte alla dura evidenza del vuoto nel senso delle cose e all’improvvisa e inarrestabile insoddisfazione. E’ lo spietato ritratto di un uomo che si dibatte nel conflitto feroce tra il restare coerente con i propri principi morali e lo smodato desiderio di successo.
 
Steinbeck riproduce i pensieri del suo protagonista introducendo una sorta di monologo interiore in una narrazione fitta di dialoghi vivaci, e noi, leggendo queste considerazioni, assistiamo alla sua lenta ed inesorabile trasformazione. Lo seguiamo mentre inizia la sua corsa al successo e al denaro, e lentamente comincia a perdere i suoi valori:
 
“Per la maggior parte degli uomini il successo non è mai un male. Ricordo che, quando Hitler avanzava incontrollato e trionfante, molti uomini onorevoli gli cercarono e trovarono delle virtù. E Mussolini faceva arrivare i treni in orario e Vichy collaborò per il bene della Francia, e Stalin se non altro era forte. Forza e successo stanno al disopra della moralità, al disopra della critica. Par dunque che non conti cosa fai, ma come lo fai e come lo chiami. C’è un controllo negli uomini, nel fondo, una cosa che li fermi o li castighi? Pare che non ci sia. L’unico castigo è per chi fallisce” (pag. 247).
 
Ethan – questo il nome del protagonista che racconta in prima persona (direi quasi in presa diretta, se parlassi di un film) – arriva persino a trovare una giustificazione morale alle sue intenzioni, ma non ci crede molto nemmeno lui e allora indossa la maschera del perbenismo e dell’ipocrisia per cercare protezione nella mediocre rispettabilità dell’american way of life.
 
Nella pagine di questo romanzo il lettore entra in un mondo creato sull’illusione, duramente dominato dagli stereotipi della società del benessere a tutti i costi e dall’inganno di uno stile di vita destinato a condurre all’infelicità. Ciò che colpisce di questo libro è che Steinbeck tratta il tema angoscioso della perdita dell’innocenza, uno dei topoi fondamentali della letteratura di ogni luogo e tempo, con la sapida ironia e la sottigliezza di una satira sociale, che colpisce ancora di più il bersaglio proprio perché argutamente lieve.
 
E’ lo Steinbeck di sempre a scrivere L’inverno del nostro scontento: c’è il suo ruvido realismo, la spiccata inclinazione all’umorismo, la fedeltà al principio di solidarietà quale valore essenziale, notevoli fremiti di lirismo e la sua superba abilità di dialoghista. Ma in questo romanzo, l’autore è più conservatore, più intimista, meno mordace forse, e proprio per questo la narrazione risulta più toccante.
D’altronde la straordinarietà di John Steinbeck è proprio quella di essere uno scrittore sempre coerente a sé stesso ma ogni volta diverso.
E’ l’autore dell’epopea dei Joad in Furore e delle avventure picaresche di Pian della Tortilla, dei drammi dei derelitti dei Pascoli del cielo e di questa parabola morale. Tutti romanzi con una storia a sé, un proprio stile e un particolare universo di riferimento (sebbene Steinbeck sia considerato il cantore della California), eppure ognuno di essi inscena le angosciose difficoltà del vivere e coglie i conflitti che travagliano l’animo umano.
E’ una scrittura profondamente morale quella di Steinbeck, non concede sconti né scappatoie. Obbliga i suoi protagonisti a guardarsi dentro e a fare i conti con la loro coscienza, e anche quando la storia investe la società e racconta vicende collettive, l’istanza etica non si allenta ma anzi assurge a critica impietosa di un’intera nazione: l’America e il suo sogno naturalmente.
 
Alla fine anche Ethan è costretto a fare i conti con sé stesso:
 
“Non è vero che esista una comunità di luci, un falò del mondo. Ognuno porta la sua, la sua luce solitaria. [...] La mia luce era spenta.”
 
E ogni volta che io rileggo L’inverno del nostro scontento, spero sempre che la sua luce si riaccenda.  
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26 risposte a American dream

  1. seia scrive:

    Ciao Rosa,
    grazie del commento e dell’attenzione mi dai la possibilità di correggere un errore grossolano di cui mi ero dimenticata, l’unica traduzione dell’Inverno del nostro scontento di è di Luciano Bianciardi. Mentre scrivevo il pezzo stavo leggendo proprio Al Dio sconosciuto e devo essere andata in tilt. Sorry.

  2. Rosa scrive:

    Ciao Seia,

    non ho trovato la traduzione di Montale di “The winter”; mi risulta che Montale abbia tradotto soltanto Al Dio sconosciuto (To A God Unknown); ecco, per il beneficio di tutti, le specifiche dell’edizione di cui parlo: traduzione di Eugenio Montale, I Libri del Pavone, Mondadori, Milano 1954.

  3. robxyz scrive:

    Ho da poco iniziato questo gran bel libro, seguendo questo tuo consiglio; mi accorgo ora che specifichi “nella bellissima traduzione italiana di Eugenio Montale”. In effetti la mia edizione, purtroppo mal curata da Bompiani e ricca di refusi tipografici, è invece tradotta da quel Luciano Bianciardi che tanto apprezzo come traduttore di Henry Miller ma che qui mi convince poco, ho la sensazione che non renda piena giustizia a questa meraviglia.
    L’edizione a cui fai riferimento è forse fuori catalogo attualmente?

  4. seia scrive:

    In effetti è un bel post mi complimento anche io, ma “dolce” riferito a un commento critico mica lo so se è un complimento :-)

  5. Jacopo scrive:

    Che post dolce, complimenti :)

  6. seia scrive:

    Emanuela: hai ragione è un libro notevole che parla di tutti noi credo e dei sogni e delle aspirazioni e delle illusioni frustrate. E’ un peccato che Steinbeck sia quasi dimenticato e che a parte Furore non si parli mai degli altri suoi libri.

  7. utente anonimo scrive:

    Grazie seia. E’ uno dei miei romanzi preferiti, scoperto per puro caso nella libreria dei miei genitori a 15/16 anni e riletto anno dopo anno per scoprire di comprenderlo (ahime?) sempre meglio. E farsi scavare un po’ di piu’, ogni volta.

    La tua recensione è splendida.

    Emanuela

  8. seia scrive:

    E io la ringrazio.

  9. utente anonimo scrive:

    Gentile Seia sono ancora qui a leggere e ad apprezzare. E’ incredibile che neppure un momento di noia mi colga leggendola, mai una volta. Sono ammirato. Eugenio.

  10. alessiobrugnoli scrive:

    Ciao Seia, auguroni di Buona Pasqua

    A

  11. seia scrive:

    Certo che puoi Marco e lo seguirò, anche se quando è uscito l’ho sfogliato un po’ e non mi aveva convinto. Poi ti dico.

  12. Mholden scrive:

    Ah, scusa. Il libro si chiama “Essere senza destino”. E’ del tutto eccezionale.

  13. Mholden scrive:

    Seia, ti posso suggerire un libro meraviglioso? Non è di un americano, ma di un ungherese: Imre Kertesz, premio nobel 2002. Quando si dice la LETTERATURA, non solo con la L maiuscola, con con tutte le lettere. Costa pochissimo, nell’economica Feltrinelli.

  14. seia scrive:

    A me è piaciuto, e siccome era rivolto a me, me lo prendo con gusto. E continuo a distinguere forma e sostanza quanto mi pare. Non sono nel mio pieno diritto? Io dico di si. That’s all folks.

  15. silvio7 scrive:

    Paese d’ottobre: qui ti si loda alquanto, e con ragione, giammai si dica il contrario. Ma che, stiamo ancora a distinguere forma e sostanza? Cherìe è formalmente, quindi in sostanza, sbagliato. Inoltre, è stonato alla vista.

  16. seia scrive:

    - Si, è un bel libro davvero.

    - And: sai che Saul Bellow non mi piace molto.

    - Marco: ascolterò il tuo consiglio, non conosco Portelli.

    - Gus: grazie. Eviterei gli inchini comunque.

    - Silvio: non starei a sottilizzare così. A volte la sostanza conta più della forma. Poi io non parlo francese e forse non mi sarei accorta dell’errore, veniale peraltro.

  17. silvio7 scrive:

    C’est pas pour faire du Pivot à prix bas, ma cherìe è errore blu. Caso mai chérie, che però si dice a una moglie, o almeno alla fiancée, alla copine. Se così è, ritiro tutto, ma non l’errore blu, che non è discutibile.

  18. Mholden scrive:

    Sulla società e sulla letteratura, ovviamente.

  19. Mholden scrive:

    Alessandro Portelli scrive saggi illuminanti, sulla società americana. Da leggere.

  20. utente anonimo scrive:

    Sei fantastica! Lieve come una piume e sostanziosa come un lauto pranzo. Che scoperta! Inchini e appalausi cherìe. Gus.

  21. glenn63 scrive:

    Gran libro, si,s… in fatto di perdenti, consiglio caldamente “La resa dei conti” e “L’uomo in bilico” di S.B.

    and

  22. silvio7 scrive:

    Impossibile che Dos Passos non piaccia. Se non piace, urge visita medica presso specialista di letteratura americana (il migliore su piazza è Massimo Bacigalupo che sta a Genova, quando appunto non è in America. Altrimenti, sebbene o perché non specialista, il divino Boitani)

  23. seia scrive:

    - Marco: devi assolutamente leggere allora L’inverno e poi La luna è tramontata uno dei più bei romanzi contro la guerra che siano mai stati concepiti. E’ la storia di un episodio della resistenza norvegese durante la seconda guerra mondiale in cui l’orrore della guerra è visto atraverso l’eroismo comune di uomini semplici. Bellissimo. E grazie.

    Silvio: è un delirio che Steinbeck sia quasi dimenticato. Concordo su Faulkner e anche su Dos Passos se solo mi piacesse. Voglio dire che ne riconosco l’importanza ma mi annoia. Sui giovani trentenni che vanno alla riscoperta ahimé non posso che annuire.

  24. silvio7 scrive:

    Steinbeck è da leggere tutto, se possibile prima della di lui riscoperta (sic) da parte di volenterosi 30enni giovani scrittori più o meno – in genere più – consorziati. Steinbeck Faulkner e sopra tutti il grandioso Dos Passos resteranno, il resto è cenere prima di arrivare fresco in libreria o su qualche rivista oggi studiata come fosse il Talmùd babilonese (nel caso in parola: nuovaiorchese)

  25. Mholden scrive:

    Come al solito, gran bel post.

    Ho amato alla follia Furore. Però questo non lo conoscevo, e anzi di Steinbeck non ho letto molto altro (a parte uomini e topi).

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